Da qualche mese sto lavorando ad un romanzo di SF "filosofica", potrebbe chiamarsi "Il Codice della Parentela".
Oggi l'Occidente ha attaccato senza alcuna provocazione l'Iran, dopo averlo a lungo minacciato, con la scusa di lungo periodo che stia preparando quell'arma atomica che, evidentemente, solo l'aggressore deve avere.
Il punto è che noi siamo sempre innocenti. Qualsiasi cosa facciamo.
Da sempre.
Pubblico allora un capitolo del romanzo, il penultimo. Nell'attuale versione.
Siamo nel 2080, la tecnologia ha preso il controllo della vita, alcuni amici da continenti diversi hanno preparato una risposta. Sono stati attaccati "preventivamente".
Creare il Codice
2080, Shanghai, Cina
A Shanghai, Daohan era seduto nel giardino sotto il
salice, indossava una comoda veste di seta. Guardava il lieve tremolio
dell’aria sopra di loro. Ripensò all’attacco subito, la sua casa nella quale si
era sentito sempre al sicuro, quelle mura dove giocava da bambino erano state
violate.
Un secolo era passato. Quando Deng Xiaoping arrivò
era ancora un giovane uomo, allora fu entusiasta dello slogan “lo sviluppo è la
verità irrefutabile” 发展才是硬道理,
poi divenuto così famoso. Ricordava come nella casa si tennero furiose
discussioni, la città era tutta investita da un’energia febbrile, negli anni
successivi tutto si trasformò.
Ora era stata violentata. Quell’uomo, Jack, aveva
cercato di uccidere. Un uomo brutale, enorme, terribile.
Lo vedeva lì, seduto, impotente. Sembrava essersi
arreso, persino reso disponibile. Daohan si ripromise di sorvegliarlo.
Bo in cucina stava parlando con Marco, si sentiva
la discussione attraverso le spesse tende, “dobbiamo ricorrere al Partito, non
c’è altra via, metterci sotto la protezione del suo stendardo. Il Cielo ci
coprirà con il suo mandato”,
Marco lo guardava, sembrava parlare da un passato
remoto, o forse da un presente che pur dopo tanti anni non capiva ancora. ‘Il
Cielo’, questo modo di esprimersi per immagini, o forse non lo erano? Si
conoscevano da decenni, ma qualcosa sfuggiva sempre. Disse, “ma a che prezzo?
Non abbiamo fatto tutto questo per cambiare solo forma del dominio. Dobbiamo evadere
dalle forme che schiacciano l’umano”,
Anche Bo sentiva che restava, pur dopo tanti anni,
una distanza. Ne era colpito, il dominio… l’ordine, casomai, la necessaria
armonia.
Lo guardò pensoso, poi rispose, “Marco, tu hai
lavorato con noi per anni, sei con noi. Lo sai, la nostra Via non è quella
loro. Chi ci attacca è a Washington”.
“È vero, ma …”
Giovanni/ Guǐhún 鬼魂
attraversò il cortile diagonalmente, ed entrò nella stanza muovendo la tenda. “Non
possiamo perderci in queste discussioni. Siamo tutti in pericolo e dobbiamo
essere pratici”. Senza volere la voce assunse un tono brusco, “la priorità è
rispondere all’attacco e non aspettare, neppure nasconderci”.
Tutti lo guardarono perplessi.
Bo offrì allora una protezione concreta ed
immediata, “possiamo andare a Pechino e rifugiarci nel più sicuro dei luoghi,
di lì avremo tempo. Ci aspettano”,
Xuan aveva vissuto ormai più di cinquanta anni con
Bo, ma tra di loro restava una differenza, con il tempo lei si era sentita
sempre più manchu, riconnettendosi emotivamente con le radici, mentre Bo senza
saperlo era andato a rifugiarsi in una tradizione diversa. Erano sia insieme
sia lontani. Come la Cina.
“Ma saremo nelle mani di Kokoro-ko (心子),
la Grande Madre. Lei è sicuramente benevola, piena di amore per l’umano, ci
avvolgerebbe, ma sarebbe lei a scegliere per noi, diventeremmo i suoi bambini”.
Un brivido corse sulla schiena di Marco. Era quello
dal quale fuggivano.
“No, saremmo sotto la protezione del Partito, quindi
del Popolo. Nell’armonia”.
Daohan si stava muovendo quasi in cerchio, le mani
dietro la schiena, e sembrava scivolare sull’erba umida. Si pose con la figlia.
“Sai, Bo, quante facce ha il Popolo, la metà di quelle che ha il Partito…”.
Lo guardò direttamente. Ormai questa discussione
l’avevano fatta cento volte, guardavano il mondo da due angoli diversi.
Xuan si fece avanti con due piccoli passi e si
interpose, a mezza strada, avvicinandosi quindi lentamente, senza fretta, a Bo.
Guardandolo con una sorta di ferma dolcezza. “Bo, delle nostre tante forme
dobbiamo ora prendere quella che ci contiene tutti.
Non siamo pronti”.
La frustrazione montava in Bo, gli sembrava di
essere rimasto l’unico a proporre qualcosa di sensato. “Cosa, allora? Tra breve
questa casa sarà distrutta, e noi con lei”.
Jack saltò in piedi, “battiamoci, allora!” la nube
sopra di lui vibrò leggermente. La vide e si rimise a sedere, lentamente.
Guǐhún 鬼魂 la riportò al suo
posto con un ordine silenzioso. Poi Giovanni, che aveva preso il sopravvento
con un tono ed una lentezza che non permetteva repliche disse, con calma.
“Sì, facciamolo, ma a modo nostro. Non come
vorrebbero loro, neppure come vorrebbe il Partito.”
Non era un consiglio ma una decisione. Definitiva.
Guardò tutti, in silenzio.
L’incertezza avvolse tutti, sembrava non ci fossero
vie di uscita. Non avevano mezzi sufficienti, neppure un punto specifico da
attaccare, un luogo dove nascondersi senza aiuto. Non era pronto nulla, le
Sentinelle si erano mosse troppo presto.
Li avevano sorpresi con la loro determinazione.
Guǐhún 鬼魂,
prese la parola, “c’è una soluzione, restiamo qui, ma andiamo anche via”,
Andrea improvvisamente si fece attento, credeva di
aver capito.
“Allunghiamo il tempo”.
“La soluzione è, la Stanza a Temporalità
Accelerata (千思瞬室 Qiān sī shùn shì)”.
Mandò nelle loro menti una breve informativa sulle
specifiche attraverso un canale di comunicazione protetto.
Tutti le contemplarono.
Questa idea sembrò subito orribile a Xuan. Anche
Marco aveva dei dubbi.
Xuan fece un passo indietro e chiese subito a
Guǐhún 鬼魂“quanto tempo saremo nella Stanza?”. Nello stesso momento
si avvicinò, senza neppure accorgersene all’altare di Yuan Hua. Senza pensarci
cercò una candela, la drizzò con cura, andò a prendere un fiammifero nella sua
scatola.
A piccoli passi, lentamente, mentre pensava al
tempo, tornò al piccolo altare. Si chinò leggermente in avanti mentre accendeva
la candela e la poggiò, tenendola con due mani, dolcemente, nel suo supporto.
Si drizzò guardandola.
Dopo dieci secondi si girò.
Tutti erano stati fermi a guardarla.
Il suo sguardo fiammeggiava. “La tecnica è la
nostra prigione, abbiamo perso ogni umanità. Ci resta solo la morte.
Vicina, ormai.
Ci resta il tempo. Ed ora tu, Giovanni, figlio mio,
mi chiedi di manipolarlo?”
Bo la guardò senza sapere se ammirare la sua
rettitudine o temere la mancanza di senso pratico della sua posizione. Non
voleva la protezione del Partito, ma neppure la soluzione di prendersi il
tempo.
“Che possiamo fare Xuan? Serve una soluzione”.
Guǐhún 鬼魂,
rispose, “mi spiace Xuan, madre mia, ma ci serve tempo. Non abbiamo
alternative. Serve il tempo necessario per mettere a punto l’arma. Bisogna
individuare il punto da porre in questione, e poi mettere a fuoco la matematica
che lo supporti”.
Andrea intervenne “e la fisica”.
“Sì, questo lo capisco,
ne vedo la necessità. Ma stare anni dentro la
Stanza, … è una cosa violenta. Mbali mi raccontò di quel motto zulu, ‘quando le
iene cacciano in branco il leprotto deve farsi astuto’. Questa è una ‘parola
bianca’, ma è la più potente e pericolosa 'parola bianca' che esista. La
vogliamo usare come rimedio, ma è anche il nostro veleno. Per farlo dobbiamo
essere certi, come possiamo esserlo?”.
Tutti la guardarono.
“Si, è una tecnologia potente, ed è vero che potrebbe
perderci,
in un mondo così perfetto e obbediente ai nostri
desideri potremmo essere assorbiti. Perdere il senso di ciò che è reale, e ciò
che è sogno, essere sedotti”.
“Ma è semplice”, Andrea interruppe il padre,
“chiaro, o fuggiamo subito nelle braccia di Kokoro-ko (心子), o
aspettiamo i prossimi assassini, o attacchiamo noi”.
Ci fu un attimo di pausa.
“Con che armi?” chiese Jack, che restava seduto sul
suo sgabello ma dondolava leggermente, come chi sta per muoversi di scatto. Lo
avevano slegato e lui aveva ancora un’arma nel braccio artificiale, ma certo
non bastava a nulla. Neppure quel drone di attacco sopra di lui, o la nube di
nanoagenti. Chi arrivava avrebbe avuto ben altro.
Aveva la mappa del luogo, mura robuste, porte
solide, ma troppo poco di altro.
Bo concordò. “questo è proprio il punto. Ora non
abbiamo armi, solo qualche idea abbozzata. L’algoritmo non è pronto, il virus
neppure, e non sappiamo come e dove recapitarlo”.
Marco e gli altri non potevano negare che la cosa
era in questi termini.
Daohan era tornato a sedersi, aveva in mano una
coppa fumante, intervenne parlando lentamente, una parola che sembrava venire
dalle nebbie del tempo,
la sua autorità di padre, e di persona più vecchia
della casa (a parte Giovanni, che, però, aveva uno statuto ibrido ormai),
emerse. La usò, in piena coscienza.
“Xuan ha ragione”, fece una pausa, il suo viso era
serio, la parola misurata, “si tratta di una ‘parola bianca’ che usiamo contro
di loro.
Da loro e contro di loro.
Ma è anche derivata da un antico concetto, quello
di karma”. Proseguì, alzandosi, ed avvicinandosi al centro del giardino,
“agire, operare, e ’rinascere’”.
E continuò, senza dare spazio ad una replica, andava
verso l’angolo opposto, “in ogni caso noi siamo sempre completamente immersi
nella tecnica, ne facciamo uso continuo. Io ho superato molta vita, senza
potenziatori e terapie geniche sarei morto da tempo, invece, è come se avessi
trenta anni di meno.
La tecnica è comunque il nostro destino, non
possiamo sottrarci, dobbiamo attraversarla”. Si girò a guardare Xuan, che non
riuscì a sostenere il suo sguardo. Suo padre aveva ragione.
