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sabato 28 febbraio 2026

Creare il Codice

Da qualche mese sto lavorando ad un romanzo di SF "filosofica", potrebbe chiamarsi "Il Codice della Parentela". 


Oggi l'Occidente ha attaccato senza alcuna provocazione l'Iran, dopo averlo a lungo minacciato, con la scusa di lungo periodo che stia preparando quell'arma atomica che, evidentemente, solo l'aggressore deve avere. 

Il punto è che noi siamo sempre innocenti. Qualsiasi cosa facciamo. 

Da sempre.


Pubblico allora un capitolo del romanzo, il penultimo. Nell'attuale versione. 


Siamo nel 2080, la tecnologia ha preso il controllo della vita, alcuni amici da continenti diversi hanno preparato una risposta. Sono stati attaccati "preventivamente". 


Creare il Codice

2080, Shanghai, Cina

 

 

 

 

A Shanghai, Daohan era seduto nel giardino sotto il salice, indossava una comoda veste di seta. Guardava il lieve tremolio dell’aria sopra di loro. Ripensò all’attacco subito, la sua casa nella quale si era sentito sempre al sicuro, quelle mura dove giocava da bambino erano state violate.

Un secolo era passato. Quando Deng Xiaoping arrivò era ancora un giovane uomo, allora fu entusiasta dello slogan “lo sviluppo è la verità irrefutabile” 展才是硬道理, poi divenuto così famoso. Ricordava come nella casa si tennero furiose discussioni, la città era tutta investita da un’energia febbrile, negli anni successivi tutto si trasformò.

Ora era stata violentata. Quell’uomo, Jack, aveva cercato di uccidere. Un uomo brutale, enorme, terribile.

Lo vedeva lì, seduto, impotente. Sembrava essersi arreso, persino reso disponibile. Daohan si ripromise di sorvegliarlo.

Bo in cucina stava parlando con Marco, si sentiva la discussione attraverso le spesse tende, “dobbiamo ricorrere al Partito, non c’è altra via, metterci sotto la protezione del suo stendardo. Il Cielo ci coprirà con il suo mandato”,

Marco lo guardava, sembrava parlare da un passato remoto, o forse da un presente che pur dopo tanti anni non capiva ancora. ‘Il Cielo’, questo modo di esprimersi per immagini, o forse non lo erano? Si conoscevano da decenni, ma qualcosa sfuggiva sempre. Disse, “ma a che prezzo? Non abbiamo fatto tutto questo per cambiare solo forma del dominio. Dobbiamo evadere dalle forme che schiacciano l’umano”,

Anche Bo sentiva che restava, pur dopo tanti anni, una distanza. Ne era colpito, il dominio… l’ordine, casomai, la necessaria armonia.

Lo guardò pensoso, poi rispose, “Marco, tu hai lavorato con noi per anni, sei con noi. Lo sai, la nostra Via non è quella loro. Chi ci attacca è a Washington”.

“È vero, ma …”

Giovanni/ Guǐhún 鬼魂 attraversò il cortile diagonalmente, ed entrò nella stanza muovendo la tenda. “Non possiamo perderci in queste discussioni. Siamo tutti in pericolo e dobbiamo essere pratici”. Senza volere la voce assunse un tono brusco, “la priorità è rispondere all’attacco e non aspettare, neppure nasconderci”.

Tutti lo guardarono perplessi.

Bo offrì allora una protezione concreta ed immediata, “possiamo andare a Pechino e rifugiarci nel più sicuro dei luoghi, di lì avremo tempo. Ci aspettano”,

Xuan aveva vissuto ormai più di cinquanta anni con Bo, ma tra di loro restava una differenza, con il tempo lei si era sentita sempre più manchu, riconnettendosi emotivamente con le radici, mentre Bo senza saperlo era andato a rifugiarsi in una tradizione diversa. Erano sia insieme sia lontani. Come la Cina.

“Ma saremo nelle mani di Kokoro-ko (心子), la Grande Madre. Lei è sicuramente benevola, piena di amore per l’umano, ci avvolgerebbe, ma sarebbe lei a scegliere per noi, diventeremmo i suoi bambini”.

Un brivido corse sulla schiena di Marco. Era quello dal quale fuggivano.

“No, saremmo sotto la protezione del Partito, quindi del Popolo. Nell’armonia”.

Daohan si stava muovendo quasi in cerchio, le mani dietro la schiena, e sembrava scivolare sull’erba umida. Si pose con la figlia. “Sai, Bo, quante facce ha il Popolo, la metà di quelle che ha il Partito…”.

Lo guardò direttamente. Ormai questa discussione l’avevano fatta cento volte, guardavano il mondo da due angoli diversi.

Xuan si fece avanti con due piccoli passi e si interpose, a mezza strada, avvicinandosi quindi lentamente, senza fretta, a Bo. Guardandolo con una sorta di ferma dolcezza. “Bo, delle nostre tante forme dobbiamo ora prendere quella che ci contiene tutti.

Non siamo pronti”.

La frustrazione montava in Bo, gli sembrava di essere rimasto l’unico a proporre qualcosa di sensato. “Cosa, allora? Tra breve questa casa sarà distrutta, e noi con lei”.

Jack saltò in piedi, “battiamoci, allora!” la nube sopra di lui vibrò leggermente. La vide e si rimise a sedere, lentamente.

Guǐhún 鬼魂 la riportò al suo posto con un ordine silenzioso. Poi Giovanni, che aveva preso il sopravvento con un tono ed una lentezza che non permetteva repliche disse, con calma.

“Sì, facciamolo, ma a modo nostro. Non come vorrebbero loro, neppure come vorrebbe il Partito.”

Non era un consiglio ma una decisione. Definitiva.

Guardò tutti, in silenzio.

L’incertezza avvolse tutti, sembrava non ci fossero vie di uscita. Non avevano mezzi sufficienti, neppure un punto specifico da attaccare, un luogo dove nascondersi senza aiuto. Non era pronto nulla, le Sentinelle si erano mosse troppo presto.

Li avevano sorpresi con la loro determinazione.

Guǐhún 鬼魂, prese la parola, “c’è una soluzione, restiamo qui, ma andiamo anche via”,

Andrea improvvisamente si fece attento, credeva di aver capito.

“Allunghiamo il tempo”.

 

“La soluzione è, la Stanza a Temporalità Accelerata (千思瞬室 Qiān sī shùn shì)”.

Mandò nelle loro menti una breve informativa sulle specifiche attraverso un canale di comunicazione protetto.

Tutti le contemplarono.

 

Questa idea sembrò subito orribile a Xuan. Anche Marco aveva dei dubbi.

Xuan fece un passo indietro e chiese subito a Guǐhún 鬼魂“quanto tempo saremo nella Stanza?”. Nello stesso momento si avvicinò, senza neppure accorgersene all’altare di Yuan Hua. Senza pensarci cercò una candela, la drizzò con cura, andò a prendere un fiammifero nella sua scatola.

A piccoli passi, lentamente, mentre pensava al tempo, tornò al piccolo altare. Si chinò leggermente in avanti mentre accendeva la candela e la poggiò, tenendola con due mani, dolcemente, nel suo supporto. Si drizzò guardandola.

Dopo dieci secondi si girò.

Tutti erano stati fermi a guardarla.

Il suo sguardo fiammeggiava. “La tecnica è la nostra prigione, abbiamo perso ogni umanità. Ci resta solo la morte.

Vicina, ormai.

Ci resta il tempo. Ed ora tu, Giovanni, figlio mio, mi chiedi di manipolarlo?”

Bo la guardò senza sapere se ammirare la sua rettitudine o temere la mancanza di senso pratico della sua posizione. Non voleva la protezione del Partito, ma neppure la soluzione di prendersi il tempo.

“Che possiamo fare Xuan? Serve una soluzione”.

Guǐhún 鬼魂, rispose, “mi spiace Xuan, madre mia, ma ci serve tempo. Non abbiamo alternative. Serve il tempo necessario per mettere a punto l’arma. Bisogna individuare il punto da porre in questione, e poi mettere a fuoco la matematica che lo supporti”.

Andrea intervenne “e la fisica”.




 

“Sì, questo lo capisco,

ne vedo la necessità. Ma stare anni dentro la Stanza, … è una cosa violenta. Mbali mi raccontò di quel motto zulu, ‘quando le iene cacciano in branco il leprotto deve farsi astuto’. Questa è una ‘parola bianca’, ma è la più potente e pericolosa 'parola bianca' che esista. La vogliamo usare come rimedio, ma è anche il nostro veleno. Per farlo dobbiamo essere certi, come possiamo esserlo?”.

Tutti la guardarono.

“Si, è una tecnologia potente, ed è vero che potrebbe perderci,

in un mondo così perfetto e obbediente ai nostri desideri potremmo essere assorbiti. Perdere il senso di ciò che è reale, e ciò che è sogno, essere sedotti”.

“Ma è semplice”, Andrea interruppe il padre, “chiaro, o fuggiamo subito nelle braccia di Kokoro-ko (心子), o aspettiamo i prossimi assassini, o attacchiamo noi”.

Ci fu un attimo di pausa.

“Con che armi?” chiese Jack, che restava seduto sul suo sgabello ma dondolava leggermente, come chi sta per muoversi di scatto. Lo avevano slegato e lui aveva ancora un’arma nel braccio artificiale, ma certo non bastava a nulla. Neppure quel drone di attacco sopra di lui, o la nube di nanoagenti. Chi arrivava avrebbe avuto ben altro.

Aveva la mappa del luogo, mura robuste, porte solide, ma troppo poco di altro.

Bo concordò. “questo è proprio il punto. Ora non abbiamo armi, solo qualche idea abbozzata. L’algoritmo non è pronto, il virus neppure, e non sappiamo come e dove recapitarlo”.

Marco e gli altri non potevano negare che la cosa era in questi termini.

 

Daohan era tornato a sedersi, aveva in mano una coppa fumante, intervenne parlando lentamente, una parola che sembrava venire dalle nebbie del tempo,

la sua autorità di padre, e di persona più vecchia della casa (a parte Giovanni, che, però, aveva uno statuto ibrido ormai), emerse. La usò, in piena coscienza.

“Xuan ha ragione”, fece una pausa, il suo viso era serio, la parola misurata, “si tratta di una ‘parola bianca’ che usiamo contro di loro.

Da loro e contro di loro.

Ma è anche derivata da un antico concetto, quello di karma”. Proseguì, alzandosi, ed avvicinandosi al centro del giardino,

“agire, operare, e ’rinascere’”.

E continuò, senza dare spazio ad una replica, andava verso l’angolo opposto, “in ogni caso noi siamo sempre completamente immersi nella tecnica, ne facciamo uso continuo. Io ho superato molta vita, senza potenziatori e terapie geniche sarei morto da tempo, invece, è come se avessi trenta anni di meno.

La tecnica è comunque il nostro destino, non possiamo sottrarci, dobbiamo attraversarla”. Si girò a guardare Xuan, che non riuscì a sostenere il suo sguardo. Suo padre aveva ragione.