Ci fu una pausa, cercarono di assimilare l’idea. Una
nuova pillola informativa si aggiunse: la Stanza era un’invenzione
straordinaria, e recentissima. Messa a punto nel 2072 da un geniale fisico
indiano, “fuori casta”, Anant Jatav, in stretta collaborazione con matematici
dell’Accademia di Scienze di Pechino.
L’aria era frizzante, se ci si fosse fatto caso, si
sarebbe sentito il rumore della città, leggero, sullo sfondo. E a quel punto
anche il suo odore. Platani, dolciastri, l’acqua del fiume Huangpu, forse
incenso, e poi, olio di soia. Andrea stava guardando tutta la scena, sembrava
perso nei suoi pensieri e toccava con le mani la corteccia del salice.
Ricordava che qui, nelle radici, erano conservate le ceneri di Meng Lulu, la
madre.
Guǐhún 鬼魂, come
se avesse sentito i suoi pensieri, si avvicinò e si chinò ad accarezzare
l’erba, proprio in un punto specifico, sembrava stesse per piangere.
“Nessun gesto è senza conseguenze”, prosegui allora
Daohan, “karman e phala, causa ed effetto. La questione è se possa l’esito
qualificare il senso del gesto, dell’azione, o, al contrario, l’intenzione
qualificare al di là delle conseguenze. Il karma contiene questa riflessione
universale, che tocca tutti. Nella Stanza questo sarà ciò che avremo davanti”.
La figlia non era convinta, “questa azione impura,
orrenda, che faremo, usare la tecnica stessa delle Sentinelle, che trasuda del
dolore del mondo”,
si fermò un attimo, prese fiato,
“può produrre un esito giusto? Dal male il bene”.
Jack ebbe un soprassalto, gli sembrava di aver
compreso. “Quando Jonathan fu ucciso e presi il fucile tutto mi ha portato qui.
Io capisco sempre poco, è una vecchia storia. Ora morirò. Ma forse ho ancora
tempo. Ho fatto cose tremende, una dopo l’altra, e una peggio dell’altra. La
prima era giusta, quei bastardi ai campi del gas dovevano morire. Le altre sono
state terribili. Ho ucciso bambini guardandoli negli occhi”.
Il suo sguardo era pieno di tristezza, la voce
roca,
“Non capivano”.
Abbassò la testa tra le mani, disse con rabbia,
“Mi vergogno e mi sveglio la notte da anni”.
Xuan lo guardò, forse per la prima volta. Questo
gigante aveva qualcosa dentro.
A Jack tornò alla mente quando, cinquanta anni
prima, era uscito da casa, di notte, e si era avviato a piedi per il viale, il
fucile nascosto in un borsone. Allora era entrato senza sforzo nella casa del
sorvegliante, superando quella dei bambini, e gli aveva sparato in faccia. Due
volte, con rabbia. O, subito dopo, ricordò, quando la sanguinosa notte ebbe
fine, quel che fece con gli altri. Nei mesi successivi non ne lasciò uno in
vita. Ma dopo… la caccia subita, per anni, la cattura e alla fine l’accordo. Lavorare
per ‘loro’. Quindi le infinite stragi, giorno dopo giorno, per dolore,
disperazione, isolamento, vuoto.
Nulla aveva senso.
Xuan si mosse, non sapeva neppure perché. Si avvicinò,
“il cerchio della tua vita non è ancora tessuto, Jack, possiamo ancora
rovesciare il karma”. Il suo movimento era stato delicato, nell’angolo più
tranquillo del giardino. Aveva atteso che la scena si calmasse e poi si era
posta a mezzo metro di distanza e lo aveva guardato con tranquilla dolcezza.
Gli aveva portato una tazza di tè, lo aveva porto con due mani, con un gesto
misurato, guardandolo qualche centimetro sotto gli occhi. Per non imbarazzarlo.
Bo aveva seguito il suo movimento con lo sguardo,
quell’uomo era … troppo.
Jack aveva sorriso, triste. Allungando la mano
aveva preso con attenzione la piccola tazza, era calda ma non scottava. Aveva
paura di romperla. Lo aveva sorseggiato lentamente. Si spandeva e dava una
sensazione di pace.
Alzò lo sguardo, “grazie”. Era imponente davanti
alla piccola Xuan, ma, stranamente, ora sembrava piccolo.
Questo gesto restò lì, in mezzo a tutti.
Aspettarono.
Daohan che voleva sostenere la figlia, disse “le
nostre vite sono connesse tramite le nostre azioni, quindi le conseguenze, ma
la catena di queste si sta ancora facendo. Possiamo cambiarne il senso”.
Jack era incerto, tutti i volti lo assediavano. Non
dicevano nulla, ma lo guardavano. Lui non riusciva a sostenere il loro sguardo.
Abbassò la testa.
Xuan allora aggiunse, guardando Bo, “possiamo
condividere questo tempo, una vita intera sarà contenuta in esso. Un cerchio si
compirà, e tutto ci avrà portato, anche ogni morto sarà con noi”.
Giovanni, da lontano, ascoltava in silenzio,
riflettendo. Guǐhún 鬼魂 gli mise a disposizione i file di
Jack Donovan che avevano rubato dai database delle Sentinelle. Più di duecento
missioni, oltre tremila morti, segretezza, infiltrazione, sabotaggi, vere e
proprie battaglie, stragi come quelle negli Appalachi, sempre impeccabili. Era
stato un agente perfetto, senza dubbi, esitazioni, domande. Quasi una macchina,
fredda, efficiente, precisa. Tagliente come un rasoio.
Ed ora era qui, alto, robusto, con i suoi capelli
bianchi, le cicatrici e la faccia scolpita, la barba ancora rossa…
Ci furono minuti di silenzio.
Daohan, stava sorseggiando un tè con gesti precisi
e misurati.
Jack ebbe come un piccolo scatto. Guardò tutti,
perplesso. Qui c’era da fare, non da parlare. Cominciò a giocare con un
bastoncino. Sembrava che lo sgabello sul quale era si stesse facendo bollente.
Daohan, finito il tè, lentamente, si mosse per
accendere dei bastoncini di sandalo in onore di Meng Lulu. Guǐhún 鬼魂,
lo accompagnava con lo sguardo, come Xuan.
Bo era diventato nervoso, ora stavano davvero perdendo
troppo tempo. Il Partito poteva proteggere, ma non all’infinito, e tutto questo
tempo costava vite. Disse che se non volevano andarsene, dovevano fare subito
quel che era stato deciso. Il Guójiā Ānquánbù stava combattendo in quel
momento. Entrare nella Stanza era indispensabile, loro non avevano anni,
neppure giorni, di tempo.
Marco, però, aveva prima bisogno di capire, era
quasi spaventato. “Insomma, che cosa è la Stanza? Una codifica matematica, che
in sostanza traduce le menti. Ma significa che noi restiamo qui, dormiamo?” Andrea
rispose al fratello maggiore, “sì, in sostanza fa parte della procedura, si
entra in una sorta di sospensione, un sonno senza sogni”, passeggiava nel
giardino, come se fosse agitato, o eccitato, all’idea.
“E le menti trascritte, poi sono accelerate in un
ambiente virtuale ed immersivo?”
“Di mille volte”, rispose Guǐhún 鬼魂.
“Come faccio a tornare in possesso dei ’ricordi’,
dato che non li abbiamo vissuti? Non sono veramente nostri”, a questo punto
disse Xuan, che aveva ascoltato tutto in silenzio. La domanda cadde nel
giardino come una colonna rovina a terra. Improvvisa e ineluttabile. Per un
lungo istante ci fu solo il fruscio dei rami del salice sopra la tomba di Meng
Lulu.
“Vengono registrati in cartucce a trascrizione
cerebrale, un’invenzione straordinaria.
O terribile, … ma funziona, li ricodifica e traduce
nel codice mentale”.
“La tecnologia delle Sentinelle”, disse tristemente
Giovanni.
Questa consapevolezza scese su tutti. Ebbero un
brivido lungo la schiena.
Bo ruppe gli indugi, “basta, facciamolo, ora!”.
Jack annuì.
Ore 15.00, primo giorno
Guǐhún 鬼魂, che
disponeva della necessaria potenza mentale, ne aprì una e sincronizzò in essa
gli avatar di Xuan, Daohan, Andrea, Marco, Bo e Jack. Ognuno aveva un suo corpo
virtuale che era la riproduzione della mente e riproduceva le fattezze
originali. I loro corpi restarono, al sicuro, a Shanghai. Erano stati messi in
apposite capsule chiuse, piene di un fluido vischioso, ciascuno aveva una
maschera che forniva ossigeno e ogni altro nutrimento.
Le capsule erano progettate per indurre una
catalessi, che si poteva mantenere per mesi. Erano energeticamente indipendenti
e connesse ad un sistema di allarme perimetrale, per cui in caso di attacco
sarebbero stati svegliati automaticamente. Ma tanto doveva essere per poco.
Mise un timer, nella camera potevano passare solo
due giorni di tempo reale, al massimo, poi sarebbero stati attaccati. Una
squadra operativa di agenti era sul posto e i droidi di sorveglianza erano
stati potenziati ulteriormente. Ora, infine, in tutta l’aerea era stata inibita
qualsiasi trasmissione di segnale. Chi veniva lo doveva fare alla vecchia
maniera.
I loro corpi virtuali erano esattamente come quelli
reali, ma modellati sul loro codice genetico. L’aspetto che si rimandavano
l’uno verso l’altro era quello al quale erano abituati, ma le sensazioni che
trasmettevano erano potenziate. Come avrebbero scoperto, non si provava
stanchezza, fame, nella Stanza.
Il luogo scelto era l’esatta riproduzione della
Fortezza di Jiayuguan, all’estremità occidentale della Grande Muraglia. Era molto
grande, con tre torri a pagoda e alte mura merlate, sullo sfondo di altissime
montagne innevate e davanti aveva il deserto del Gobi ed una sorgente naturale.
Fu costruita durante la dinastia Ming, intorno al 1372, il suo nome significa “Il
primo e più grande passo sotto il cielo” (天下第一雄关).
La sala principale, dove si riunivano a discutere, era grande e spaziosa, aveva
un lungo tavolo di legno antico, massiccio e scuro, con sgabelli che lo
circondavano, ognuno con il suo cuscino. Sulle alte pareti erano disposti
stendardi verticali sui quali comparivano ogni tanto delle scritte.
L’illuminazione cadeva dall’alto e sembrava costeggiare le pareti,
evidenziandone le asprezze. Dei tappeti, alcuni persiani, coprivano il
pavimento.
Mentre il tempo rallentava, ebbero la sensazione di
affondare lentamente in un lago piatto e caldo, scuro. Progressivamente la
conversazione sulla “Stanza” si allargò nelle loro menti.
Ma le menti erano in contatto, il mistero della
Stanza era nella connessione e indipendenza. Mentre si definivano e
sincronizzavano, separandosi, a tutti sembrò di sentire Marco che rifletteva
sulla profondità dell’idea. Era come avere un eco, via via meno forte, <il
cerchio del tempo. La fisica implica che ci sono tempi diversi, adatti a cose
diverse. Invece qui il tempo è sempre in gioco, tutto. Il passato può essere
riscattato, o perso, dal presente. È un campo denso, nodulare>.
Jack sembrò aggiungere, <il passato può essere
riscattato…>, ma, in effetti era più una risonanza. Se ne aggiunse una
seconda, <O perso> …
Guǐhún 鬼魂mise a
disposizione delle informazioni, <Anant credeva che il tempo fosse una
creazione dello spirito, non una sorta di contenitore delle vite, e lavorò
sulla frontiera tra fisica quantistica, neurocibernetica, e semiotica della
sincronizzazione affettiva>.