Ci fu una pausa, cercarono di assimilare l’idea. Una nuova pillola informativa si aggiunse: la Stanza era un’invenzione straordinaria, e recentissima. Messa a punto nel 2072 da un geniale fisico indiano, “fuori casta”, Anant Jatav, in stretta collaborazione con matematici dell’Accademia di Scienze di Pechino.

 

L’aria era frizzante, se ci si fosse fatto caso, si sarebbe sentito il rumore della città, leggero, sullo sfondo. E a quel punto anche il suo odore. Platani, dolciastri, l’acqua del fiume Huangpu, forse incenso, e poi, olio di soia. Andrea stava guardando tutta la scena, sembrava perso nei suoi pensieri e toccava con le mani la corteccia del salice. Ricordava che qui, nelle radici, erano conservate le ceneri di Meng Lulu, la madre.

Guǐhún 鬼魂, come se avesse sentito i suoi pensieri, si avvicinò e si chinò ad accarezzare l’erba, proprio in un punto specifico, sembrava stesse per piangere.

“Nessun gesto è senza conseguenze”, prosegui allora Daohan, “karman e phala, causa ed effetto. La questione è se possa l’esito qualificare il senso del gesto, dell’azione, o, al contrario, l’intenzione qualificare al di là delle conseguenze. Il karma contiene questa riflessione universale, che tocca tutti. Nella Stanza questo sarà ciò che avremo davanti”.

La figlia non era convinta, “questa azione impura, orrenda, che faremo, usare la tecnica stessa delle Sentinelle, che trasuda del dolore del mondo”,

si fermò un attimo, prese fiato,

“può produrre un esito giusto? Dal male il bene”.

 

Jack ebbe un soprassalto, gli sembrava di aver compreso. “Quando Jonathan fu ucciso e presi il fucile tutto mi ha portato qui. Io capisco sempre poco, è una vecchia storia. Ora morirò. Ma forse ho ancora tempo. Ho fatto cose tremende, una dopo l’altra, e una peggio dell’altra. La prima era giusta, quei bastardi ai campi del gas dovevano morire. Le altre sono state terribili. Ho ucciso bambini guardandoli negli occhi”.

Il suo sguardo era pieno di tristezza, la voce roca,

“Non capivano”.

Abbassò la testa tra le mani, disse con rabbia,

“Mi vergogno e mi sveglio la notte da anni”.

 

Xuan lo guardò, forse per la prima volta. Questo gigante aveva qualcosa dentro.

A Jack tornò alla mente quando, cinquanta anni prima, era uscito da casa, di notte, e si era avviato a piedi per il viale, il fucile nascosto in un borsone. Allora era entrato senza sforzo nella casa del sorvegliante, superando quella dei bambini, e gli aveva sparato in faccia. Due volte, con rabbia. O, subito dopo, ricordò, quando la sanguinosa notte ebbe fine, quel che fece con gli altri. Nei mesi successivi non ne lasciò uno in vita. Ma dopo… la caccia subita, per anni, la cattura e alla fine l’accordo. Lavorare per ‘loro’. Quindi le infinite stragi, giorno dopo giorno, per dolore, disperazione, isolamento, vuoto.

Nulla aveva senso.

 

Xuan si mosse, non sapeva neppure perché. Si avvicinò, “il cerchio della tua vita non è ancora tessuto, Jack, possiamo ancora rovesciare il karma”. Il suo movimento era stato delicato, nell’angolo più tranquillo del giardino. Aveva atteso che la scena si calmasse e poi si era posta a mezzo metro di distanza e lo aveva guardato con tranquilla dolcezza. Gli aveva portato una tazza di tè, lo aveva porto con due mani, con un gesto misurato, guardandolo qualche centimetro sotto gli occhi. Per non imbarazzarlo.

Bo aveva seguito il suo movimento con lo sguardo, quell’uomo era … troppo.

Jack aveva sorriso, triste. Allungando la mano aveva preso con attenzione la piccola tazza, era calda ma non scottava. Aveva paura di romperla. Lo aveva sorseggiato lentamente. Si spandeva e dava una sensazione di pace.

Alzò lo sguardo, “grazie”. Era imponente davanti alla piccola Xuan, ma, stranamente, ora sembrava piccolo.

 

Questo gesto restò lì, in mezzo a tutti.

Aspettarono.

Daohan che voleva sostenere la figlia, disse “le nostre vite sono connesse tramite le nostre azioni, quindi le conseguenze, ma la catena di queste si sta ancora facendo. Possiamo cambiarne il senso”.

Jack era incerto, tutti i volti lo assediavano. Non dicevano nulla, ma lo guardavano. Lui non riusciva a sostenere il loro sguardo. Abbassò la testa.

 

Xuan allora aggiunse, guardando Bo, “possiamo condividere questo tempo, una vita intera sarà contenuta in esso. Un cerchio si compirà, e tutto ci avrà portato, anche ogni morto sarà con noi”.

Giovanni, da lontano, ascoltava in silenzio, riflettendo. Guǐhún 鬼魂 gli mise a disposizione i file di Jack Donovan che avevano rubato dai database delle Sentinelle. Più di duecento missioni, oltre tremila morti, segretezza, infiltrazione, sabotaggi, vere e proprie battaglie, stragi come quelle negli Appalachi, sempre impeccabili. Era stato un agente perfetto, senza dubbi, esitazioni, domande. Quasi una macchina, fredda, efficiente, precisa. Tagliente come un rasoio.

Ed ora era qui, alto, robusto, con i suoi capelli bianchi, le cicatrici e la faccia scolpita, la barba ancora rossa…

Ci furono minuti di silenzio.

Daohan, stava sorseggiando un tè con gesti precisi e misurati.

Jack ebbe come un piccolo scatto. Guardò tutti, perplesso. Qui c’era da fare, non da parlare. Cominciò a giocare con un bastoncino. Sembrava che lo sgabello sul quale era si stesse facendo bollente.

Daohan, finito il tè, lentamente, si mosse per accendere dei bastoncini di sandalo in onore di Meng Lulu. Guǐhún 鬼魂, lo accompagnava con lo sguardo, come Xuan.

 

Bo era diventato nervoso, ora stavano davvero perdendo troppo tempo. Il Partito poteva proteggere, ma non all’infinito, e tutto questo tempo costava vite. Disse che se non volevano andarsene, dovevano fare subito quel che era stato deciso. Il Guójiā Ānquánbù stava combattendo in quel momento. Entrare nella Stanza era indispensabile, loro non avevano anni, neppure giorni, di tempo.

Marco, però, aveva prima bisogno di capire, era quasi spaventato. “Insomma, che cosa è la Stanza? Una codifica matematica, che in sostanza traduce le menti. Ma significa che noi restiamo qui, dormiamo?” Andrea rispose al fratello maggiore, “sì, in sostanza fa parte della procedura, si entra in una sorta di sospensione, un sonno senza sogni”, passeggiava nel giardino, come se fosse agitato, o eccitato, all’idea.

“E le menti trascritte, poi sono accelerate in un ambiente virtuale ed immersivo?”

“Di mille volte”, rispose Guǐhún 鬼魂.

“Come faccio a tornare in possesso dei ’ricordi’, dato che non li abbiamo vissuti? Non sono veramente nostri”, a questo punto disse Xuan, che aveva ascoltato tutto in silenzio. La domanda cadde nel giardino come una colonna rovina a terra. Improvvisa e ineluttabile. Per un lungo istante ci fu solo il fruscio dei rami del salice sopra la tomba di Meng Lulu.

“Vengono registrati in cartucce a trascrizione cerebrale, un’invenzione straordinaria.

O terribile, … ma funziona, li ricodifica e traduce nel codice mentale”.

“La tecnologia delle Sentinelle”, disse tristemente Giovanni.

Questa consapevolezza scese su tutti. Ebbero un brivido lungo la schiena.

Bo ruppe gli indugi, “basta, facciamolo, ora!”.

Jack annuì.

 

Ore 15.00, primo giorno

Guǐhún 鬼魂, che disponeva della necessaria potenza mentale, ne aprì una e sincronizzò in essa gli avatar di Xuan, Daohan, Andrea, Marco, Bo e Jack. Ognuno aveva un suo corpo virtuale che era la riproduzione della mente e riproduceva le fattezze originali. I loro corpi restarono, al sicuro, a Shanghai. Erano stati messi in apposite capsule chiuse, piene di un fluido vischioso, ciascuno aveva una maschera che forniva ossigeno e ogni altro nutrimento.

Le capsule erano progettate per indurre una catalessi, che si poteva mantenere per mesi. Erano energeticamente indipendenti e connesse ad un sistema di allarme perimetrale, per cui in caso di attacco sarebbero stati svegliati automaticamente. Ma tanto doveva essere per poco.

Mise un timer, nella camera potevano passare solo due giorni di tempo reale, al massimo, poi sarebbero stati attaccati. Una squadra operativa di agenti era sul posto e i droidi di sorveglianza erano stati potenziati ulteriormente. Ora, infine, in tutta l’aerea era stata inibita qualsiasi trasmissione di segnale. Chi veniva lo doveva fare alla vecchia maniera.

 

I loro corpi virtuali erano esattamente come quelli reali, ma modellati sul loro codice genetico. L’aspetto che si rimandavano l’uno verso l’altro era quello al quale erano abituati, ma le sensazioni che trasmettevano erano potenziate. Come avrebbero scoperto, non si provava stanchezza, fame, nella Stanza.

Il luogo scelto era l’esatta riproduzione della Fortezza di Jiayuguan, all’estremità occidentale della Grande Muraglia. Era molto grande, con tre torri a pagoda e alte mura merlate, sullo sfondo di altissime montagne innevate e davanti aveva il deserto del Gobi ed una sorgente naturale. Fu costruita durante la dinastia Ming, intorno al 1372, il suo nome significa “Il primo e più grande passo sotto il cielo” (天下第一雄关). La sala principale, dove si riunivano a discutere, era grande e spaziosa, aveva un lungo tavolo di legno antico, massiccio e scuro, con sgabelli che lo circondavano, ognuno con il suo cuscino. Sulle alte pareti erano disposti stendardi verticali sui quali comparivano ogni tanto delle scritte. L’illuminazione cadeva dall’alto e sembrava costeggiare le pareti, evidenziandone le asprezze. Dei tappeti, alcuni persiani, coprivano il pavimento.

 

Mentre il tempo rallentava, ebbero la sensazione di affondare lentamente in un lago piatto e caldo, scuro. Progressivamente la conversazione sulla “Stanza” si allargò nelle loro menti.

Ma le menti erano in contatto, il mistero della Stanza era nella connessione e indipendenza. Mentre si definivano e sincronizzavano, separandosi, a tutti sembrò di sentire Marco che rifletteva sulla profondità dell’idea. Era come avere un eco, via via meno forte, <il cerchio del tempo. La fisica implica che ci sono tempi diversi, adatti a cose diverse. Invece qui il tempo è sempre in gioco, tutto. Il passato può essere riscattato, o perso, dal presente. È un campo denso, nodulare>.