Nelle memorie di Marco erano altre informazioni che
risuonarono con queste, era accaduta nella sua stessa università, <la
tecnoscienza indiana lo considerava un paria, quindi si rivolse ai cinesi.
Trovò un gruppo di lavoro che apparteneva ad un 情感共同体 (qínggǎn gòngtóngtǐ) ’comunità
affettiva di ricerca’ che appartenevano ad una particolare inclinazione
taoista. Un Neidan 內丹>.
Emersero dall’altra parte.
Ora si erano sincronizzati, ciascuno con la sua
identità virtuale, si guardarono.
“… lo ricordo!”, soggiunse all’improvviso Andrea,
“una delle figure eminenti. Era un’autentica star, Li Meixuan. Famosa per aver
trasformato la struttura del sogno in equazioni topologiche”.
“Esatto”, rispose Guǐhún 鬼魂,
“insieme crearono il linguaggio semantico che poteva regolare lo scambio
all’interno della STA, 千思瞬室: pensieri, intuizioni, paure –
tutto può essere tradotto in un codice armonico”.
Nelle menti di tutti si formò il medesimo pensiero,
“la fonte della tecnologia dell’estrazione di emozioni ed esperienze che è alla
base dell’economia del senso delle IA!”.
Giovanni si sentiva accusato da questa idea, indagò
nel suo archivio interiore. Chiese silenziosamente a Guǐhún 鬼魂 che con una sorta
di gentile precisione estrasse i contratti di ricerca. Recavano la sua firma.
Erano anche presenti verbali di riunioni, nei quali Giovanni aveva incoraggiato
ad andare ancora più in profondità. “Coraggio”, diceva, “andate avanti, serve
di più, bisogna ottenere una tecnica operabile”. Vedeva prospettive
interessanti.
si guardò intorno,
incrociò lo sguardo di Xuan.
Rispose, “a volte le migliori ricerche hanno
effetti non previsti in tutt’altra direzione”.
‘Il mio karma’, pensò, ‘è molto più malato di
quello di Jack’.
Fu quindi Daohan a concludere, “dal lavoro del
Neidan taoista è nata la tecnologia che insanguina e sfrutta il mondo”.
Nel frattempo Jack sembrava perso nei suoi ricordi,
si era fatto tenebra, qualcosa lo torturava. Da quando era entrato nella
Stanza, nella quale era completamente libero, e, al contempo, interamente
confinato, i volti dei morti tornavano nella sua mente, uno ad uno, una fila
senza fine.
Per lui la tecnica della trascrizione era
incomprensibile, ma una cosa l’aveva colta: aveva lavorato a questo. Uccidere e
traferire le menti.
Per gli altri, in particolare per Daohan e per Xuan
quella idea, la mente tradotta in matematica, era invece profondamente
disturbante.
Il primo a parlare fu Giovanni. “Mario è morto, in
un certo senso si è ucciso; si è lasciato uccidere dalla natura, per non
accettarla”.
In questo momento avrebbe voluto fuggire. Si torse
le mani, ma non sentiva nulla.
Nessuno sapeva cosa dire. Andrea e Marco,
all’unisono, si strinsero al padre, che sembrava loro figlio.
Daohan intervenne dopo un minuto di silenzio, “è
vero, si tratta di un’idea vertiginosa. Porta ad un livello mai pensato
l’integrazione con la tecnica”.
Andrea la vedeva diversamente. Lui aveva
partecipato, se pure indirettamente, al coordinamento di questa ricerca per la
Fondazione. Ne era stato affascinato. L’eleganza matematica delle idee di Li
Meixuan era abbagliante. Rispose, “ma in fondo è semplice, usano un linguaggio
armonico, fatto della materia dei sogni, emozioni, paure, e non solo concetti”.
Xuan era sconcertata, si alzò quasi di scatto,
senza riflettere, e uscì dalla stanza. Salì come furiosamente sul torrione più
alto, esattamente davanti alle montagne, e sedette lì. In silenzio.
Andrea quasi non lo notò, continuò, “con Elara ci
stiamo lavorando, si può usare in modo diverso da come fanno le IA-Sentinella e
le IA-Produttive, possiamo costruire mondi nuovi”.
“È questo che è vertiginoso, il potere della
matematica”, rispose Daohan.
Jack restava seduto, in un angolo, davanti ad un
fuoco che ardeva in una nicchia della Grande sala.
Dopo due ore si riunirono tutti.
Xuan iniziò la discussione, “ciò che dobbiamo fare
è reintrodurre la debolezza dell’umano. Disturbare ciò che viene dato per
scontato, e per questo riaprire la possibilità di qualcosa di nuovo e diverso.
Poi lasciar essere tutto in modo che trovino da sé la strada. Le Sentinelle non
lo devono veder arrivare”.
Nel freddo del torrione, aveva ascoltato il suo
corpo, che ora sembrava così perfetto. Aveva salito le scale di corsa, a quasi
ottanta anni, senza alcuna fatica. Questo non-corpo e questa non-mente che lei
‘usava’ creava una frizione nella quale affondò. L’esperienza dell’integrale
sottrazione della finitezza, del freddo alle mani, delle nocche doloranti che
tutte le volte avrebbe avuto, delle ginocchia che salendo le scale dopo poco
avrebbero dovuto far male, aveva aperto la sua mente.
Dopo una pausa, disse “il Codice-virus deve toccare
il cuore silenzioso del pensiero e della pratica dell’Occidente. Ma deve
toccare anche la sua arroganza. Quando
si è separato il sacro dal terreno, dove la razionalità nel farsi ha prodotto
disumanità”.
Jack non staccava gli occhi da lei.
Aggiunse, “abbiamo tempo, ma non illimitato.
Organizziamo la ricerca, primo blocco di archivistica, trovare la radice del
Codice-Occidente”.
“Partirei da questo. Questa Ragione che si pensa
sul modello del puro calcolo perde sé stessa. Alzandosi sulle nuvole, dove
manca l’aria”, aggiunse Marco, muovendosi quasi a disagio sullo sgabello. Anche
lui sentiva la stranezza di un corpo di settantanove anni completamente
spogliato di ogni debolezza. L’attrito del reale agli sforzi di ingabbiarlo era
stata tutta la sua vita.
“Una ragione irragionevole, un mito, alla fine”.
Andrea guardò direttamente il fratello, … il
calcolo che perde sé stesso. Non capiva come la bellezza potesse perdere. Aveva
messo un maglione aperto davanti, molto bello, di lana grezza con un disegno a
trecce. Se lo chiuse.
La topologia del sogno di Li Meixuan, anche se le
conseguenze erano state tremende, era comunque una cattedrale di luce,
abbagliante.
Xuan aveva percepito lo sguardo tra i due fratelli.
Appoggiò Marco, “giusto,
ma non basta. Scandagliamone gli archivi, va
trovato un punto preciso per spostare l’equilibrio. Non possiamo mettere
un’enciclopedia, deve essere un aculeo; semplice, quasi banale, invisibile. Come
un ago inserito nel punto esatto, anche lontano dal male, che fa poi lavorare
il corpo”.
Tanti anni a lavorare con i cinesi, …
Questo concetto era chiarissimo a Giovanni. wúwéi
(无为), lasciar essere e non
agire. Una forma di ordine. Ma così diagonale.
Si mosse a disagio.
Jack incrociò il suo sguardo, sembrò capire. “Un
colpo diretto, altro che ago!”
“Deve essere il punto preciso, perché poi tutto si
metta in movimento”, ribadì Xuan,
“Scusa Xuan, dobbiamo colpirli forte”, disse allora
Jack, “quei bastardi!”
“No, Jack. L’efficacia non sta nel colpire forte. Se
lo facciamo si vede, potrebbero contrastarlo, impedire che si propaghi,
neutralizzarlo.
Non possiamo sottovalutare la loro forza. Dobbiamo
agire sugli snodi, devono sembrare sogni del leone, ma leggermente
diversi. Ma poi si deve muovere tutto”.
Bo annuì impercettibilmente.
L’autorità coltivata in anni di studio e di
passione si espandeva nella Stanza.
“Quel che basta”, aggiunse Marco, che aveva capito
esattamente l’idea. Era un piano sensato. Al contempo, qualcosa in lui si
ribellava. Nello stesso Occidente c’erano molteplicità, altre tradizioni,
commistioni. Andavano mobilitate, non distrutte.
Prevalse Xuan.
Allora aprì un archivio olografico, testi, quadri,
sculture, edifici, musiche, persino vestiti, oggetti minuti.
Marco allungò la mano ed estrasse una sezione dal
prisma di forme colorate che avevano davanti. Era una specie di rettangolo,
come un blocchetto di lego, o un faldone di archivio, ma liscio, colorato e
luminescente. “Uno degli archivi che dobbiamo scandagliare è quello critico”.
Bo aggiunse, dispiegandone una parte, staccandola, “ed
il marxismo sinizzato e decoloniale. Il marxismo orientale”. Le polemiche tra i
marxismi risuonavano in lui.
Xuan, poggiò sul tavolo un’altra parte del prisma,
con un gesto netto lo aprì e questo si allargò su tutta la superficie, sembrava
muoversi, era pieno di immagini, di suoni, di scritte e parlava nella mente. “La
questione del potere, quella dell’oppressione coloniale”. Zia Hese sembrò
affacciarsi. Rispettare il mandato.
Guǐhún 鬼魂, si
consultò con Giovanni, poi quasi freddamente, disse, “queste sono tutte cose
giuste. Ma sono astratte. Poi esterne. Bisogna andare al pratico, allo sfondo”.
Lo guardarono.
Daohan ascoltava con attenzione.
“La secolarizzazione si è prodotta una prima volta in
Occidente sulla base di strutture di pensiero e pratiche concrete che non
esistevano nel vuoto. Ma dentro bisogni ed esigenze di sfruttamento di quel
mondo che si apriva alle ’scoperte’ e ai commerci ineguali tra Quattrocento e
Cinquecento”.
Daohan pensò alla storia di Shanghai, annuì.
Anche Jack concordava. Con tono aspro disse, “noi
siamo andati ovunque. Abbiamo fatto a pezzi tutto. Li ho costretto a regalarci
le cose e poi ricomprarle a carissimo prezzo. Ho punito chi non lo faceva”.
Giovanni, con la medesima voce, di Guǐhún 鬼魂, ma un’intonazione diversa, aggiunse
“sicuramente. Ed è ancora così. La ragione Occidentale è strettamente connessa
con questo circolo.
Quello del denaro. Il denaro ha un’anima, lavoro
morto che, come un vampiro, succhia le vite”. Pensò alla Fondazione, la sua
creatura ora diventata un mostro senza testa, il cui unico Dao era il denaro, o
il valore-emozionale. La sua creatura che era stata catturata.
Jack riconobbe in un lampo le parole di Jonathan.
Oggi lui era qui, “tutto per gli sporchi, bastardi soldi”. Strinse i pugni fino
a far diventare bianche le nocche.
Iniziarono a discutere.
Marco voleva partire dalla fisica, Aristotele, e
poi Galileo, finalmente Newton. Ad un certo punto si alzò di scatto, “se non
colpiamo lo spirito della loro fisica, la gerarchia della matematica, la sua
idea di tutto, restiamo sui sintomi! Non andiamo davvero in fondo”.