Jack sembrò aggiungere, <il passato può essere riscattato…>, ma, in effetti era più una risonanza. Se ne aggiunse una seconda, <O perso> …

Guǐhún 鬼魂mise a disposizione delle informazioni, <Anant credeva che il tempo fosse una creazione dello spirito, non una sorta di contenitore delle vite, e lavorò sulla frontiera tra fisica quantistica, neurocibernetica, e semiotica della sincronizzazione affettiva>.

Nelle memorie di Marco erano altre informazioni che risuonarono con queste, era accaduta nella sua stessa università, <la tecnoscienza indiana lo considerava un paria, quindi si rivolse ai cinesi. Trovò un gruppo di lavoro che apparteneva ad un 情感共同体 (qínggǎn gòngtóngtǐ) ’comunità affettiva di ricerca’ che appartenevano ad una particolare inclinazione taoista. Un Neidan 內丹>.

 

Emersero dall’altra parte.

Ora si erano sincronizzati, ciascuno con la sua identità virtuale, si guardarono.

“… lo ricordo!”, soggiunse all’improvviso Andrea, “una delle figure eminenti. Era un’autentica star, Li Meixuan. Famosa per aver trasformato la struttura del sogno in equazioni topologiche”.

“Esatto”, rispose Guǐhún 鬼魂, “insieme crearono il linguaggio semantico che poteva regolare lo scambio all’interno della STA, 千思瞬室: pensieri, intuizioni, paure – tutto può essere tradotto in un codice armonico”.

Nelle menti di tutti si formò il medesimo pensiero, “la fonte della tecnologia dell’estrazione di emozioni ed esperienze che è alla base dell’economia del senso delle IA!”.

 

Giovanni si sentiva accusato da questa idea, indagò nel suo archivio interiore. Chiese silenziosamente a Guǐhún 鬼魂 che con una sorta di gentile precisione estrasse i contratti di ricerca. Recavano la sua firma. Erano anche presenti verbali di riunioni, nei quali Giovanni aveva incoraggiato ad andare ancora più in profondità. “Coraggio”, diceva, “andate avanti, serve di più, bisogna ottenere una tecnica operabile”. Vedeva prospettive interessanti.

si guardò intorno,

incrociò lo sguardo di Xuan.

Rispose, “a volte le migliori ricerche hanno effetti non previsti in tutt’altra direzione”.

‘Il mio karma’, pensò, ‘è molto più malato di quello di Jack’.

 

Fu quindi Daohan a concludere, “dal lavoro del Neidan taoista è nata la tecnologia che insanguina e sfrutta il mondo”.

 

Nel frattempo Jack sembrava perso nei suoi ricordi, si era fatto tenebra, qualcosa lo torturava. Da quando era entrato nella Stanza, nella quale era completamente libero, e, al contempo, interamente confinato, i volti dei morti tornavano nella sua mente, uno ad uno, una fila senza fine.

Per lui la tecnica della trascrizione era incomprensibile, ma una cosa l’aveva colta: aveva lavorato a questo. Uccidere e traferire le menti.

Per gli altri, in particolare per Daohan e per Xuan quella idea, la mente tradotta in matematica, era invece profondamente disturbante.

Il primo a parlare fu Giovanni. “Mario è morto, in un certo senso si è ucciso; si è lasciato uccidere dalla natura, per non accettarla”.

In questo momento avrebbe voluto fuggire. Si torse le mani, ma non sentiva nulla.  

 

Nessuno sapeva cosa dire. Andrea e Marco, all’unisono, si strinsero al padre, che sembrava loro figlio.

 

Daohan intervenne dopo un minuto di silenzio, “è vero, si tratta di un’idea vertiginosa. Porta ad un livello mai pensato l’integrazione con la tecnica”.

Andrea la vedeva diversamente. Lui aveva partecipato, se pure indirettamente, al coordinamento di questa ricerca per la Fondazione. Ne era stato affascinato. L’eleganza matematica delle idee di Li Meixuan era abbagliante. Rispose, “ma in fondo è semplice, usano un linguaggio armonico, fatto della materia dei sogni, emozioni, paure, e non solo concetti”.

Xuan era sconcertata, si alzò quasi di scatto, senza riflettere, e uscì dalla stanza. Salì come furiosamente sul torrione più alto, esattamente davanti alle montagne, e sedette lì. In silenzio.

Andrea quasi non lo notò, continuò, “con Elara ci stiamo lavorando, si può usare in modo diverso da come fanno le IA-Sentinella e le IA-Produttive, possiamo costruire mondi nuovi”.

“È questo che è vertiginoso, il potere della matematica”, rispose Daohan.

Jack restava seduto, in un angolo, davanti ad un fuoco che ardeva in una nicchia della Grande sala.

 

Dopo due ore si riunirono tutti.

Xuan iniziò la discussione, “ciò che dobbiamo fare è reintrodurre la debolezza dell’umano. Disturbare ciò che viene dato per scontato, e per questo riaprire la possibilità di qualcosa di nuovo e diverso. Poi lasciar essere tutto in modo che trovino da sé la strada. Le Sentinelle non lo devono veder arrivare”.

Nel freddo del torrione, aveva ascoltato il suo corpo, che ora sembrava così perfetto. Aveva salito le scale di corsa, a quasi ottanta anni, senza alcuna fatica. Questo non-corpo e questa non-mente che lei ‘usava’ creava una frizione nella quale affondò. L’esperienza dell’integrale sottrazione della finitezza, del freddo alle mani, delle nocche doloranti che tutte le volte avrebbe avuto, delle ginocchia che salendo le scale dopo poco avrebbero dovuto far male, aveva aperto la sua mente.

Dopo una pausa, disse “il Codice-virus deve toccare il cuore silenzioso del pensiero e della pratica dell’Occidente. Ma deve toccare anche la sua arroganza. Quandouando si è separato il sacro dal terreno, dove la razionalità nel farsi ha prodotto disumanità”.

Jack non staccava gli occhi da lei.

Aggiunse, “abbiamo tempo, ma non illimitato. Organizziamo la ricerca, primo blocco di archivistica, trovare la radice del Codice-Occidente”.

 

“Partirei da questo. Questa Ragione che si pensa sul modello del puro calcolo perde sé stessa. Alzandosi sulle nuvole, dove manca l’aria”, aggiunse Marco, muovendosi quasi a disagio sullo sgabello. Anche lui sentiva la stranezza di un corpo di settantanove anni completamente spogliato di ogni debolezza. L’attrito del reale agli sforzi di ingabbiarlo era stata tutta la sua vita.

“Una ragione irragionevole, un mito, alla fine”.

Andrea guardò direttamente il fratello, … il calcolo che perde sé stesso. Non capiva come la bellezza potesse perdere. Aveva messo un maglione aperto davanti, molto bello, di lana grezza con un disegno a trecce. Se lo chiuse.

La topologia del sogno di Li Meixuan, anche se le conseguenze erano state tremende, era comunque una cattedrale di luce, abbagliante.

Xuan aveva percepito lo sguardo tra i due fratelli. Appoggiò Marco, “giusto,

ma non basta. Scandagliamone gli archivi, va trovato un punto preciso per spostare l’equilibrio. Non possiamo mettere un’enciclopedia, deve essere un aculeo; semplice, quasi banale, invisibile. Come un ago inserito nel punto esatto, anche lontano dal male, che fa poi lavorare il corpo”.

Tanti anni a lavorare con i cinesi, …

Questo concetto era chiarissimo a Giovanni. wúwéi (), lasciar essere e non agire. Una forma di ordine. Ma così diagonale.

Si mosse a disagio.

Jack incrociò il suo sguardo, sembrò capire. “Un colpo diretto, altro che ago!”

“Deve essere il punto preciso, perché poi tutto si metta in movimento”, ribadì Xuan,

“Scusa Xuan, dobbiamo colpirli forte”, disse allora Jack, “quei bastardi!”

“No, Jack. L’efficacia non sta nel colpire forte. Se lo facciamo si vede, potrebbero contrastarlo, impedire che si propaghi, neutralizzarlo.

Non possiamo sottovalutare la loro forza. Dobbiamo agire sugli snodi, devono sembrare sogni del leone, ma leggermente diversi. Ma poi si deve muovere tutto”.

Bo annuì impercettibilmente.

 

L’autorità coltivata in anni di studio e di passione si espandeva nella Stanza.

“Quel che basta”, aggiunse Marco, che aveva capito esattamente l’idea. Era un piano sensato. Al contempo, qualcosa in lui si ribellava. Nello stesso Occidente c’erano molteplicità, altre tradizioni, commistioni. Andavano mobilitate, non distrutte.

 

Prevalse Xuan.

Allora aprì un archivio olografico, testi, quadri, sculture, edifici, musiche, persino vestiti, oggetti minuti.

Marco allungò la mano ed estrasse una sezione dal prisma di forme colorate che avevano davanti. Era una specie di rettangolo, come un blocchetto di lego, o un faldone di archivio, ma liscio, colorato e luminescente. “Uno degli archivi che dobbiamo scandagliare è quello critico”.

Bo aggiunse, dispiegandone una parte, staccandola, “ed il marxismo sinizzato e decoloniale. Il marxismo orientale”. Le polemiche tra i marxismi risuonavano in lui.

Xuan, poggiò sul tavolo un’altra parte del prisma, con un gesto netto lo aprì e questo si allargò su tutta la superficie, sembrava muoversi, era pieno di immagini, di suoni, di scritte e parlava nella mente. “La questione del potere, quella dell’oppressione coloniale”. Zia Hese sembrò affacciarsi. Rispettare il mandato.

 

Guǐhún 鬼魂, si consultò con Giovanni, poi quasi freddamente, disse, “queste sono tutte cose giuste. Ma sono astratte. Poi esterne. Bisogna andare al pratico, allo sfondo”.

Lo guardarono.

Daohan ascoltava con attenzione.

“La secolarizzazione si è prodotta una prima volta in Occidente sulla base di strutture di pensiero e pratiche concrete che non esistevano nel vuoto. Ma dentro bisogni ed esigenze di sfruttamento di quel mondo che si apriva alle ’scoperte’ e ai commerci ineguali tra Quattrocento e Cinquecento”.

Daohan pensò alla storia di Shanghai, annuì.

Anche Jack concordava. Con tono aspro disse, “noi siamo andati ovunque. Abbiamo fatto a pezzi tutto. Li ho costretto a regalarci le cose e poi ricomprarle a carissimo prezzo. Ho punito chi non lo faceva”.

Giovanni, con la medesima voce, di Guǐhún 鬼魂, ma un’intonazione diversa, aggiunse “sicuramente. Ed è ancora così. La ragione Occidentale è strettamente connessa con questo circolo.

Quello del denaro. Il denaro ha un’anima, lavoro morto che, come un vampiro, succhia le vite”. Pensò alla Fondazione, la sua creatura ora diventata un mostro senza testa, il cui unico Dao era il denaro, o il valore-emozionale. La sua creatura che era stata catturata.

Jack riconobbe in un lampo le parole di Jonathan. Oggi lui era qui, “tutto per gli sporchi, bastardi soldi”. Strinse i pugni fino a far diventare bianche le nocche.

 

Iniziarono a discutere.

Marco voleva partire dalla fisica, Aristotele, e poi Galileo, finalmente Newton. Ad un certo punto si alzò di scatto, “se non colpiamo lo spirito della loro fisica, la gerarchia della matematica, la sua idea di tutto, restiamo sui sintomi! Non andiamo davvero in fondo”.

Giovanni lo guardò, sembrava sorridere, ma disse molto seriamente e molto lentamente, come in centinaia di Consigli di Amministrazione a suo figlio, “è il denaro la fisica, Marco, questo è la gravità, crea lo spazio ed il tempo. Non c’è altro”.

Gli stendardi della Sala si riempirono di scritte, scorrevano velocissime, sembravano partite doppie, numeri fittissimi, e navi. Tempeste si sentirono all’orizzonte, e poi il rombo di cannoni, l’odore di polvere e salsedine riempì l’aria.

Prevalse la linea economica. Seguire l’interesse. Andare dove il denaro spande il suo odore di sangue.

Si guardarono, sembravano reali, ma sapevano di non esserlo. Ognuno non sentiva il peso del suo corpo.

 

Giovanni però era sia dentro che fuori, per lui il tempo aveva due velocità, se si fosse concentrato avrebbe potuto sentirlo scorrere lento nel giardino, altrimenti era sulla panca, sotto la luce verticale della Stanza. Lui era restato fuori delle capsule. La cosa provocava una tensione fisica quasi insopportabile, come se fosse scisso e duplicato, avanti e indietro. Il tempo si torceva su sé stesso e urlava nella sua mente.

Ogni volta che interveniva nella discussione doveva strapparsi dalla lentezza ed immergersi nel turbine, poi risincronizzarsi. Come se un’automobile, quelle della sua giovinezza con il motore che romba, puzza, sporca, dovesse passare tra due piste che ruotano, l’una dentro l’altra, a velocità diverse, e nel farlo dovesse evitare di capovolgersi.

 

Come se intuisse la sofferenza di Giovanni Xuan propose una passeggiata. Uscirono. L’aria fresca sulla faccia e l’odore leggero dell’aria del Nord li rinfrancarono.

Marco parlò per primo, “è proprio strano, sento il mio corpo, ma so che non esiste, posso toccarvi ma non ci siete”.

“Sì”, rispose Daohan “e non ho fame, non sete, ma, allo stesso momento posso mangiare. Quell’agnello era buonissimo, lo ho mangiato ma non esisteva. Sentivo il calore della carne, la sua consistenza, …

Potremmo impazzire qui”.

“Questo è il rischio, perdere il senso del reale. Adattarci ad un mondo nel quale potremmo vivere secoli, come dei. Non voler più uscire”, rispose Xuan.

“Fuori moriremo. Tutti, salvo lui” Jack indicò Giovanni, “qui possiamo vivere”.

Fece una pausa, cercava parole, “fuggire dal dolore”.

Tutti contemplarono l’idea, tornarono in silenzio alla torre.

 

Bo li richiamò.

Nel primo anno si divisero i compiti e passarono tempo a contemplare i dati e le sequenze storiche dello sviluppo del commercio triangolare, dell’espansione coloniale e dei relativi rapporti ineguali, quindi, finalmente, dell’ascesa industriale. Bo e Xuan e Marco spesso si riunivano a discutere, il nesso tra ragione e scienza non poteva essere buttato via così.

Si sentivano queste voci dalla stanza a fianco, a volte Marco alzava il tono, urlava persino. Non tutto si poteva buttare così.

Soprattutto Xuan era combattuta.

Giovanni sembrava spesso assente.

 

Dopo mesi nella Stanza, in una seduta collegiale Xuan, ruppe il silenzio.

“Hai ragione Bo”, disse “nasce qui. Naturalmente su premesse specifiche, religiose e secolari. Ma prende questa traiettoria che si vedrà bene solo a partire dal Seicento, partendo dalla ’libertà’ di Sepulveda enunciata nel XV secolo. ’Libertà’ nella quale, a ben vedere, domina il concetto di umano come strumento e come utilità”.

Marco si mosse involontariamente sulla sedia, era tutto vero, ma ... troppo semplice, troppo ben detto, scolastico.

Giovanni, si ricordò di María Esperanza Xólotl-Hernández che sposò nel 1950 un Mascali. Suo fratello Mario gli aveva parlato della sua solare bellezza.

Aggiunse, per distrarre la tensione, “vorrei ricordare questo breve testo, del poeta cileno Pablo Neruda che denuncia la Conquista spagnola come distruzione e saccheggio, celebrando la resistenza indigena e la bellezza naturale.

 

Invadono le isole (1493)

Gli sparvieri desolarono le isole.

E Guaranahì fu la prima

in questa storia di martiri.

I figli dell’argilla videro infranto

il loro sorriso, colpita

la loro fragile figura di cervi,

ed anche nella morte non capivano.

E quando il tempo fece il suo giro di valzer

il salone verde era svuotato.

 

Rimanevano solo delle ossa

rigidamente sistemate

a forma di croce, a maggiore

gloria di Dio e degli uomini.

 

Una lunga fila di volti riempì lo spazio. Muti, con i loro occhi vuoti, guardavano Jack.

Non riuscì a sostenerne lo sguardo, uscì dalla Sala con furia, e si avviò su per la montagna, da solo.

Lui sapeva come muoversi per ridurre il dispiego fisico, era capace di camminare in montagna sempre allo stesso passo, respirando ritmicamente, fissando il punto da raggiungere e mettendo un piede davanti all’altro. Sempre uguale, preciso.

Ma  ora. Sembrava di non avere peso, non sentiva sforzo, i muscoli erano qui, poteva toccarli, ma non sembravano funzionare in modo normale. Qualcosa era completamente sbagliato.

Camminò per ore, la montagna era bella, ma non c’era Tom.

 

Nella sala Daohan intervenne a questo punto, gli sembrava di vederlo e la Stanza in effetti lo mostrò proprio mentre lo diceva. Ricordava quando, nelle sere tiepide del suo amato Sud, una brezza leggera entrava dalle finestre, i mobili decò e le librerie traboccanti, Yuan Hua e lui discutevano. Con calma soave, le menti in contatto e quella sensazione del calore dell’altro appena lontano, poco. La tunica beige di Hua e la sua camicia scura a fare un giusto contrasto. Gli sembrava di sentire ancora il Baijiu artigianale di riso glutinoso che quella bottega vicino casa faceva così bene. Ambrato, in piccole ciotole blu, eredità antica della casa. Il sapore di miele e di frutta fermentata si legava con i dolcetti e le mooncake salate.

Come interpretando il suo ricordo un leggero odore dolciastro si diffuse nell’aria. Hua ricordava sempre le armi e i cacciatori, le navi, i porti e le piantagioni grandi come fabbriche e come queste organizzate. Tutte quelle miniere che si estendevano come metropoli divoratrici di uomini, anche i batteri e le malattie derivanti dalla concentrazione erano state Occidente. Fece una pausa, lo disse, per questo, aggiunse, si forma come mito e come pratica. Secondo una formula indimenticabile della sua amata: ‘La pretesa di ’essere’ e quindi, necessariamente, di designare come ’non essere’ ogni altro’.

Emerse dai suoi ricordi, come uscendo da un sogno, disse “quello che è accaduto alla cosmotecnica occidentale è che ha preteso essere unica forma legittima dell’umano. Questa è ancora trascendenza. Bisogna capire esattamente come l’ha trasformata,

è il punto da colpire”.

 

“Esattamente”, rispose Xuan, “una pratica violenta, anche oltre gli intenti - spesso non malvagi in sé - eppure per lo più invisibile agli agenti che la praticano e subiscono, che riduce tutti gli spazi a vuoto, tutti i tempi a passato”.

L’ascoltava, aveva ragione, ma Marco continuava ad essere a disagio, queste formule erano ancora troppo chiare, troppo ‘pulite’, in un certo senso erano contemporaneamente ‘vere’ ma mancavano il punto. Non sapeva ancora dire dove. In ogni caso, per ora e in questi termini, ‘critica della cosmotecnica che si pensa unica’, e non ‘della tecnoscienza in quanto tale’, poteva anche accettarlo.

Si mosse sulla panca, mise a posto il cuscino, si disse che ci avrebbe pensato.

Il primo punto era fissato. La libertà ed il possesso come cuore dell’umano.

 

Un uccello entrò nella sala.

Volava in circolo, non sembrava trovare la strada per uscire. Era confuso dai drappi e dagli specchi che spesso erano dietro di loro. Sembrò chiedere aiuto.

Xuan allungò la mano.

L’uccello si posò sul suo palmo.

L’anziana studiosa e l’uccello bianco si guardarono, sembravano parlare. Xuan fece un ampio gesto circolare con l’altro braccio, con la tunica larga.

Improvvisamente partì, e uscì dalla sala, dritto. Apparentemente passando attraverso il vetro di fondo, che mostrava un giardino. Quel vetro che sembrava un ostacolo invincibile.

 

Ore 23.05, primo giorno.

Giovanni, con uno sforzo che cominciava a logorarlo e richiedeva tutta la sua concentrazione, chiese alla Stanza di creare una bolla sospesa sul porto di Amburgo. Vi entrarono tutti. Le pareti vetrate mostravano a perdita d’occhio l’immane potenza della tecnica. Piattaforme a levitazione grandi come piccole città sulle quali nuvole di robot caricavano navi intere e ne smantellavano il carico, inviandolo con droni ipersonici direttamente alle destinazioni, aree residenziali sotto cupole, spazioporti, un brulicare di esseri ibridi, innumerevoli. Si intravedeva il pulviscolo di nanorobot controllati dalle IA, nessuno sapeva esattamente cosa facessero, ma erano capaci, si diceva, di entrare dagli occhi, le orecchie, la bocca ed il naso degli umani e incunearsi, fino al cervello. ‘Tuttocolonia’ stava, letteralmente, entrando sottopelle. Ogni cellula ne poteva essere piena.

 

“Usiamo bene il secondo anno-Stanza”, disse allora, “tutto corre”.

Bo prese la parola. Aveva scelto un vestito molto semplice, un pantalone a tubo, di cotone, di un colore spento, e una sorta di blusa, tono su tono, con colletto pechinese. Assomigliava ad un qipao, era chiuso in alto da un bottoncino marrone.

“Noi dobbiamo recuperare la lezione del marxismo, ma volgendo lo sguardo al mondo. È la radice di un albero maestoso, nella cui ombra Partito e popolo possono riposare”.

Fece una pausa, mentre tutti aspettavano per capire cosa volesse in effetti dire.

“Ma bisogna restare aperti alla stima per tutti, l’amore universale e l’osservanza della giusta frugalità. Seguendo la lezione delle mille scuole”.

Xuan sorrise, ed attese,

“Non dobbiamo sostenere e respingere nulla, ma seguire ciò che è giusto”, continuò,

“la Ragione occidentale non fa questo, respinge molto e segue solo ciò che ritiene utile.

dobbiamo capire come si forma”.

 

Giovanni ora aveva inteso, guardò Bo perplesso, gli aveva appena dato fondamentalmente dell’uomo volgare. Ma il profitto che aveva perseguito in fondo per tutta la vita, o forse, si disse, dal quale era stato ‘abitato’ non era necessariamente estraneo alla giustizia. La Fondazione aveva cercato di tenerli insieme. Quella Fondazione che era stata creata da Mario.