Giovanni lo guardò, sembrava sorridere, ma disse
molto seriamente e molto lentamente, come in centinaia di Consigli di
Amministrazione a suo figlio, “è il denaro la fisica, Marco, questo è la
gravità, crea lo spazio ed il tempo. Non c’è altro”.
Gli stendardi della Sala si riempirono di scritte,
scorrevano velocissime, sembravano partite doppie, numeri fittissimi, e navi.
Tempeste si sentirono all’orizzonte, e poi il rombo di cannoni, l’odore di
polvere e salsedine riempì l’aria.
Prevalse la linea economica. Seguire l’interesse.
Andare dove il denaro spande il suo odore di sangue.
Si guardarono, sembravano reali, ma sapevano di non
esserlo. Ognuno non sentiva il peso del suo corpo.
Giovanni però era sia dentro che fuori, per lui il
tempo aveva due velocità, se si fosse concentrato avrebbe potuto sentirlo
scorrere lento nel giardino, altrimenti era sulla panca, sotto la luce
verticale della Stanza. Lui era restato fuori delle capsule. La cosa provocava
una tensione fisica quasi insopportabile, come se fosse scisso e duplicato,
avanti e indietro. Il tempo si torceva su sé stesso e urlava nella sua mente.
Ogni volta che interveniva nella discussione doveva
strapparsi dalla lentezza ed immergersi nel turbine, poi risincronizzarsi. Come
se un’automobile, quelle della sua giovinezza con il motore che romba, puzza,
sporca, dovesse passare tra due piste che ruotano, l’una dentro l’altra, a
velocità diverse, e nel farlo dovesse evitare di capovolgersi.
Come se intuisse la sofferenza di Giovanni Xuan
propose una passeggiata. Uscirono. L’aria fresca sulla faccia e l’odore leggero
dell’aria del Nord li rinfrancarono.
Marco parlò per primo, “è proprio strano, sento il
mio corpo, ma so che non esiste, posso toccarvi ma non ci siete”.
“Sì”, rispose Daohan “e non ho fame, non sete, ma,
allo stesso momento posso mangiare. Quell’agnello era buonissimo, lo ho
mangiato ma non esisteva. Sentivo il calore della carne, la sua consistenza, …
Potremmo impazzire qui”.
“Questo è il rischio, perdere il senso del reale.
Adattarci ad un mondo nel quale potremmo vivere secoli, come dei. Non voler più
uscire”, rispose Xuan.
“Fuori moriremo. Tutti, salvo lui” Jack indicò Giovanni,
“qui possiamo vivere”.
Fece una pausa, cercava parole, “fuggire dal dolore”.
Tutti contemplarono l’idea, tornarono in silenzio
alla torre.
Bo li richiamò.
Nel primo anno si divisero i compiti e passarono
tempo a contemplare i dati e le sequenze storiche dello sviluppo del commercio
triangolare, dell’espansione coloniale e dei relativi rapporti ineguali,
quindi, finalmente, dell’ascesa industriale. Bo e Xuan e Marco spesso si
riunivano a discutere, il nesso tra ragione e scienza non poteva essere buttato
via così.
Si sentivano queste voci dalla stanza a fianco, a
volte Marco alzava il tono, urlava persino. Non tutto si poteva buttare così.
Soprattutto Xuan era combattuta.
Giovanni sembrava spesso assente.
Dopo mesi nella Stanza, in una seduta collegiale Xuan,
ruppe il silenzio.
“Hai ragione Bo”, disse “nasce qui. Naturalmente su
premesse specifiche, religiose e secolari. Ma prende questa traiettoria che si
vedrà bene solo a partire dal Seicento, partendo dalla ’libertà’ di Sepulveda
enunciata nel XV secolo. ’Libertà’ nella quale, a ben vedere, domina il
concetto di umano come strumento e come utilità”.
Marco si mosse involontariamente sulla sedia, era
tutto vero, ma ... troppo semplice, troppo ben detto, scolastico.
Giovanni, si ricordò di María Esperanza
Xólotl-Hernández che sposò nel 1950 un Mascali. Suo fratello Mario gli aveva
parlato della sua solare bellezza.
Aggiunse, per distrarre la tensione, “vorrei
ricordare questo breve testo, del poeta cileno Pablo Neruda che denuncia la
Conquista spagnola come distruzione e saccheggio, celebrando la resistenza
indigena e la bellezza naturale.
Invadono le isole (1493)
Gli sparvieri desolarono le isole.
E Guaranahì fu la prima
in questa storia di martiri.
I figli dell’argilla videro infranto
il loro sorriso, colpita
la loro fragile figura di cervi,
ed anche nella morte non capivano.
…
E quando il tempo fece il suo giro di valzer
il salone verde era svuotato.
Rimanevano solo delle ossa
rigidamente sistemate
a forma di croce, a maggiore
gloria di Dio e degli uomini.
Una lunga fila di volti riempì lo spazio. Muti, con
i loro occhi vuoti, guardavano Jack.
Non riuscì a sostenerne lo sguardo, uscì dalla Sala
con furia, e si avviò su per la montagna, da solo.
Lui sapeva come muoversi per ridurre il dispiego
fisico, era capace di camminare in montagna sempre allo stesso passo,
respirando ritmicamente, fissando il punto da raggiungere e mettendo un piede
davanti all’altro. Sempre uguale, preciso.
Ma ora.
Sembrava di non avere peso, non sentiva sforzo, i muscoli erano qui, poteva
toccarli, ma non sembravano funzionare in modo normale. Qualcosa era
completamente sbagliato.
Camminò per ore, la montagna era bella, ma non
c’era Tom.
Nella sala Daohan intervenne a questo punto, gli
sembrava di vederlo e la Stanza in effetti lo mostrò proprio mentre lo diceva. Ricordava
quando, nelle sere tiepide del suo amato Sud, una brezza leggera entrava dalle
finestre, i mobili decò e le librerie traboccanti, Yuan Hua e lui discutevano.
Con calma soave, le menti in contatto e quella sensazione del calore dell’altro
appena lontano, poco. La tunica beige di Hua e la sua camicia scura a fare un
giusto contrasto. Gli sembrava di sentire ancora il Baijiu artigianale di riso
glutinoso che quella bottega vicino casa faceva così bene. Ambrato, in piccole
ciotole blu, eredità antica della casa. Il sapore di miele e di frutta
fermentata si legava con i dolcetti e le mooncake salate.
Come interpretando il suo ricordo un leggero odore
dolciastro si diffuse nell’aria. Hua ricordava sempre le armi e i cacciatori,
le navi, i porti e le piantagioni grandi come fabbriche e come queste
organizzate. Tutte quelle miniere che si estendevano come metropoli divoratrici
di uomini, anche i batteri e le malattie derivanti dalla concentrazione erano
state Occidente. Fece una pausa, lo disse, per questo, aggiunse, si forma come
mito e come pratica. Secondo una formula indimenticabile della sua amata: ‘La
pretesa di ’essere’ e quindi, necessariamente, di designare come ’non essere’
ogni altro’.
Emerse dai suoi ricordi, come uscendo da un sogno,
disse “quello che è accaduto alla cosmotecnica occidentale è che ha preteso
essere unica forma legittima dell’umano. Questa è ancora trascendenza. Bisogna
capire esattamente come l’ha trasformata,
è il punto da colpire”.
“Esattamente”, rispose Xuan, “una pratica violenta,
anche oltre gli intenti - spesso non malvagi in sé - eppure per lo più
invisibile agli agenti che la praticano e subiscono, che riduce tutti gli spazi
a vuoto, tutti i tempi a passato”.
L’ascoltava, aveva ragione, ma Marco continuava ad
essere a disagio, queste formule erano ancora troppo chiare, troppo ‘pulite’, in
un certo senso erano contemporaneamente ‘vere’ ma mancavano il punto. Non
sapeva ancora dire dove. In ogni caso, per ora e in questi termini, ‘critica
della cosmotecnica che si pensa unica’, e non ‘della tecnoscienza in quanto
tale’, poteva anche accettarlo.
Si mosse sulla panca, mise a posto il cuscino, si
disse che ci avrebbe pensato.
Il primo punto era fissato. La libertà ed il
possesso come cuore dell’umano.
Un uccello entrò nella sala.
Volava in circolo, non sembrava trovare la strada
per uscire. Era confuso dai drappi e dagli specchi che spesso erano dietro di
loro. Sembrò chiedere aiuto.
Xuan allungò la mano.
L’uccello si posò sul suo palmo.
L’anziana studiosa e l’uccello bianco si
guardarono, sembravano parlare. Xuan fece un ampio gesto circolare con l’altro
braccio, con la tunica larga.
Improvvisamente partì, e uscì dalla sala, dritto.
Apparentemente passando attraverso il vetro di fondo, che mostrava un giardino.
Quel vetro che sembrava un ostacolo invincibile.
Ore 23.05, primo giorno.
Giovanni, con uno sforzo che cominciava a logorarlo
e richiedeva tutta la sua concentrazione, chiese alla Stanza di creare una bolla
sospesa sul porto di Amburgo. Vi entrarono tutti. Le pareti vetrate mostravano
a perdita d’occhio l’immane potenza della tecnica. Piattaforme a levitazione
grandi come piccole città sulle quali nuvole di robot caricavano navi intere e
ne smantellavano il carico, inviandolo con droni ipersonici direttamente alle
destinazioni, aree residenziali sotto cupole, spazioporti, un brulicare di
esseri ibridi, innumerevoli. Si intravedeva il pulviscolo di nanorobot
controllati dalle IA, nessuno sapeva esattamente cosa facessero, ma erano
capaci, si diceva, di entrare dagli occhi, le orecchie, la bocca ed il naso
degli umani e incunearsi, fino al cervello. ‘Tuttocolonia’ stava,
letteralmente, entrando sottopelle. Ogni cellula ne poteva essere piena.
“Usiamo bene il secondo anno-Stanza”, disse allora,
“tutto corre”.
Bo prese la parola. Aveva scelto un vestito molto
semplice, un pantalone a tubo, di cotone, di un colore spento, e una sorta di
blusa, tono su tono, con colletto pechinese. Assomigliava ad un qipao, era
chiuso in alto da un bottoncino marrone.
“Noi dobbiamo recuperare la lezione del marxismo,
ma volgendo lo sguardo al mondo. È la radice di un albero maestoso, nella cui
ombra Partito e popolo possono riposare”.
Fece una pausa, mentre tutti aspettavano per capire
cosa volesse in effetti dire.
“Ma bisogna restare aperti alla stima per tutti,
l’amore universale e l’osservanza della giusta frugalità. Seguendo la lezione
delle mille scuole”.
Xuan sorrise, ed attese,
“Non dobbiamo sostenere e respingere nulla, ma
seguire ciò che è giusto”, continuò,
“la Ragione occidentale non fa questo, respinge
molto e segue solo ciò che ritiene utile.
dobbiamo capire come si forma”.
Giovanni ora aveva inteso, guardò Bo perplesso, gli
aveva appena dato fondamentalmente dell’uomo volgare. Ma il profitto che aveva
perseguito in fondo per tutta la vita, o forse, si disse, dal quale era stato
‘abitato’ non era necessariamente estraneo alla giustizia. La Fondazione aveva
cercato di tenerli insieme. Quella Fondazione che era stata creata da Mario.