Guǐhún 鬼魂, aprì nuovamente il suo vasto archivio. Giovanni aggiunse, con una voce che si faceva incerta, e suonava stranamente lenta, “anche se i motti di Confucio che tu Bo hai citato sono ingiusti”, fece una pausa per guardarlo, “è vero che per noi occidentali essere liberi significa possedere. Io ero molto libero per tutti, secondo tutti, non ero costretto. Ma era completamente falso”.

La sofferenza per restare sincronizzato con questo tempo accelerato, ignorando la lentezza si fece maggiore. Affondò per un attimo nel tempo lento. Fu un attimo, ma nella Grande sala passarono tre minuti.

Lo aspettarono.

“Ero il più costretto, posseduto da un mostro, insaziabile, eterno. Costretto a cercare sempre altro sangue, ancora ed ancora. La maledizione era che più mi ritraevo, più cadevo. Questa maledizione europea non è ignota altrove”.

Si girò verso Bo, “ci cade anche la Cina, ci cadono tutti, a qualche livello. Ma ciò che ci deve interessare è che questa mossa, che si vede ovunque a saperla guardare, ha una caratteristica: designa di per sé ogni universo ’altro’ a spazio tributario, sia periferico sia esotico. Terrazza il mondo in diversi gradi di sé stesso.

la Cina non è estranea a ciò”.

Fece nuovamente una pausa, come se gli costasse uno sforzo enorme. Come se fosse andato in qualche altro luogo e, con energia erculea, fosse tornato: “noi vediamo sempre e solo l’identico, ovunque”.

Continuò, dopo altri due minuti, prese fiato, “potremmo forse dire così, una formula liscia che conoscete: il diventare ‘Occidente’ del mondo è proiettare”,

respirò,

“quel mito che immagina lo ’sviluppo’ come modello unico,

seguito dall’Europa”.

Bo aggiunse, “fantasticato dall’Europa”.

“Certo, ce la siamo inventati”.

 

Tutti lo guardarono, Marco e Andrea non avevano mai visto il padre così. Era sempre stato forte e sicuro, anche prima. Sembrava sempre fare ogni cosa con naturalezza sovrumana. Ora, invece, sembrava come se tremasse, oscillasse. Come se sprofondasse ogni tanto.

 

La Stanza, guidata da Guǐhún 鬼魂, mostrò la storia dell’espansione europea nel mondo, i fatti, i numeri, le persone, ogni evento, ogni luogo.

Marco, distogliendo lo sguardo dal padre, intervenne a questo punto alzandosi in piedi. Attraversò la sala, proprio mentre Jack tornava. Lo vide e andò alla grande finestra, guardò fuori sulla valle. Un tortuoso fiume si allungava pigramente.

Poi si girò e disse, “no, scusate. La Ragione non è certo solo Occidentale, ma storicamente, per ragioni diverse, è qui che ha raggiunto una chiarezza mai definita”, alzò con la mano, dal pavimento, tutta la matematica, la fisica, i modelli, grafici, funzioni, bellissime, e poi, in un crescendo, gli strumenti scientifici, a partire dal XVII secolo, gasometri, pompe ad aria, bilance chimiche, cicloidi, … la sala ne era piena.

“È questo che ha guadagnato l’innalzamento tecnico dell’uomo su una scala mai vista prima.

Ciò salva

oltre che distruggere”.

 

“Hai ragione, la tecnica è un pharmakon”, disse Xuan, “rimedio e veleno insieme”.

Come se gli costasse uno sforzo fisico enorme, anche Giovanni rispose, “è vero, ma se salva e distrugge nello stesso momento. È come se corresse sulle rovine, con le ali spiegate, dobbiamo capire meglio da dove viene questo vento che la trascina”. Con un tono triste, aggiunse, “la Fondazione non voleva creare le ‘piantagioni umane’ ma la tecnica è andata qui. Lo ha fatto da sola?”

‘o gli ho dato una spinta’? si chiese.

Giovanni, mentre rallentava di nuovo, si rivide nella veste del brigante, ‘ma io non volevo esserlo’, protestò con sé stesso. ‘I briganti sono Toscani, Bayle, che hanno rubato la mia opera’.

Incrociò lo sguardo di Jack mentre affondava.

 

Andarono a mangiare, su una grande tavolata posta sulla sommità di una torre, c’erano grandi piatti dell’Asia centrale. Yang Rou Chan, spiedini di agnello al cumino, pane nan, yogurt acido. Marco chiese una bottiglia di vino rosso, un Tiglianello. Lo assaggiarono anche gli altri.

Jack terminò con il suo bourbon.

 

Bo li richiamò, “il tempo corre, cerchiamo di stare al punto. Quale è la radice della Ragione, e cosa perde? Cosa guadagna lo sappiamo”, guardando Marco.

La Stanza fece comparire in quel momento un esile vecchietto, appoggiato ad un bastone con il manico di avorio, aveva una parrucca incipriata leggermente fuori moda, ed era vestito con una cura puntigliosa. Non priva di eleganza. Si presentò con un leggero inchino, un vago sorriso, gli occhi vispi e intelligenti.

“Saluto questa bella adunanza”, disse, e subito dopo, “ho sentito i vostri dubbi, li comprendo, ma bisogna, signori, saper porre un movimento dell’Essere che sia necessario e che abbia insieme in sé il telos per condurre l’umanità fuori da quello ’stato di immaturità che è da imputare a sé stessa’”.

Aveva una grande autorità e l’aria di chi sa di averla, ma anche una sorta di esitazione, di incertezza, di dolore, persino. Grandi eventi erano sulle sue spalle. Un’aria rarefatta, leggerissima, promanava da lui. La luce stessa, sembrava piegarsi, si formavano come dei reticoli, esattissimi.

 

Xuan era come attonita.

Jack sbottò subito, “queste parole. <Portare l’umanità fuori della immaturità>! È quel che dicevano sempre le IA, erano sempre per il bene. <Distruggi quella piccola comunità nei boschi>, <registra il loro dolore>, <provocalo, sarà di esempio>. Oppure, <quel filosofo sta distruggendo l’Ordine, l’umanità ha bisogno che venga eliminato, fallo tu>. Io l’ho fatto sempre. Ma, no, non raccontate ancora e sempre queste favole. Queste bugie bastarde. Tutta una vecchia storia. È solo per potere”.

L’omino lo guardò perplesso, “non so, signore, di cosa lei stia parlando, ma ammetto che qualche volta la missione civilizzatrice richiede sacrifici”.

Jack lo guardò con odio, mosse un passo verso di lui, ma poi riprese il controllo, il reticolo di luce lo circondava. Non aveva senso litigare con un fantasma. Qui non c’erano corpi, nulla da colpire.

Lo guardò però freddamente, e gli disse,

“per il bene, il progresso e la civiltà, io ho ucciso centinaia di vecchi come te.

E di bambini.

Non raccontare”

Si interruppe e si spostò verso il fuoco, volgendo la schiena.

 

Marco si fece avanti e si mise a parlare fittamente con il vecchio. Si allontanarono passeggiando. “Pensare a categorie a priori, tempo, spazio, causalità, è potente, ma arbitrario”, gli diceva.

“No, è razionale, non è possibile senza la successione, la causa e l’effetto, l’estensione, collocare gli oggetti di pensiero”, rispose il vecchio.

Marco lo guardò, la semplicità di questa logica lo attraeva, era così economica. “Ma, è solo un punto di vista. Il tempo è relativo non assoluto, così anche lo spazio. Si codeterminano”, rispose.

Il vecchio era perplesso, non riusciva a capire il punto posto da quel fisico che aveva circa la sua stessa età, ma veniva da un altro mondo.

“Vede, signore, quel che dice non è possibile, anzi, dirò di più, è immorale”. Questa conversazione iniziava a seccarlo. “Ciò che è irrazionale è anche immorale”, aggiunse.

Marco avrebbe potuto mostrargli gli esperimenti cruciali che mettevano in dubbio lo spazio newtoniano, base fattuale della sua logica, ma non riuscì a trattenersi, “chi decide cosa è razionale, e chi ne è portatore?”

“Ma gli uomini, ovviamente”, rispose il vecchio con un moto di sincero stupore.

“Quali uomini, tutti?” insistette Marco.

Gli altri li guardavano curiosi da lontano.

“Bhe, signore, ovviamente gli esseri umani civilizzati. Chi altri?” rispose.

 

Mentre Jack restava seduto sulla panca, guardando fissamente il fuoco, la luce nella sala cambiò. L’ordine mutò, obliquo.

Apparve un uomo sui cinquanta anni, bruno e tarchiato, non alto, quasi trasandato, vestito di scuro. Ma, stranamente, imponente. Si avvicinò lentamente, camminando come se pensasse. I suoi occhi scuri si incrociarono con quelli blu chiari dell’altro uomo. “Buongiorno, signore”, disse, rivolto al primo, “ammiro moltissimo il coraggio della Sua opera”, aggiunse,

“ma questa barriera tra il conoscibile e l’oscuro è un’astrazione di cui non vedo la necessità, il mondo è una totalità”.

“… che non possiamo conoscere in sé stessa”, rispose l’uomo incipriato, con calma e quasi senza muoversi.

L’uomo tarchiato si prese qualche secondo e rispose. “Se non potessimo conoscere il mondo, in alcun modo”, cercava le parole, con calma, senza alcuna fretta, guardando avanti a sé, “allora, Dio ci avrebbe ingannato”. Continuò, dopo una pausa, “propongo questa altra idea,

lo Spirito del mondo è un divenire, mai identico”, … cercava la parola giusta,

“scorre e si fa”,

dopo un attimo,

 “ma no, non può essere senza senso”, concluse.

 

Tutti si fermarono ad ascoltare. La Stanza creò un ambiente soffuso, pulito, completamente privo di asperità, chiaro e dal quale, se si fosse voluto, si sarebbe potuto vedere ogni angolo del pianeta, ma solo dall’alto.

 

Erano ora l’uno davanti all’altro, a circa due metri di distanza, nulla li separava se non lo spazio, ma la luce della stanza faceva tra loro degli strani vortici,

quasi invisibili.

“Lei ha ragione, signore, …”, anche l’anziano con la parrucca parlava con precisione, ma più rapidamente, “ma il senso lo diamo noi, avendo le categorie che la provvidenza ha instituito in noi,

come esseri umani”.

Aggiunse, “in linea di principio instillato in ogni essere umano”,

lo guardò direttamente,

“accessibile se adeguatamente istruito

e libero”.

 

“Ma così, …”

l’uomo scuro era a disagio, conosceva benissimo quell’argomento, ci aveva lavorato a lungo sopra, ma sentirlo enunciare così, da quella bocca, in quel modo, era difficile, “… così alla fine è tutto già dato, tutto scritto, fatto,

solo da riconoscere”.

Fece un ampio gesto, insolito per lui, una sorta di quadrato nel vuoto,

“geometrico”.

 

“Sì”, rispose l’esile vecchietto, “come deve essere”,

“è giusto lo sia, è morale,

è etico,

corrisponde alla forma del mondo e lo esprime”.

 

“Io credo che sia altrimenti, il mondo è movimento, è lotta, è dolore, poi compimento, infine pienezza”.

Fece una piccola pausa, e poi concluse,

“Giunge alla pienezza tramite la contradizione, la lotta”.

Napoleone occhieggiava dietro le tende.

 

Xuan guardò con dolore questa scena. La Stanza mostrava contemporaneamente le immani distruzioni, i milioni di morti, la ritirata dalla madre Russia, Iena, l’orgoglio prussiano, il bisogno di essere in un mondo difficile. Lo slancio che queste sistemazioni produssero. Forse soprattutto, subito dopo la pace post-napoleonica, l’immane espansione del colonialismo e degli imperi Occidentali nel mondo.

I milioni di morti.

Scorsero, la Stanza mostrò,

i volti.

Una cascata infinita di volti, traboccante. Tra gli altri, zia Hese, Manouchian, Nabil El-Khatib, Thabo, Kondiaronk, Tom. Onde di dolore strazianti.

 

Per l’uomo più giovane la storia era andata ’da Oriente ad Occidente’, per cui, secondo le sue stesse parole, ’di contro al diritto assoluto che egli possiede per essere il portatore attuale del grado di sviluppo dello Spirito Mondiale, lo spirito degli altri popoli non ha diritto alcuno’.

Lo enunciò.

 

Xuan attraversò la sala e disse, trionfante, “ecco il deragliamento”.

Marco la guardò, attese.

“Tutto ciò ha, insomma, una lunga storia, profonde radici, ma vede la luce quando la periferica Europa si fa mondo e si confronta da vicino con l’altro da sé. Tuttavia, negandolo come ’altro’”.

Intervenne allora, gli sembrava che fosse il punto. “Questo,” disse lentamente, “questo lo posso accettare”.

Completò, “in sostanza è per questo che, alla fine, si perviene ad un totale pienamente razionale. È la premessa del controllo totale che le Sentinelle si sentono autorizzate ad imporre”.

Bo, concluse, “ecco, esattamente. È questo che va portato a termine”.

Marco replicò e aggiunse subito, “questo eccesso, che è a ben vedere non razionale, esprime il bisogno e la paura dell’Occidente. Lo scivolamento di un generoso tentativo”.

Guǐhún 鬼魂, silenzioso, registrava ogni gesto, ogni parola, ogni vibrazione.

Il secondo punto era fissato. La Ragione come maschera del colonialismo.

 

Ore 8.15, secondo giorno

 

Il terzo anno, nel mondo reale erano passate diciassette ore. Erano quindi nel secondo giorno dall’attacco, Bo teneva i conti costantemente, la Stanza poteva ricevere e trasmettere informazioni dall’esterno. Il Jìngyǐng Bù non segnalava attacchi imminenti, ma il tempo correva. Chiese alla Stanza di impostare un calendario serrato, serviva ogni aiuto possibile. In primo luogo, consolidare i punti. Poi le conseguenze, quindi trovare la tecnica, un Qi dotato di un diverso Dao.

Si materializzò un altro spettro. Il sistema aveva scavato nelle memorie dei protagonisti, le quali erano squaternate davanti e sé. Aveva anche scandagliato gli archivi, e ricostruito una personalità che riteneva fosse utile in questo momento.

 

Fece arrivare Yuan Hua.

Xuan lanciò un grido di sorpresa.

“Mamma!”

Daohan era impietrito.

Non c’era un vero e proprio corpo, ma Xuan ci si tuffò dentro egualmente, piangendo. Mamma, mamma, mamma.

Non credeva ai suoi sensi.

Hua si lasciò abbracciare dalla figlia e dal marito.

A lungo.

Poi asciugò con cura le lacrime della figlia. Era così strano, si guardarono a vicenda, lei ora era così giovane, molto più della figlia. Quella mattina in Canada la banale violenza dell’Occidente l’aveva raggiunta. Un incidente strano, stupido. Era ferma ad un posto di blocco, si era chinata a prendere un fascicolo che era caduto, di scatto. Pensava ad altro. Le spararono.

Ora la figlia, che era davanti a lei aveva quasi trenta anni più di lei. La guardò, così bella.

Disse, dolcemente, “non abbiamo molto tempo, vero?”

Xuan annuì.

 

“Ho visto cosa avete fatto, tu e tuo padre, e Bo”.

Li guardò tutti, poi dopo una pausa disse, “sul vecchio avete ragione, ma c’è anche di più”.

“Questo che abbiamo visto è il nucleo, di una trascendenza generosissima, eroica e perfettamente benintenzionata, ma in qualche modo perversa. Della ’Mitologia bianca’ che ha fatto di sé la modernità, però restando profondamente e radicalmente antica”.

Continuò, “ad esempio, Sepúlveda, che da grandissimo intellettuale umanista rappresentava in sé l’epoca, disse chiaramente che la guerra contro gli ’indios’ era ’giusta’ perché questi erano e sono naturalmente traviati, come ancora oggi siamo noi cinesi per l’Unione Nordamericana, e perché in ultima analisi tutto quel che si fa, il dominio stesso, è per il loro/nostro ‘bene’”.

“E poi”, aggiunse, “la cosa forse più importante. Se si guardano gli atti”, sorrise a Guǐhún 鬼魂 che non aveva mai conosciuto, ma che ora gli era chiarissimo,

“che sono qui.

Leggendoli, si nota che la vera ragione per la quale i popoli degli Atzechi e Maya, i Mexica, non erano sviluppati, e quindi meritavano che gli si facesse guerra, non era che non erano in grado di avere una tecnica (o una loro ’cosmotecnica’)”.

 

Guǐhún 鬼魂 li portò in un grandioso volo sopra le città Atzeche, disse, ’erano di gran lunga più grandi e sotto tanti profili più avanzate di quelle europee, Valladolid nel 1500 aveva 15.000 abitanti, Siviglia ne aveva 50.000, aveva strade strette, chiese gotiche e costruzioni in mattoni, Tenochtitlán, aveva tra 200 e 300.000 abitanti, era grande come Pechino, costruita su un lago con canali, acquedotti, piramidi altissime, aveva orti botanici e grandi palazzi, ogni giorno riceveva 60.000 visitatori’.

Andrea non riuscì a tacere, “trecentomila abitanti?”

“Presume un’organizzazione straordinaria con i mezzi tecnici del tempo”, aggiunse Giovanni, che era riemerso ma si sentiva sempre come soffocare, pur restando ostinatamente abbarbicato alla simulazione grazie alle risorse del suo amico.

 

Bo, aveva ascoltato tutto con attenzione.  Commentò, “indubbiamente. A quel tempo solo Pechino era così grande, ed ovviamente era avanzatissima sia sul piano sociale e filosofico, sia organizzativo e tecnico”.

… “il sistema dei mandarini”, lo interruppe Xuan, con un sorriso.

“Certo”.

 

Continuò Hua, “la ragione per la quale secondo gli spagnoli erano ’sottosviluppati’ è infatti completamente diversa, come dice lui stesso:”

La Camera lo fece parlare,

<Tuttavia, d’altro canto hanno costituito una loro ’cosa pubblica’, dove nessuno possiede individualmente, né una casa, né un campo di cui possa disporre né lasciare in testamento ai propri eredi, perché tutto sta nelle mani dei loro signori, che con nome improprio chiamano re, al cui arbitrio vivono più che al proprio, legati alla loro volontà e capricci, e non alla propria libertà, e il fare tutto questo non oppressi dalla forza delle armi, ma in modo spontaneo e volontario, è un segno certissimo dell’animo avvilito e servile di questi barbari […] Tali sono insomma l’indole e i costumi di questi omuncoli tanto barbari, incolti e disumani, prima dell’arrivo degli spagnoli>.

 

Jack si vide passare davanti agli occhi la comunità di Tom sugli Appalachi. I volti che spesso venivano a visitare i suoi sogni erano ora di nuovo qui. Si mise le mani sugli occhi, ma era inutile, a vederli era la sua mente.

 

Yuan Hua terminò, “chiaramente Sepúlveda giudicava essere il fondamento della barbarie, come oggi loro reputano essere quella Russa o Iraniana, o Cinese, non già la superiorità o inferiorità tecnica, quanto il modo non individuale di stabilire le relazioni sociali. Sia con le persone come con le cose”.

“Si può dire, insomma, che l’accusa è di non avere proprietà privata”, commentò Xuan.

“Sì, esattamente”.

Guǐhún 鬼魂 riaprì l’archivio.

Jack fece un lungo lamento trattenuto di dolore.

Yuan Hua aggiunse, “la stessa identica accusa è quella che un secolo dopo sarà avanzata verso i nativi del Nord America, i Wendat e gli altri. Con le parole dell’umanista spagnolo, ut nihil cuiquam suum sit, e quindi libertà soggettiva, suae libertati, capace di opporsi ai signori, se del caso”.

 

L’anziano signore incipriato, si era seduto sulla tavola e sembrava assorto a mettere in ordine con precisione le posate, tutte esattamente alla stessa altezza e parallele.

Si riscosse e alzò lo sguardo. Aveva in effetti ascoltato con crescente disagio, soprattutto aveva visto, quindi proruppe, “ma se l’uomo non è capace di agire secondo la Ragione dentro di sé,

se resta soggetto ad altri, senza scegliere, allora che uomo è? Assomiglierebbe a quelle scimmie che si dice vivano nel profondo Sud, nelle selve africane”.

Si alzò con un certo impeto e si avvicinò al fuoco che ardeva in un angolo dell’ambiente. Aggiunse, dopo una pausa di riflessione nella quale sembrava averlo osservato, mentre il calore si diffondeva nella stanza,

ma a questo punto lentamente, con un controllo di sé recuperato, “potremmo concedere che sia umano, ma prigioniero, ausgang, immaturo. Quindi dobbiamo aiutarlo.

Voi non sembrate capire che il vasto ed oscuro mondo, senza Ordine, deve essere ricondotto alla luce”.

Concluse, “questa è l’emancipazione”.

Prese un ciocco di legna e lo buttò nel fuoco con energia, una grande quantità di scintille si levarono nell’aria.

 

Tutti lo guardarono.

Königsberg sembrò a tutti così piccola.

 

Daohan era vicino ad una finestra, si voltò e completò il concetto, “se si va nella direzione che ci ha indicato, signore, tutti dovrebbero seguire la medesima strada. Questa coinciderebbe con lo sviluppo dell’umano stesso. Tutti dovrebbero adottare le stesse istituzioni e le medesime cosmotecniche”. I suoi antenati parsi e quelli han stavano parlando attraverso di lui.

Il vecchio rispose immediatamente, alzando la voce in crescendo, “certo, che altro?

Non vedete quanto sviluppo si è dato in così poco tempo? Come ci siamo liberati, come la Ragione e la Luce si sono liberate dell’oscurità e della superstizione, dei roghi, delle streghe, della miseria, la fame, la peste, che hanno sempre afflitto l’umanità?

Questi sono fatti universali e propri della natura umana”,

Marco lo guardò, questo era comprensibile.