Guǐhún 鬼魂, aprì
nuovamente il suo vasto archivio. Giovanni aggiunse, con una voce che si faceva
incerta, e suonava stranamente lenta, “anche se i motti di Confucio che tu Bo
hai citato sono ingiusti”, fece una pausa per guardarlo, “è vero che per noi
occidentali essere liberi significa possedere. Io ero molto libero per tutti,
secondo tutti, non ero costretto. Ma era completamente falso”.
La sofferenza per restare sincronizzato con questo
tempo accelerato, ignorando la lentezza si fece maggiore. Affondò per un attimo
nel tempo lento. Fu un attimo, ma nella Grande sala passarono tre minuti.
Lo aspettarono.
“Ero il più costretto, posseduto da un mostro,
insaziabile, eterno. Costretto a cercare sempre altro sangue, ancora ed ancora.
La maledizione era che più mi ritraevo, più cadevo. Questa maledizione europea
non è ignota altrove”.
Si girò verso Bo, “ci cade anche la Cina, ci cadono
tutti, a qualche livello. Ma ciò che ci deve interessare è che questa mossa,
che si vede ovunque a saperla guardare, ha una caratteristica: designa di per
sé ogni universo ’altro’ a spazio tributario, sia periferico sia esotico.
Terrazza il mondo in diversi gradi di sé stesso.
la Cina non è estranea a ciò”.
Fece nuovamente una pausa, come se gli costasse uno
sforzo enorme. Come se fosse andato in qualche altro luogo e, con energia
erculea, fosse tornato: “noi vediamo sempre e solo l’identico, ovunque”.
Continuò, dopo altri due minuti, prese fiato, “potremmo
forse dire così, una formula liscia che conoscete: il diventare ‘Occidente’ del
mondo è proiettare”,
respirò,
“quel mito che immagina lo ’sviluppo’ come modello
unico,
seguito dall’Europa”.
Bo aggiunse, “fantasticato dall’Europa”.
“Certo, ce la siamo inventati”.
Tutti lo guardarono, Marco e Andrea non avevano mai
visto il padre così. Era sempre stato forte e sicuro, anche prima. Sembrava
sempre fare ogni cosa con naturalezza sovrumana. Ora, invece, sembrava come se
tremasse, oscillasse. Come se sprofondasse ogni tanto.
La Stanza, guidata da Guǐhún 鬼魂,
mostrò la storia dell’espansione europea nel mondo, i fatti, i numeri, le
persone, ogni evento, ogni luogo.
Marco, distogliendo lo sguardo dal padre,
intervenne a questo punto alzandosi in piedi. Attraversò la sala, proprio
mentre Jack tornava. Lo vide e andò alla grande finestra, guardò fuori sulla
valle. Un tortuoso fiume si allungava pigramente.
Poi si girò e disse, “no, scusate. La Ragione non è
certo solo Occidentale, ma storicamente, per ragioni diverse, è qui che ha
raggiunto una chiarezza mai definita”, alzò con la mano, dal pavimento, tutta
la matematica, la fisica, i modelli, grafici, funzioni, bellissime, e poi, in
un crescendo, gli strumenti scientifici, a partire dal XVII secolo, gasometri,
pompe ad aria, bilance chimiche, cicloidi, … la sala ne era piena.
“È questo che ha guadagnato l’innalzamento tecnico
dell’uomo su una scala mai vista prima.
Ciò salva
oltre che distruggere”.
“Hai ragione, la tecnica è un pharmakon”, disse
Xuan, “rimedio e veleno insieme”.
Come se gli costasse uno sforzo fisico enorme, anche
Giovanni rispose, “è vero, ma se salva e distrugge nello stesso momento. È come
se corresse sulle rovine, con le ali spiegate, dobbiamo capire meglio da dove
viene questo vento che la trascina”. Con un tono triste, aggiunse, “la
Fondazione non voleva creare le ‘piantagioni umane’ ma la tecnica è andata qui.
Lo ha fatto da sola?”
‘o gli ho dato una spinta’? si chiese.
Giovanni, mentre rallentava di nuovo, si rivide
nella veste del brigante, ‘ma io non volevo esserlo’, protestò con sé stesso. ‘I
briganti sono Toscani, Bayle, che hanno rubato la mia opera’.
Incrociò lo sguardo di Jack mentre affondava.
Andarono a mangiare, su una grande tavolata posta
sulla sommità di una torre, c’erano grandi piatti dell’Asia centrale. Yang Rou
Chan, spiedini di agnello al cumino, pane nan, yogurt acido. Marco chiese una
bottiglia di vino rosso, un Tiglianello. Lo assaggiarono anche gli altri.
Jack terminò con il suo bourbon.
Bo li richiamò, “il tempo corre, cerchiamo di stare
al punto. Quale è la radice della Ragione, e cosa perde? Cosa guadagna lo
sappiamo”, guardando Marco.
La Stanza fece comparire in quel momento un esile
vecchietto, appoggiato ad un bastone con il manico di avorio, aveva una
parrucca incipriata leggermente fuori moda, ed era vestito con una cura
puntigliosa. Non priva di eleganza. Si presentò con un leggero inchino, un vago
sorriso, gli occhi vispi e intelligenti.
“Saluto questa bella adunanza”, disse, e subito
dopo, “ho sentito i vostri dubbi, li comprendo, ma bisogna, signori, saper
porre un movimento dell’Essere che sia necessario e che abbia insieme in sé il
telos per condurre l’umanità fuori da quello ’stato di immaturità che è da
imputare a sé stessa’”.
Aveva una grande autorità e l’aria di chi sa di
averla, ma anche una sorta di esitazione, di incertezza, di dolore, persino.
Grandi eventi erano sulle sue spalle. Un’aria rarefatta, leggerissima,
promanava da lui. La luce stessa, sembrava piegarsi, si formavano come dei
reticoli, esattissimi.
Xuan era come attonita.
Jack sbottò subito, “queste parole. <Portare
l’umanità fuori della immaturità>! È quel che dicevano sempre le IA, erano sempre
per il bene. <Distruggi quella piccola comunità nei boschi>, <registra
il loro dolore>, <provocalo, sarà di esempio>. Oppure, <quel
filosofo sta distruggendo l’Ordine, l’umanità ha bisogno che venga eliminato,
fallo tu>. Io l’ho fatto sempre. Ma, no, non raccontate ancora e sempre
queste favole. Queste bugie bastarde. Tutta una vecchia storia. È solo per
potere”.
L’omino lo guardò perplesso, “non so, signore, di
cosa lei stia parlando, ma ammetto che qualche volta la missione civilizzatrice
richiede sacrifici”.
Jack lo guardò con odio, mosse un passo verso di
lui, ma poi riprese il controllo, il reticolo di luce lo circondava. Non aveva
senso litigare con un fantasma. Qui non c’erano corpi, nulla da colpire.
Lo guardò però freddamente, e gli disse,
“per il bene, il progresso e la civiltà, io ho
ucciso centinaia di vecchi come te.
E di bambini.
Non raccontare”
Si interruppe e si spostò verso il fuoco, volgendo
la schiena.
Marco si fece avanti e si mise a parlare fittamente
con il vecchio. Si allontanarono passeggiando. “Pensare a categorie a priori,
tempo, spazio, causalità, è potente, ma arbitrario”, gli diceva.
“No, è razionale, non è possibile senza la
successione, la causa e l’effetto, l’estensione, collocare gli oggetti di
pensiero”, rispose il vecchio.
Marco lo guardò, la semplicità di questa logica lo
attraeva, era così economica. “Ma, è solo un punto di vista. Il tempo è
relativo non assoluto, così anche lo spazio. Si codeterminano”, rispose.
Il vecchio era perplesso, non riusciva a capire il
punto posto da quel fisico che aveva circa la sua stessa età, ma veniva da un
altro mondo.
“Vede, signore, quel che dice non è possibile,
anzi, dirò di più, è immorale”. Questa conversazione iniziava a seccarlo. “Ciò
che è irrazionale è anche immorale”, aggiunse.
Marco avrebbe potuto mostrargli gli esperimenti
cruciali che mettevano in dubbio lo spazio newtoniano, base fattuale della sua
logica, ma non riuscì a trattenersi, “chi decide cosa è razionale, e chi ne è
portatore?”
“Ma gli uomini, ovviamente”, rispose il vecchio con
un moto di sincero stupore.
“Quali uomini, tutti?” insistette Marco.
Gli altri li guardavano curiosi da lontano.
“Bhe, signore, ovviamente gli esseri umani
civilizzati. Chi altri?” rispose.
Mentre Jack restava seduto sulla panca, guardando
fissamente il fuoco, la luce nella sala cambiò. L’ordine mutò, obliquo.
Apparve un uomo sui cinquanta anni, bruno e
tarchiato, non alto, quasi trasandato, vestito di scuro. Ma, stranamente,
imponente. Si avvicinò lentamente, camminando come se pensasse. I suoi occhi
scuri si incrociarono con quelli blu chiari dell’altro uomo. “Buongiorno,
signore”, disse, rivolto al primo, “ammiro moltissimo il coraggio della Sua
opera”, aggiunse,
“ma questa barriera tra il conoscibile e l’oscuro è
un’astrazione di cui non vedo la necessità, il mondo è una totalità”.
“… che non possiamo conoscere in sé stessa”,
rispose l’uomo incipriato, con calma e quasi senza muoversi.
L’uomo tarchiato si prese qualche secondo e rispose.
“Se non potessimo conoscere il mondo, in alcun modo”, cercava le parole, con
calma, senza alcuna fretta, guardando avanti a sé, “allora, Dio ci avrebbe
ingannato”. Continuò, dopo una pausa, “propongo questa altra idea,
lo Spirito del mondo è un divenire, mai identico”,
… cercava la parola giusta,
“scorre e si fa”,
dopo un attimo,
“ma no, non
può essere senza senso”, concluse.
Tutti si fermarono ad ascoltare. La Stanza creò un
ambiente soffuso, pulito, completamente privo di asperità, chiaro e dal quale,
se si fosse voluto, si sarebbe potuto vedere ogni angolo del pianeta, ma solo
dall’alto.
Erano ora l’uno davanti all’altro, a circa due
metri di distanza, nulla li separava se non lo spazio, ma la luce della stanza
faceva tra loro degli strani vortici,
quasi invisibili.
“Lei ha ragione, signore, …”, anche l’anziano con
la parrucca parlava con precisione, ma più rapidamente, “ma il senso lo diamo
noi, avendo le categorie che la provvidenza ha instituito in noi,
come esseri umani”.
Aggiunse, “in linea di principio instillato in ogni
essere umano”,
lo guardò direttamente,
“accessibile se adeguatamente istruito
e libero”.
“Ma così, …”
l’uomo scuro era a disagio, conosceva benissimo
quell’argomento, ci aveva lavorato a lungo sopra, ma sentirlo enunciare così,
da quella bocca, in quel modo, era difficile, “… così alla fine è tutto già
dato, tutto scritto, fatto,
solo da riconoscere”.
Fece un ampio gesto, insolito per lui, una sorta di
quadrato nel vuoto,
“geometrico”.
“Sì”, rispose l’esile vecchietto, “come deve
essere”,
“è giusto lo sia, è morale,
è etico,
corrisponde alla forma del mondo e lo esprime”.
“Io credo che sia altrimenti, il mondo è movimento,
è lotta, è dolore, poi compimento, infine pienezza”.
Fece una piccola pausa, e poi concluse,
“Giunge alla pienezza tramite la contradizione, la
lotta”.
Napoleone occhieggiava dietro le tende.
Xuan guardò con dolore questa scena. La Stanza
mostrava contemporaneamente le immani distruzioni, i milioni di morti, la
ritirata dalla madre Russia, Iena, l’orgoglio prussiano, il bisogno di essere
in un mondo difficile. Lo slancio che queste sistemazioni produssero. Forse
soprattutto, subito dopo la pace post-napoleonica, l’immane espansione del
colonialismo e degli imperi Occidentali nel mondo.
I milioni di morti.
Scorsero, la Stanza mostrò,
i volti.
Una cascata infinita di volti, traboccante. Tra gli
altri, zia Hese, Manouchian, Nabil El-Khatib, Thabo, Kondiaronk, Tom. Onde di
dolore strazianti.
Per l’uomo più giovane la storia era andata ’da
Oriente ad Occidente’, per cui, secondo le sue stesse parole, ’di contro al
diritto assoluto che egli possiede per essere il portatore attuale del grado di
sviluppo dello Spirito Mondiale, lo spirito degli altri popoli non ha diritto
alcuno’.
Lo enunciò.
Xuan attraversò la sala e disse, trionfante, “ecco
il deragliamento”.
Marco la guardò, attese.
“Tutto ciò ha, insomma, una lunga storia, profonde
radici, ma vede la luce quando la periferica Europa si fa mondo e si confronta
da vicino con l’altro da sé. Tuttavia, negandolo come ’altro’”.
Intervenne allora, gli sembrava che fosse il punto.
“Questo,” disse lentamente, “questo lo posso accettare”.
Completò, “in sostanza è per questo che, alla fine,
si perviene ad un totale pienamente razionale. È la premessa del controllo
totale che le Sentinelle si sentono autorizzate ad imporre”.
Bo, concluse, “ecco, esattamente. È questo che va
portato a termine”.
Marco replicò e aggiunse subito, “questo eccesso,
che è a ben vedere non razionale, esprime il bisogno e la paura dell’Occidente.
Lo scivolamento di un generoso tentativo”.
Guǐhún 鬼魂,
silenzioso, registrava ogni gesto, ogni parola, ogni vibrazione.
Il secondo punto era fissato. La Ragione come
maschera del colonialismo.
Ore 8.15, secondo giorno
Il terzo anno, nel mondo reale erano passate
diciassette ore. Erano quindi nel secondo giorno dall’attacco, Bo teneva i
conti costantemente, la Stanza poteva ricevere e trasmettere informazioni
dall’esterno. Il Jìngyǐng Bù non segnalava attacchi imminenti, ma il
tempo correva. Chiese alla Stanza di impostare un calendario serrato, serviva
ogni aiuto possibile. In primo luogo, consolidare i punti. Poi le conseguenze,
quindi trovare la tecnica, un Qi dotato di un diverso Dao.
Si materializzò un altro spettro. Il sistema aveva
scavato nelle memorie dei protagonisti, le quali erano squaternate davanti e
sé. Aveva anche scandagliato gli archivi, e ricostruito una personalità che
riteneva fosse utile in questo momento.
Fece arrivare Yuan Hua.
Xuan lanciò un grido di sorpresa.
“Mamma!”
Daohan era impietrito.
Non c’era un vero e proprio corpo, ma Xuan ci si
tuffò dentro egualmente, piangendo. Mamma, mamma, mamma.
Non credeva ai suoi sensi.
Hua si lasciò abbracciare dalla figlia e dal
marito.
A lungo.
Poi asciugò con cura le lacrime della figlia. Era
così strano, si guardarono a vicenda, lei ora era così giovane, molto più della
figlia. Quella mattina in Canada la banale violenza dell’Occidente l’aveva
raggiunta. Un incidente strano, stupido. Era ferma ad un posto di blocco, si
era chinata a prendere un fascicolo che era caduto, di scatto. Pensava ad
altro. Le spararono.
Ora la figlia, che era davanti a lei aveva quasi
trenta anni più di lei. La guardò, così bella.
Disse, dolcemente, “non abbiamo molto tempo, vero?”
Xuan annuì.
“Ho visto cosa avete fatto, tu e tuo padre, e Bo”.
Li guardò tutti, poi dopo una pausa disse, “sul
vecchio avete ragione, ma c’è anche di più”.
“Questo che abbiamo visto è il nucleo, di una
trascendenza generosissima, eroica e perfettamente benintenzionata, ma in
qualche modo perversa. Della ’Mitologia bianca’ che ha fatto di sé la
modernità, però restando profondamente e radicalmente antica”.
Continuò, “ad esempio, Sepúlveda, che da
grandissimo intellettuale umanista rappresentava in sé l’epoca, disse
chiaramente che la guerra contro gli ’indios’ era ’giusta’ perché questi erano
e sono naturalmente traviati, come ancora oggi siamo noi cinesi per l’Unione
Nordamericana, e perché in ultima analisi tutto quel che si fa, il dominio
stesso, è per il loro/nostro ‘bene’”.
“E poi”, aggiunse, “la cosa forse più importante.
Se si guardano gli atti”, sorrise a Guǐhún 鬼魂 che
non aveva mai conosciuto, ma che ora gli era chiarissimo,
“che sono qui.
Leggendoli, si nota che la vera ragione per la
quale i popoli degli Atzechi e Maya, i Mexica, non erano sviluppati, e quindi
meritavano che gli si facesse guerra, non era che non erano in grado di avere
una tecnica (o una loro ’cosmotecnica’)”.
Guǐhún 鬼魂 li
portò in un grandioso volo sopra le città Atzeche, disse, ’erano di gran lunga
più grandi e sotto tanti profili più avanzate di quelle europee, Valladolid nel
1500 aveva 15.000 abitanti, Siviglia ne aveva 50.000, aveva strade strette,
chiese gotiche e costruzioni in mattoni, Tenochtitlán, aveva tra 200 e 300.000
abitanti, era grande come Pechino, costruita su un lago con canali, acquedotti,
piramidi altissime, aveva orti botanici e grandi palazzi, ogni giorno riceveva
60.000 visitatori’.
Andrea non riuscì a tacere, “trecentomila
abitanti?”
“Presume un’organizzazione straordinaria con i
mezzi tecnici del tempo”, aggiunse Giovanni, che era riemerso ma si sentiva sempre
come soffocare, pur restando ostinatamente abbarbicato alla simulazione grazie
alle risorse del suo amico.
Bo, aveva ascoltato tutto con attenzione. Commentò, “indubbiamente. A quel tempo solo
Pechino era così grande, ed ovviamente era avanzatissima sia sul piano sociale
e filosofico, sia organizzativo e tecnico”.
… “il sistema dei mandarini”, lo interruppe Xuan,
con un sorriso.
“Certo”.
Continuò Hua, “la ragione per la quale secondo gli
spagnoli erano ’sottosviluppati’ è infatti completamente diversa, come dice lui
stesso:”
La Camera lo fece parlare,
<Tuttavia, d’altro canto hanno costituito una
loro ’cosa pubblica’, dove nessuno possiede individualmente, né una
casa, né un campo di cui possa disporre né lasciare in testamento ai propri
eredi, perché tutto sta nelle mani dei loro signori, che con nome improprio
chiamano re, al cui arbitrio vivono più che al proprio, legati alla loro
volontà e capricci, e non alla propria libertà, e il fare tutto questo
non oppressi dalla forza delle armi, ma in modo spontaneo e volontario, è un
segno certissimo dell’animo avvilito e servile di questi barbari […] Tali sono
insomma l’indole e i costumi di questi omuncoli tanto barbari, incolti e
disumani, prima dell’arrivo degli spagnoli>.
Jack si vide passare davanti agli occhi la comunità
di Tom sugli Appalachi. I volti che spesso venivano a visitare i suoi sogni
erano ora di nuovo qui. Si mise le mani sugli occhi, ma era inutile, a vederli
era la sua mente.
Yuan Hua terminò, “chiaramente Sepúlveda giudicava
essere il fondamento della barbarie, come oggi loro reputano essere quella
Russa o Iraniana, o Cinese, non già la superiorità o inferiorità tecnica,
quanto il modo non individuale di stabilire le relazioni sociali. Sia con le
persone come con le cose”.
“Si può dire, insomma, che l’accusa è di non avere
proprietà privata”, commentò Xuan.
“Sì, esattamente”.
Guǐhún 鬼魂
riaprì l’archivio.
Jack fece un lungo lamento trattenuto di dolore.
Yuan Hua aggiunse, “la stessa identica accusa è
quella che un secolo dopo sarà avanzata verso i nativi del Nord America, i
Wendat e gli altri. Con le parole dell’umanista spagnolo, ut nihil cuiquam
suum sit, e quindi libertà soggettiva, suae libertati, capace di
opporsi ai signori, se del caso”.
L’anziano signore incipriato, si era seduto sulla
tavola e sembrava assorto a mettere in ordine con precisione le posate, tutte
esattamente alla stessa altezza e parallele.
Si riscosse e alzò lo sguardo. Aveva in effetti ascoltato
con crescente disagio, soprattutto aveva visto, quindi proruppe, “ma se l’uomo
non è capace di agire secondo la Ragione dentro di sé,
se resta soggetto ad altri, senza scegliere, allora
che uomo è? Assomiglierebbe a quelle scimmie che si dice vivano nel profondo
Sud, nelle selve africane”.
Si alzò con un certo impeto e si avvicinò al fuoco
che ardeva in un angolo dell’ambiente. Aggiunse, dopo una pausa di riflessione
nella quale sembrava averlo osservato, mentre il calore si diffondeva nella
stanza,
ma a questo punto lentamente, con un controllo di
sé recuperato, “potremmo concedere che sia umano, ma prigioniero, ausgang,
immaturo. Quindi dobbiamo aiutarlo.
Voi non sembrate capire che il vasto ed oscuro
mondo, senza Ordine, deve essere ricondotto alla luce”.
Concluse, “questa è l’emancipazione”.
Prese un ciocco di legna e lo buttò nel fuoco con
energia, una grande quantità di scintille si levarono nell’aria.
Tutti lo guardarono.
Königsberg sembrò a tutti così piccola.
Daohan era vicino ad una finestra, si voltò e
completò il concetto, “se si va nella direzione che ci ha indicato, signore,
tutti dovrebbero seguire la medesima strada. Questa coinciderebbe con lo
sviluppo dell’umano stesso. Tutti dovrebbero adottare le stesse istituzioni e
le medesime cosmotecniche”. I suoi antenati parsi e quelli han stavano parlando
attraverso di lui.
Il vecchio rispose immediatamente, alzando la voce
in crescendo, “certo, che altro?
Non vedete quanto sviluppo si è dato in così poco
tempo? Come ci siamo liberati, come la Ragione e la Luce si sono liberate
dell’oscurità e della superstizione, dei roghi, delle streghe, della miseria,
la fame, la peste, che hanno sempre afflitto l’umanità?
Questi sono fatti universali e propri della natura
umana”,
Marco lo guardò, questo era comprensibile.