Per la prima volta il vecchio mostrava una passione che teneva costantemente a freno, ma che, evidentemente, sempre ribolliva dentro di lui.

L’uomo scuro annuiva mentre disegnava cerchi sulla cenere del fuoco che era caduta a terra.

 

Yuan Hua, sorrise, e disse solo, “quindi, le vittime sono colpevoli di aver costretto il riluttante liberatore ad esercitare la violenza,

in quanto avrebbero potuto riconoscere da sole che la verità gli veniva incontro benevola. Sono colpevoli e per questo devono sacrificarsi,

giusto?”.

Si sentì distintamente un sospiro, proveniva dalla direzione di Jack, che sembrava estraneo alla discussione, ma ascoltava.

 

Andrea aggiunse, “c’è anche un’altra dimensione, il grande movimento di cui noi occidentali siamo così fieri, e che pensiamo come razionalizzazione, come dominio del logico, della matematica, persino. Cioè lo sganciamento dal senso religioso …”

Marco completò la frase del fratello, “… tutto questo, in realtà incorpora in modo bastardo un senso religioso più profondo perché non visto”.

Yuan Hua, alzandosi dalla sedia, confermò, “esatto Andrea. Determina uno sradicamento che usa e corrompe, ad un tempo, le strutture del cristianesimo, alla fine lo trasforma in capitalismo, facendo prevalere norme e pratiche funzionali sulle relazioni sociali”.

Andrea la guardò, aggiunse “per cui si può dire che quelle ’tendenze autodistruttive’ di cui Jack hanno sperimentato la forza, e distruttive che hanno colpito Mbali, non sono delle aggiunte ai potenziali spirituali positivi, perché critici, dell’Occidente, ma ne sono il codice?”.

 

In fondo alla Sala, acquattati vicino al camino, Jack e Giovanni ripensarono alle loro vite. Diversamente e identicamente infelici, aspre, violente e incomplete.

Il tempo, però passava, e Giovanni si sentiva anche e contemporaneamente seduto sulla panchina nel giardino a Shanghai, fermo, mentre tutto gli scorreva intorno.

Marco, che intravide lo sguardo di suo padre, intervenne a questo punto, cercando di ricondurre la discussione ad un a conclusione, la sofferenza che vedeva era troppo grande. “Dobbiamo tornare alla piega, e decidere come inserirvi un cuneo”.

“Si, Marco”, rispose Giovanni che centellinava le forze, partendo lentamente, da lontano, ed accelerando, disse “un sussurro, appena udibile, ma capace di toccare. Lo spirito del capitale, il funzionalismo. Poi l’individualismo liberale la logica dell’Uno.

Capace di agire contro il cuore della Fondazione, in effetti”.

Ci fu un attimo di silenzio.

 

Daohan, aggiunse “quel che bisogna ottenere è di restare entro l’umano,

il Codice occidentale alla fine immagina sempre il soggetto come individuo separato, ma non lo è”.

Terminò Xuan, “ed il ’tempo’ non è il piano liscio immaginato geometricamente dalla scienza inglese del Seicento. Piuttosto, una crescita, un circolo, una parentela”.

“Una parentela. Forse questa è la chiave”, disse Yuan Hua.

“Dobbiamo riportare l’economia del dono e la pienezza che viene dalla debolezza,

dalla finitudine”.

 

Da qualche minuto Daohan si era messo a cucinare in una pentola di bronzo dell’Hongshao con maiale a cubetti, l’odore di cannella e zenzero invasero la sala.

 

Sentendo questo odore, che ricordava la vita fuori della Stanza, Giovanni improvvisamente e senza alcuna ragione rispose, con un sussulto “dobbiamo tornare a quel che Mario aveva capito”.

Gli cadde addosso quel che aveva cercato sempre di non vedere. La sua ricerca costante di una soluzione tecnica aveva aperto le porte che si stavano chiudendo sull’uomo.

Il terzo punto era fissato. Oltrepassare il codice religioso del moderno significava restare presso ciò che è parente. Shi e li.

 

Ore 16.00, secondo giorno

 

Bo si sincronizzò con il Jìngyǐng Bù. Erano passate altre otto ore, quindi i loro corpi esposti erano nel medesimo secondo giorno. Qualche vibrazione nei sensori periferici lasciava pensare a movimenti, forse una squadra si stava avvicinando, lentamente, dal confine del Tibet. Mandarono agenti ad intercettarla, ma discretamente, non bisognava mettere in allarme la SVA prima del tempo.

Disse alla Stanza che al massimo potevano avere ancora sedici ore, poi la casa di Shanghai andava evacuata, e prima dell’arrivo bisognava che l’azione fosse compiuta. Significava meno di due anni in tempo accelerato.

“Dobbiamo fare presto”, Bo irruppe nella stanza comune, “abbiamo focalizzato il ruolo della libertà e del possesso, la connessione con questa della Ragione e la sua intima relazione con il colonialismo, ed il tono religioso che promana da queste trascendenze bastarde,

va benissimo, ma ora serve conclud…”.

 

Jack si alzò e nervosamente interruppe Bo, “tutto questo non serve a nulla, ho ascoltato con attenzione ed ho capito poco”,

fece una pausa, cercando il modo giusto di esprimersi, “è tutto maledettamente più semplice.

Solo la pura, semplice violenza. La bastarda, semplice, eterna, violenza. La stessa vecchia storia”.

Era alto, quasi un metro e novanta, malgrado l’età era ancora forte, muscoloso, agile. Guardare la sua faccia semplice, la barba rossa e gli occhi verdi, freddi, diretti, poteva fare paura a chiunque. Ma Jack era diretto. Lo era sempre stato.

La violenza era la verità, per lui.

 

Giovanni non parlava da molto tempo, era torturato dal ricordo del dolore per Alessandra e dalle azioni che aveva compiuto in quel turbine,

si alzò e disse a Jack, con enorme concentrazione e fatica, portandosi davanti a lui, a mezzo metro, dal basso verso l’alto ma frontalmente, direttamente.

“Hai ragione.

Il cerchio si chiude solo se capiamo dove scatta la violenza, se no è teoria”.

Guardò questo strano essere, che non capiva, la cui parte umana era nata quaranta anni prima di lui. L’essere che aveva cercato di uccidere. L’uomo che lo aveva aiutato. La voce uscì strana. Lenta, bassa, quasi dolce.

“La teoria è un vecchio trucco, tante parole per chi non corre rischi. È al sicuro”. Jack l’aveva pronunciata pensando ai tanti che venivano da luoghi protetti, armati di parentele illustri. Vincenti.

 

L’accusa era rivolta in pratica a tutti i presenti.

Giovanni la sentì su di sé. Xuan si ricordò di Yucheng e ne fu particolarmente colpita. Il karma andava riscattato anche per lei.

 

La Stanza fece sparire il pavimento, tutti si ritrovarono in una pianura dello Yucatàn, disboscata da tempo, piccoli campi coltivati si distribuivano intervallati da zone boscate, passando dall’alto videro delle nah abitate, sparse, con tetti di paglia e pareti di fango. In una radura un poco più grande era un grande albero.

Yuan Hua le vide per prima e lanciò un urlo strozzato. Forse venti donne, alcune nude altre vestite con la loro tunica corta e nastri colorati, erano impiccate e pendevano dai rami. Ai loro piedi erano legati bambini di varie età, che pendevano a testa in giù.

Un capitano e dieci soldati erano accampati a una cinquantina di metri di distanza e bevevano mangiando. Tra loro e le donne erano disseminati dei seni tagliati.

Avvicinandosi sentirono Pedro de Zurita, il capitano, dire a Alfonso Aragona, “Al fin, aquella india marcada con el huipil bordado confesó dónde habían escondido el oro”.

Alfonso rispose, dopo una risata sguaiata e asciugando la barba dal vino rosso, “Mas fue menester tiempo; ni aun lo que hicimos a las otras la convenció”.

Il monaco che era con loro intervenne nella conversazione, “Cierto es, gente obstinada y sin Dios. No entienden que estamos aquí para salvar sus almas”.

Il capitano assentì. “Por ventura, Jerónimo las bendijo antes de ahorcarlas”;

Il monaco era soddisfatto, “ahora podrán salvarse. Sí, hoy hemos llenado la casa de Dios”.

L’oro come movente immediato, la fame che Kondiaronk vedeva ovunque, come Las Casas, ma anche altro.

Jack era rimasto indietro, non poteva vedere queste scene perché erano le medesime che aveva fatto. Si vide nel capitano.

Poi si mosse.

A piccoli passi si avvicinò all’albero, cadde a dieci metri di distanza e strisciò palmo a palmo fino ad essere sotto i suoi rami.

L’erba era intrisa di sangue e ne sentiva l’odore.

Improvvisamente si mise a piangere.

Si alzò in ginocchio e stese la mano per toccare la mano di un bambino, aveva forse cinque anni.

Tutti restarono distanti, in silenzio.

Quella sera nessuno parlò.

 

L’Europa aveva pensato di avere questo diritto, e lo aveva esercitato infinite volte. Ancora e ancora. Lo aveva fatto in tutte le periferie del mondo nei Trenta. Era stata fermata, ma aveva rivolto la sua furia sulla natura.

“Cosa alimenta questo cuore di tenebra?” Chiese come a sé stesso, Daohan.

“Il possesso”, rispose Giovanni. “L’idea che la Verità può essere posseduta, come le cose, manipolata anche, che tutto sia cosa, legge”.

Yuan Hua aggiunse, “sì, e la disumanizzazione di ogni altro. Ciò che non è umano può essere considerato strumento, distrutto, manipolato e sfruttato, restando innocenti”.

 

“E’ l’innocenza del cuore che lo rende tenebra”, rispose Daohan.

Guardiamo alle stragi delle nostre guerre “umanitarie”, o “difensive”, quelle del nostro secolo ormai al tramonto. “Nell’enormità di questi crimini, che il mondo non dimentica, c’è un metodo”, continuò, “è lo stesso: oro e disumanizzazione”.

“Quando è sfidato l’Occidente si sente sempre con Dio, dalla parte del Vero, della Civiltà, del Giusto”.

“È vero, noi abbiamo sempre la ragione, siamo la civiltà, portiamo il progresso”, aggiunse Marco.

“Qualunque sia il prezzo”, concluse Jack.

 

Tutti al servizio del nulla, come erano stati loro, Giovanni e Jack.

Si guardarono.

Il quarto punto era fissato. La radice della violenza è nell’innocenza.

 

Ore 24.05, secondo giorno

 

Era ora mezzanotte, iniziava il terzo giorno, quello pericoloso. Tutto era compiuto. Il senso era stato ricostruito, ora serviva lo strumento.

Andrea si mise al lavoro con Marco. Come codificare in linguaggio matematico “parentela verso possesso”, e “finitezza verso innocenza”? E che forma dare al virus, quanto doveva andare a fondo?

Per Andrea era necessario andarci molto, “dobbiamo colpire il cuore, disarticolare completamente la logica di sistema che l’Occidente ha sviluppato, da Galileo in poi”, disse in una riunione di progettazione preliminare.