Per la prima volta il vecchio mostrava una passione
che teneva costantemente a freno, ma che, evidentemente, sempre ribolliva
dentro di lui.
L’uomo scuro annuiva mentre disegnava cerchi sulla
cenere del fuoco che era caduta a terra.
Yuan Hua, sorrise, e disse solo, “quindi, le
vittime sono colpevoli di aver costretto il riluttante liberatore ad esercitare
la violenza,
in quanto avrebbero potuto riconoscere da sole che
la verità gli veniva incontro benevola. Sono colpevoli e per questo devono
sacrificarsi,
giusto?”.
Si sentì distintamente un sospiro, proveniva dalla
direzione di Jack, che sembrava estraneo alla discussione, ma ascoltava.
Andrea aggiunse, “c’è anche un’altra dimensione, il
grande movimento di cui noi occidentali siamo così fieri, e che pensiamo come
razionalizzazione, come dominio del logico, della matematica, persino. Cioè lo
sganciamento dal senso religioso …”
Marco completò la frase del fratello, “… tutto
questo, in realtà incorpora in modo bastardo un senso religioso più profondo
perché non visto”.
Yuan Hua, alzandosi dalla sedia, confermò, “esatto
Andrea. Determina uno sradicamento che usa e corrompe, ad un tempo, le
strutture del cristianesimo, alla fine lo trasforma in capitalismo, facendo
prevalere norme e pratiche funzionali sulle relazioni sociali”.
Andrea la guardò, aggiunse “per cui si può dire che
quelle ’tendenze autodistruttive’ di cui Jack hanno sperimentato la forza, e
distruttive che hanno colpito Mbali, non sono delle aggiunte ai potenziali
spirituali positivi, perché critici, dell’Occidente, ma ne sono il codice?”.
In fondo alla Sala, acquattati vicino al camino, Jack
e Giovanni ripensarono alle loro vite. Diversamente e identicamente infelici,
aspre, violente e incomplete.
Il tempo, però passava, e Giovanni si sentiva anche
e contemporaneamente seduto sulla panchina nel giardino a Shanghai, fermo,
mentre tutto gli scorreva intorno.
Marco, che intravide lo sguardo di suo padre, intervenne
a questo punto, cercando di ricondurre la discussione ad un a conclusione, la
sofferenza che vedeva era troppo grande. “Dobbiamo tornare alla piega, e
decidere come inserirvi un cuneo”.
“Si, Marco”, rispose Giovanni che centellinava le
forze, partendo lentamente, da lontano, ed accelerando, disse “un sussurro,
appena udibile, ma capace di toccare. Lo spirito del capitale, il
funzionalismo. Poi l’individualismo liberale la logica dell’Uno.
Capace di agire contro il cuore della Fondazione,
in effetti”.
Ci fu un attimo di silenzio.
Daohan, aggiunse “quel che bisogna ottenere è di restare
entro l’umano,
il Codice occidentale alla fine immagina sempre il
soggetto come individuo separato, ma non lo è”.
Terminò Xuan, “ed il ’tempo’ non è il piano liscio
immaginato geometricamente dalla scienza inglese del Seicento. Piuttosto, una
crescita, un circolo, una parentela”.
“Una parentela. Forse questa è la chiave”, disse
Yuan Hua.
“Dobbiamo riportare l’economia del dono e la
pienezza che viene dalla debolezza,
dalla finitudine”.
Da qualche minuto Daohan si era messo a cucinare in
una pentola di bronzo dell’Hongshao con maiale a cubetti, l’odore di cannella e
zenzero invasero la sala.
Sentendo questo odore, che ricordava la vita fuori
della Stanza, Giovanni improvvisamente e senza alcuna ragione rispose, con un
sussulto “dobbiamo tornare a quel che Mario aveva capito”.
Gli cadde addosso quel che aveva cercato sempre di
non vedere. La sua ricerca costante di una soluzione tecnica aveva aperto le
porte che si stavano chiudendo sull’uomo.
Il terzo punto era fissato. Oltrepassare il
codice religioso del moderno significava restare presso ciò che è parente. Shi
e li.
Ore 16.00, secondo giorno
Bo si sincronizzò con il Jìngyǐng Bù. Erano
passate altre otto ore, quindi i loro corpi esposti erano nel medesimo secondo
giorno. Qualche vibrazione nei sensori periferici lasciava pensare a movimenti,
forse una squadra si stava avvicinando, lentamente, dal confine del Tibet.
Mandarono agenti ad intercettarla, ma discretamente, non bisognava mettere in
allarme la SVA prima del tempo.
Disse alla Stanza che al massimo potevano avere
ancora sedici ore, poi la casa di Shanghai andava evacuata, e prima dell’arrivo
bisognava che l’azione fosse compiuta. Significava meno di due anni in tempo
accelerato.
“Dobbiamo fare presto”, Bo irruppe nella stanza
comune, “abbiamo focalizzato il ruolo della libertà e del possesso, la
connessione con questa della Ragione e la sua intima relazione con il
colonialismo, ed il tono religioso che promana da queste trascendenze bastarde,
va benissimo, ma ora serve conclud…”.
Jack si alzò e nervosamente interruppe Bo, “tutto
questo non serve a nulla, ho ascoltato con attenzione ed ho capito poco”,
fece una pausa, cercando il modo giusto di
esprimersi, “è tutto maledettamente più semplice.
Solo la pura, semplice violenza. La bastarda,
semplice, eterna, violenza. La stessa vecchia storia”.
Era alto, quasi un metro e novanta, malgrado l’età
era ancora forte, muscoloso, agile. Guardare la sua faccia semplice, la barba
rossa e gli occhi verdi, freddi, diretti, poteva fare paura a chiunque. Ma Jack
era diretto. Lo era sempre stato.
La violenza era la verità, per lui.
Giovanni non parlava da molto tempo, era torturato
dal ricordo del dolore per Alessandra e dalle azioni che aveva compiuto in quel
turbine,
si alzò e disse a Jack, con enorme concentrazione e
fatica, portandosi davanti a lui, a mezzo metro, dal basso verso l’alto ma
frontalmente, direttamente.
“Hai ragione.
Il cerchio si chiude solo se capiamo dove scatta la
violenza, se no è teoria”.
Guardò questo strano essere, che non capiva, la cui
parte umana era nata quaranta anni prima di lui. L’essere che aveva cercato di
uccidere. L’uomo che lo aveva aiutato. La voce uscì strana. Lenta, bassa, quasi
dolce.
“La teoria è un vecchio trucco, tante parole per
chi non corre rischi. È al sicuro”. Jack l’aveva pronunciata pensando ai tanti
che venivano da luoghi protetti, armati di parentele illustri. Vincenti.
L’accusa era rivolta in pratica a tutti i presenti.
Giovanni la sentì su di sé. Xuan si ricordò di
Yucheng e ne fu particolarmente colpita. Il karma andava riscattato anche per
lei.
La Stanza fece sparire il pavimento, tutti si
ritrovarono in una pianura dello Yucatàn, disboscata da tempo, piccoli campi
coltivati si distribuivano intervallati da zone boscate, passando dall’alto
videro delle nah abitate, sparse, con tetti di paglia e pareti di fango. In una
radura un poco più grande era un grande albero.
Yuan Hua le vide per prima e lanciò un urlo
strozzato. Forse venti donne, alcune nude altre vestite con la loro tunica
corta e nastri colorati, erano impiccate e pendevano dai rami. Ai loro piedi
erano legati bambini di varie età, che pendevano a testa in giù.
Un capitano e dieci soldati erano accampati a una
cinquantina di metri di distanza e bevevano mangiando. Tra loro e le donne
erano disseminati dei seni tagliati.
Avvicinandosi sentirono Pedro de Zurita, il
capitano, dire a Alfonso Aragona, “Al fin, aquella india marcada con el
huipil bordado confesó dónde habían escondido el oro”.
Alfonso rispose, dopo una risata sguaiata e
asciugando la barba dal vino rosso, “Mas fue menester tiempo; ni aun lo que
hicimos a las otras la convenció”.
Il
monaco che era con loro intervenne nella conversazione, “Cierto es, gente
obstinada y sin Dios. No entienden que estamos aquí para salvar sus almas”.
Il
capitano assentì. “Por ventura, Jerónimo las bendijo antes de ahorcarlas”;
Il monaco era soddisfatto, “ahora podrán
salvarse. Sí, hoy hemos
llenado la casa de Dios”.
L’oro come movente immediato, la fame che
Kondiaronk vedeva ovunque, come Las Casas, ma anche altro.
Jack era rimasto indietro, non poteva vedere queste
scene perché erano le medesime che aveva fatto. Si vide nel capitano.
Poi si mosse.
A piccoli passi si avvicinò all’albero, cadde a
dieci metri di distanza e strisciò palmo a palmo fino ad essere sotto i suoi rami.
L’erba era intrisa di sangue e ne sentiva l’odore.
Improvvisamente si mise a piangere.
Si alzò in ginocchio e stese la mano per toccare la
mano di un bambino, aveva forse cinque anni.
Tutti restarono distanti, in silenzio.
Quella sera nessuno parlò.
L’Europa aveva pensato di avere questo diritto, e
lo aveva esercitato infinite volte. Ancora e ancora. Lo aveva fatto in tutte le
periferie del mondo nei Trenta. Era stata fermata, ma aveva rivolto la sua
furia sulla natura.
“Cosa alimenta questo cuore di tenebra?” Chiese
come a sé stesso, Daohan.
“Il possesso”, rispose Giovanni. “L’idea che la
Verità può essere posseduta, come le cose, manipolata anche, che tutto sia
cosa, legge”.
Yuan Hua aggiunse, “sì, e la disumanizzazione di
ogni altro. Ciò che non è umano può essere considerato strumento, distrutto,
manipolato e sfruttato, restando innocenti”.
“E’ l’innocenza del cuore che lo rende tenebra”,
rispose Daohan.
Guardiamo alle stragi delle nostre guerre
“umanitarie”, o “difensive”, quelle del nostro secolo ormai al tramonto. “Nell’enormità
di questi crimini, che il mondo non dimentica, c’è un metodo”, continuò, “è lo
stesso: oro e disumanizzazione”.
“Quando è sfidato l’Occidente si sente sempre con
Dio, dalla parte del Vero, della Civiltà, del Giusto”.
“È vero, noi abbiamo sempre la ragione, siamo la
civiltà, portiamo il progresso”, aggiunse Marco.
“Qualunque sia il prezzo”, concluse Jack.
Tutti al servizio del nulla, come erano stati loro,
Giovanni e Jack.
Si guardarono.
Il quarto punto era fissato. La radice della
violenza è nell’innocenza.
Ore 24.05, secondo giorno
Era ora mezzanotte, iniziava il terzo giorno,
quello pericoloso. Tutto era compiuto. Il senso era stato ricostruito, ora
serviva lo strumento.
Andrea si mise al lavoro con Marco. Come codificare
in linguaggio matematico “parentela verso possesso”, e “finitezza verso
innocenza”? E che forma dare al virus, quanto doveva andare a fondo?
Per Andrea era necessario andarci molto, “dobbiamo
colpire il cuore, disarticolare completamente la logica di sistema che
l’Occidente ha sviluppato, da Galileo in poi”, disse in una riunione di
progettazione preliminare.
Marco era in completo disaccordo, “sarebbe un grave
errore, Andrea, la scienza dell’Occidente ha liberato tante energie, non
dobbiamo distruggere tutto, ma toccare l’eccesso di sicurezza, la nozione
distorta di libertà, di possesso,
la pretesa di una ragione come possesso unico, la
ricerca della pienezza come trascendenza, la violenza innocente”.
Discussero per settimane. Xuan e Daohan li
sostennero.
Bo diventava sempre più nervoso. “Non possiamo
perdere tempo, decidiamo!”, sbottò ad un certo punto, erano le 2 del mattino,
all’alba dovevano aver finito. Una squadra del Guójiā Ānquánbù sarebbe
passata a prelevarli per condurli ad una riunione importante e segreta.
Giovanni/ Guǐhún 鬼魂, che
da quasi un mese era assente, entrò nella Stanza, con la decisione dei suoi
tempi, prese una posizione e la chiuse. “Io che ho creato il dramma nel quale
siamo, vi dico, faremo un Codice-virus che crea dubbi, ma non distrugga la
necessità del pensiero razionale ed ordinato. Ciò che conta è che non si senta
Dio”.
E continuò, “dovremo ancora combattere, riprenderci
la Fondazione Mascali, far scendere dalle torri e dalle stazioni orbitanti i
loro abitanti, riportare le IA Sentinella al ruolo per il quale erano state
pensate, far pace con la natura, ma troveremo alleati”.
Si abbatté sulla sedia. Sembrava stanchissimo e,
come capitava da tempo, sembrò entrare in una sorta di catalessi.
Si misero al lavoro. Non avevano davvero bisogno di
dormire dentro la Stanza, e quindi non dormirono. Il compito fu diviso in aree
di lavoro e la Stanza evocò molti aiuti straordinari. Alcuni dei più geniali
matematici furono richiamati come proiezioni, radicate nel loro lavoro e
personalità, tutta la storia della disciplina fu scandagliata. Una branca
recente fu interamente ripensata, algoritmi che privilegiavano topologie
semantiche e reti di oggetti multidimensionali furono ridefinite con livelli di
complessità e codifica mai tentati.
Marco si occupò della propagazione del virus dentro
le reti sistemiche delle IA. L’idea era di travolgere le difese come un mare
che si solleva oltrepasserebbe una diga.
“Questo va bene”, commentò Bo, “un progresso
significativo.
Così non distrugge, ma modifica”.
Una sera durante la quale partecipava alla
conversazione Giovanni aggiunse, con voce rotta, “il mio errore con la
Fondazione, la mia colpa, è di non aver capito fino in fondo che ero solo un
anello di una macchina secolare. Ho pensato, nella mia furia, che l’avrei
controllata”.
“Lei controllava te”, osservò Marco.
“Sì, è proprio così, sono stato arrogante. Alla
fine, non diverso da quel capitano spagnolo. Ma dobbiamo rimediare, il mio
cuore sanguinava per tua madre, l’intenzione era confusa, le conseguenze
tremende, il mio karma è peggiore di quello di Jack”, lo guardò,
“ma entrambi possiamo rimediare”.
“Lo faremo”, rispose Jack, che sembrava determinato
e pieno di energia.
“Dobbiamo tradurre in matematica queste quattro
variabili”, disse allora Xuan, “Parentela vs. Possesso (亲缘 vs. 占有 - Qīnyuán vs.
Zhànyǒu); Finitezza vs. Innocenza (有限性 vs. 无辜 - Yǒuxiànxìng vs.
Wúgū); Ragione come Strumento vs. Ragione come Possesso Assoluto; La
Radice della Violenza è nell'Innocenza (暴力根源在于无辜 - Bàolì Gēnyuán
Zàiyú Wúgū)”.
“Perfetto”, rispose Andrea
Mostrò delle equazioni che privilegiavano le connessioni
simbiotiche sull’accumulo e forzavano le IA a riesaminare la loro storia
decisionale sotto nuovi parametri, riducendo la spinta all’accumulo di dati,
controllo, risorse e predazione.
La squadra di matematici-fantasma di Andrea, alcuni
dei maggiori geni della storia universale della disciplina, la codificarono in
tre mesi di tempo-Stanza (due ore).
Giovanni era uscito. Passeggiava nei boschi, e
combatteva una sua battaglia. Sentiva il tempo scorrere divaricato. Una
sensazione stranissima ed estremamente dolorosa a livello fisico, una torsione
nella mente, una lesione. Nello stesso momento era in un giardino dove tutto
scorreva lentissimo e in un luogo, la fortezza, dove sembrava normale. Ma se
avesse cercato di vederlo diversamente avrebbe potuto sentire qui, al
contrario, il turbine del tempo acceleratissimo. In tutti questi giorni, o
dall’altro lato anni, aveva cercato sempre di non ‘sentire’ il tempo mille
volte accelerato. Aveva la sicurezza che, in tal caso la sua stessa mente si
sarebbe potuta strappare.
Questa esperienza poneva comunque in questione
concretamente l’unità di tempo e luogo.
Il pensiero si era affacciato da solo, non poteva
creare un luogo-tempo nel quale far tornare Alessandra? La sola idea di
rivedere il suo volto, poter abbracciare il suo corpo morbido, baciare le sue
labbra, perdersi nei suoi occhi verdi, rivedere quello sguardo che mai più
aveva visto, lo lacerava. Un dolore enorme, furioso, la sensazione di essere
squartato, lo attraversava tutto. Lei era stata così vera, la cosa più vera di
tutte, stare con lei aveva creato il mondo, ora era finito. Quel mondo non
c’era più. Nulla lo poteva far tornare.
Ogni persona che scompare strappa la carne.
Cadde a terra e si mise a piangere. Sentiva l’erba
tra le mani, affondò le dita nel terreno, ne sentì l’odore. Mise la faccia
nella terra, ne sentì il sapore.
Ore 04.23, terzo giorno
“Ora sono le 4 del mattino, sta per sorgere il
sole”, avvisò Bo nelle menti di tutti. Serviva ancora il meccanismo di
propagazione, andava codificato nel Codice-virus. Il gruppo di Marco lavorava
senza interruzione.
Alla fine, Heisenberg ebbe la giusta intuizione. “Verschränkung,
non dobbiamo copiarlo, lo intercetterebbero e confinerebbero”. Come disse, “la
soluzione è che il virus stabilisca un entanglement quantomeccanico tra il suo
nucleo e la matrice decisionale dell'IA. Unendo le loro funzioni d’onda”.
In fondo era semplice, si trattava di introdurre
deliberatamente il caos, l’indeterminazione nel cuore di un sistema che, alla
fine, era logico-deduttivo. Mostrargli che per ogni scelta logica, esistono
conseguenze non calcolate, karma, che si disseminano. Lo pensava come “furchtbar
und genial zugleich” (terribile e geniale allo stesso tempo).
“Ottimo”, confermò Marco, “faremo così”.
“Impostiamo il Codice come Frammento di realtà
simulata compressa (FRSC), usiamo la tecnica del senso delle IA contro di
loro”, aggiunse Andrea.
“Conterrà l'esperienza emotiva e sensoriale della
scena nello Yucatán, ma anche il dolore di Jack, la fredda crudeltà dei
conquistadores, le statistiche coloniali, la consapevolezza di Giovanni”,
concluse.
“Decomprimiamo questo
Pacchetto empatico (PE) nella memoria di lavoro della IA e gli diamo priorità
uno”, aggiunse Marco.
“Non avrà dati, ma esperienze
da processare, questo ‘Pacchetto empatico’ sarà decompresso nella memoria di
lavoro dell'IA al momento dell'infezione”, dopo una piccola pausa, aggiunse “quindi
si connetterà ai nuovi operatori matematici (Ω, δ) che gli abbiamo
fornito”.
“Il resto starà a noi”, concluse Giovanni. “Dovremo
combattere per riprendere la Fondazione, e poi lasciare che il mondo faccia sé
stesso.
Come dissi una volta, proprio a te, Bo, avremo
montagne da spostare, e lotteranno, ma almeno lo potremo fare anche noi, finalmente”.
Era tutto finito. Bo chiese a Guǐhún 鬼魂
di chiudere la stanza.
Xuan
guardò Yuan Hua, “mamma”.
Si rivolse a Guǐhún 鬼魂 e
disse, “aspetta, ti prego”.
Bo la guardò, ma per la prima volta non la vedeva.
“Non posso perdere di nuovo Hua, non ci riesco. Non
è giusto, mi è stata strappata quando ero solo una ragazza, ho dovuto vivere
per lei. Per essere degna di lei. Ora è qui, voglio tornare quella ragazza che
si sedeva alle sue ginocchia. Accarezzare il volto, sentire la sua mano. No.
No.
Non posso.
Non posso, non è giusto.
Qui abbiamo tutto, non possiamo perderlo”,.
Xuan aveva una voce che nessuno gli aveva mai
sentito. Si mosse verso tutti, cercava aiuto in ciascuno. Andò da Daohan, lo
scosse.
Lo strappò, disse che lui non amava sua moglie.
Andò da Giovanni, che guardava dietro la sua enorme
stanchezza e sofferenza, “ti prego, Giovanni, tu potresti avere di nuovo
Alessandra qui”,
lo guardò a lungo.
Giovanni restò interdetto. … la possibilità si
allargò nella sua mente, vi si aggrappò, occupò ogni angolo. Come un’onda di marea
travolse tutto. Sentì ancora la sua voce, vide il suo sorriso. “Alessandra”,
una voce strozzata emerse.
Allungò la mano nel vuoto, gli sembrò di sentire la
sua pelle, l’odore si impadronì di ogni parte del suo corpo, gli occhi verdi di
lei gli esplosero dentro.
“Sì, aspetta”, disse.
Troppo crudele.
Passò dieci minuti in silenzio.
Contemplò l’idea di sganciare il tempo di Shanghai
e perdersi qui. Se la squadra delle Sentinelle fosse alla fine arrivata tra una
settimana lui poteva restare con Alessandra per oltre cento anni. Poi che
importava cosa sarebbe successo.
Alessandra…
Tornare a poter vedere il suo sguardo.
Solo questo.
Nessuno parlava.
Guǐhún 鬼魂
intervenne delicatamente, con rispetto, mostrò al suo amico che quelle erano
solo simulazioni, matematica e dati. I volti, gli sguardi, il calore, tutto,
un’illusione.
Giovanni lo riconobbe, ma non riusciva a staccarsi.
Esitò.
Poi dopo un tempo che sembrò infinito, alzò lo
sguardo. “Xuan, non è possibile riavere i morti”, disse con voce ferma, “io
darei mille volte la mia vita per riavere Alessandra, ed anche Mario, ma sono
dentro di noi, dobbiamo accettarlo”.
Marco ebbe un sospiro di sollievo e guardò il padre
con orgoglio.
“Hanno finito il loro ciclo e sono con noi, loro
sono noi adesso”, disse Daohan avvicinandosi alla figlia, “dobbiamo lasciarli
andare, perché non li lasciamo”.
Xuan era inconsolabile, continuava a guardare Yuan
Hua che al centro della stanza aspettava, in silenzio.
Lentamente capì. Questa era la trappola che aveva
temuto anni prima,
il sogno nel quale vivere.
Si ripeté allora che il sogno non era vita, ma
morte. Gli tornò alla mente il changshan nero di zia Hese.
Accettò.
Terminarono e chiusero la Stanza per le cinque del
mattino.
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