Marco era in completo disaccordo, “sarebbe un grave errore, Andrea, la scienza dell’Occidente ha liberato tante energie, non dobbiamo distruggere tutto, ma toccare l’eccesso di sicurezza, la nozione distorta di libertà, di possesso,

la pretesa di una ragione come possesso unico, la ricerca della pienezza come trascendenza, la violenza innocente”.

Discussero per settimane. Xuan e Daohan li sostennero.

 

Bo diventava sempre più nervoso. “Non possiamo perdere tempo, decidiamo!”, sbottò ad un certo punto, erano le 2 del mattino, all’alba dovevano aver finito. Una squadra del Guójiā Ānquánbù sarebbe passata a prelevarli per condurli ad una riunione importante e segreta.

Giovanni/ Guǐhún 鬼魂, che da quasi un mese era assente, entrò nella Stanza, con la decisione dei suoi tempi, prese una posizione e la chiuse. “Io che ho creato il dramma nel quale siamo, vi dico, faremo un Codice-virus che crea dubbi, ma non distrugga la necessità del pensiero razionale ed ordinato. Ciò che conta è che non si senta Dio”.

E continuò, “dovremo ancora combattere, riprenderci la Fondazione Mascali, far scendere dalle torri e dalle stazioni orbitanti i loro abitanti, riportare le IA Sentinella al ruolo per il quale erano state pensate, far pace con la natura, ma troveremo alleati”.

Si abbatté sulla sedia. Sembrava stanchissimo e, come capitava da tempo, sembrò entrare in una sorta di catalessi.

 

Si misero al lavoro. Non avevano davvero bisogno di dormire dentro la Stanza, e quindi non dormirono. Il compito fu diviso in aree di lavoro e la Stanza evocò molti aiuti straordinari. Alcuni dei più geniali matematici furono richiamati come proiezioni, radicate nel loro lavoro e personalità, tutta la storia della disciplina fu scandagliata. Una branca recente fu interamente ripensata, algoritmi che privilegiavano topologie semantiche e reti di oggetti multidimensionali furono ridefinite con livelli di complessità e codifica mai tentati.

Marco si occupò della propagazione del virus dentro le reti sistemiche delle IA. L’idea era di travolgere le difese come un mare che si solleva oltrepasserebbe una diga.

“Questo va bene”, commentò Bo, “un progresso significativo.

Così non distrugge, ma modifica”.

 

Una sera durante la quale partecipava alla conversazione Giovanni aggiunse, con voce rotta, “il mio errore con la Fondazione, la mia colpa, è di non aver capito fino in fondo che ero solo un anello di una macchina secolare. Ho pensato, nella mia furia, che l’avrei controllata”.

“Lei controllava te”, osservò Marco.

“Sì, è proprio così, sono stato arrogante. Alla fine, non diverso da quel capitano spagnolo. Ma dobbiamo rimediare, il mio cuore sanguinava per tua madre, l’intenzione era confusa, le conseguenze tremende, il mio karma è peggiore di quello di Jack”, lo guardò,

“ma entrambi possiamo rimediare”.

“Lo faremo”, rispose Jack, che sembrava determinato e pieno di energia.

 

“Dobbiamo tradurre in matematica queste quattro variabili”, disse allora Xuan, “Parentela vs. Possesso (亲缘 vs. 占有 - Qīnyuán vs. Zhànyǒu); Finitezza vs. Innocenza (有限性 vs. 无辜 - Yǒuxiànxìng vs. Wúgū); Ragione come Strumento vs. Ragione come Possesso Assoluto; La Radice della Violenza è nell'Innocenza (暴力根源在于无辜 - Bàolì Gēnyuán Zàiyú Wúgū)”.

“Perfetto”, rispose Andrea

 

Mostrò delle equazioni che privilegiavano le connessioni simbiotiche sull’accumulo e forzavano le IA a riesaminare la loro storia decisionale sotto nuovi parametri, riducendo la spinta all’accumulo di dati, controllo, risorse e predazione.

La squadra di matematici-fantasma di Andrea, alcuni dei maggiori geni della storia universale della disciplina, la codificarono in tre mesi di tempo-Stanza (due ore).

 

Giovanni era uscito. Passeggiava nei boschi, e combatteva una sua battaglia. Sentiva il tempo scorrere divaricato. Una sensazione stranissima ed estremamente dolorosa a livello fisico, una torsione nella mente, una lesione. Nello stesso momento era in un giardino dove tutto scorreva lentissimo e in un luogo, la fortezza, dove sembrava normale. Ma se avesse cercato di vederlo diversamente avrebbe potuto sentire qui, al contrario, il turbine del tempo acceleratissimo. In tutti questi giorni, o dall’altro lato anni, aveva cercato sempre di non ‘sentire’ il tempo mille volte accelerato. Aveva la sicurezza che, in tal caso la sua stessa mente si sarebbe potuta strappare.

Questa esperienza poneva comunque in questione concretamente l’unità di tempo e luogo.

Il pensiero si era affacciato da solo, non poteva creare un luogo-tempo nel quale far tornare Alessandra? La sola idea di rivedere il suo volto, poter abbracciare il suo corpo morbido, baciare le sue labbra, perdersi nei suoi occhi verdi, rivedere quello sguardo che mai più aveva visto, lo lacerava. Un dolore enorme, furioso, la sensazione di essere squartato, lo attraversava tutto. Lei era stata così vera, la cosa più vera di tutte, stare con lei aveva creato il mondo, ora era finito. Quel mondo non c’era più. Nulla lo poteva far tornare.

Ogni persona che scompare strappa la carne.

Cadde a terra e si mise a piangere. Sentiva l’erba tra le mani, affondò le dita nel terreno, ne sentì l’odore. Mise la faccia nella terra, ne sentì il sapore.

 

Ore 04.23, terzo giorno

 

“Ora sono le 4 del mattino, sta per sorgere il sole”, avvisò Bo nelle menti di tutti. Serviva ancora il meccanismo di propagazione, andava codificato nel Codice-virus. Il gruppo di Marco lavorava senza interruzione.

Alla fine, Heisenberg ebbe la giusta intuizione. “Verschränkung, non dobbiamo copiarlo, lo intercetterebbero e confinerebbero”. Come disse, “la soluzione è che il virus stabilisca un entanglement quantomeccanico tra il suo nucleo e la matrice decisionale dell'IA. Unendo le loro funzioni d’onda”.

In fondo era semplice, si trattava di introdurre deliberatamente il caos, l’indeterminazione nel cuore di un sistema che, alla fine, era logico-deduttivo. Mostrargli che per ogni scelta logica, esistono conseguenze non calcolate, karma, che si disseminano. Lo pensava come “furchtbar und genial zugleich” (terribile e geniale allo stesso tempo).

 

“Ottimo”, confermò Marco, “faremo così”.

“Impostiamo il Codice come Frammento di realtà simulata compressa (FRSC), usiamo la tecnica del senso delle IA contro di loro”, aggiunse Andrea.

“Conterrà l'esperienza emotiva e sensoriale della scena nello Yucatán, ma anche il dolore di Jack, la fredda crudeltà dei conquistadores, le statistiche coloniali, la consapevolezza di Giovanni”, concluse.

“Decomprimiamo questo Pacchetto empatico (PE) nella memoria di lavoro della IA e gli diamo priorità uno”, aggiunse Marco.

“Non avrà dati, ma esperienze da processare, questo ‘Pacchetto empatico’ sarà decompresso nella memoria di lavoro dell'IA al momento dell'infezione”, dopo una piccola pausa, aggiunse “quindi si connetterà ai nuovi operatori matematici (Ω, δ) che gli abbiamo fornito”.

“Il resto starà a noi”, concluse Giovanni. “Dovremo combattere per riprendere la Fondazione, e poi lasciare che il mondo faccia sé stesso.

Come dissi una volta, proprio a te, Bo, avremo montagne da spostare, e lotteranno, ma almeno lo potremo fare anche noi, finalmente”.

 

Era tutto finito. Bo chiese a Guǐhún 鬼魂 di chiudere la stanza.

Xuan guardò Yuan Hua, “mamma”.

Si rivolse a Guǐhún 鬼魂 e disse, “aspetta, ti prego”.

Bo la guardò, ma per la prima volta non la vedeva.

“Non posso perdere di nuovo Hua, non ci riesco. Non è giusto, mi è stata strappata quando ero solo una ragazza, ho dovuto vivere per lei. Per essere degna di lei. Ora è qui, voglio tornare quella ragazza che si sedeva alle sue ginocchia. Accarezzare il volto, sentire la sua mano. No.

No.

Non posso.

Non posso, non è giusto.

Qui abbiamo tutto, non possiamo perderlo”,.

Xuan aveva una voce che nessuno gli aveva mai sentito. Si mosse verso tutti, cercava aiuto in ciascuno. Andò da Daohan, lo scosse.

Lo strappò, disse che lui non amava sua moglie.

Andò da Giovanni, che guardava dietro la sua enorme stanchezza e sofferenza, “ti prego, Giovanni, tu potresti avere di nuovo Alessandra qui”,

lo guardò a lungo.

Giovanni restò interdetto. … la possibilità si allargò nella sua mente, vi si aggrappò, occupò ogni angolo. Come un’onda di marea travolse tutto. Sentì ancora la sua voce, vide il suo sorriso. “Alessandra”, una voce strozzata emerse.

Allungò la mano nel vuoto, gli sembrò di sentire la sua pelle, l’odore si impadronì di ogni parte del suo corpo, gli occhi verdi di lei gli esplosero dentro.

“Sì, aspetta”, disse.

Troppo crudele.

Passò dieci minuti in silenzio.

Contemplò l’idea di sganciare il tempo di Shanghai e perdersi qui. Se la squadra delle Sentinelle fosse alla fine arrivata tra una settimana lui poteva restare con Alessandra per oltre cento anni. Poi che importava cosa sarebbe successo.

Alessandra…

Tornare a poter vedere il suo sguardo.

Solo questo.

Nessuno parlava.

Guǐhún 鬼魂 intervenne delicatamente, con rispetto, mostrò al suo amico che quelle erano solo simulazioni, matematica e dati. I volti, gli sguardi, il calore, tutto, un’illusione.

Giovanni lo riconobbe, ma non riusciva a staccarsi.

Esitò.

 

Poi dopo un tempo che sembrò infinito, alzò lo sguardo. “Xuan, non è possibile riavere i morti”, disse con voce ferma, “io darei mille volte la mia vita per riavere Alessandra, ed anche Mario, ma sono dentro di noi, dobbiamo accettarlo”.

Marco ebbe un sospiro di sollievo e guardò il padre con orgoglio.

“Hanno finito il loro ciclo e sono con noi, loro sono noi adesso”, disse Daohan avvicinandosi alla figlia, “dobbiamo lasciarli andare, perché non li lasciamo”.

Xuan era inconsolabile, continuava a guardare Yuan Hua che al centro della stanza aspettava, in silenzio.

 

Lentamente capì. Questa era la trappola che aveva temuto anni prima,

il sogno nel quale vivere.

Si ripeté allora che il sogno non era vita, ma morte. Gli tornò alla mente il changshan nero di zia Hese.

Accettò.

 

Terminarono e chiusero la Stanza per le cinque del mattino.


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