Alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il 14 febbraio
2026, il Segretario di Stato Americano, Marco Rubio, ha pronunciato un atteso
discorso[1]
nel quale ha invitato i leader europei ad unirsi agli USA nella difesa della
civiltà occidentale. E proprio di quella civiltà che dal XV secolo in poi, per
cinquecento anni, ha di fatto oppresso, schiavizzato, barbaramente trucidato,
oscurato e calpestato millenarie civiltà colpevoli di essere solo troppo
deboli.
Oggi, al primo quarto del sesto secolo, quando troppo debole
il resto del mondo non è più, Rubio, come un novello conquistador, invita ad
unirsi sotto lo stendardo della ‘civiltà’ per rinnovarne i fasti.
Un anno fa anche il vicepresidente Vance pronunciò nella
stessa occasione un vibrante discorso[2]
nel quale, tuttavia, spostava con vigore il tema dalla sicurezza esterna a
quella dei valori. In quella occasione disse apertamente che l’Amministrazione
era impegnata e credeva di poter “raggiungere un ragionevole accordo tra Russia
e Ucraina” e che lo preoccupava, casomai, “la ritirata dell’Europa da alcuni
dei suoi valori fondamentali”. In particolare, dalla democrazia (l’Unione si
era appena vantata del fatto che il governo rumeno avesse annullato un’elezione
non gradita), tramite il controllo dei social, le restrizioni alla libertà di
espressione, di opinione (nella fattispecie contro l’aborto). Uno dei passaggi
più forti, echeggiante un apocrifo Voltaire fu “a Washington c’è un nuovo
sceriffo in città e sotto la guida di Donald Trump potremmo non essere
d’accordo con le vostre opinioni, ma combatteremo per difendere il vostro
diritto di esprimerle nella piazza pubblica, che siate d’accordo o meno.” Insomma,
Vance si travestiva da più puro e coerente liberale, di fronte al totalitarismo
europeo.
Ora, invece, l’amministrazione americana ha mandato un funzionario
di livello meno alto, il Segretario di Stato, ma, soprattutto, lo ha mandato a
dire una cosa del tutto diversa: mentre Vance parlava di democrazia e di pace,
Rubio parla di scontro e di espansione. Gli elementi fondamentali del discorso
sono adesso la fuoriuscita dalla cornice universalista liberale, in favore di
un approccio “civilizzazionale”. Un approccio che, al contempo, rifiuta di
pensarsi come opzione tra altre, e rilancia l’idea che esista qualcosa come l’Occidente,
guidato dagli Stati Uniti ed ai quali l’Europa deve aderire per “sopravvivenza”.
Inoltre, espone l’idea che questo Occidente deve smettere di avere paura (un
tema presente anche in Vance) ed espandersi, di nuovo.
Tutto il discorso, pronunciato con un tono fermo e
assertivo, mostra in realtà l’opposto di quel che dice. Gli Stati Uniti erano
sicuri di poter controllare la situazione, dodici mesi fa, di chiudere la
ferita ucraina (dove la Russia non sembrava proprio voler perdere) e di
raddrizzare con mezzi legali, se pure bruschi, le ragioni di scambio al fine di
suturare le proprie vene aperte e creare le condizioni di inversione del
declino. Infine, di poter porre sotto controllo con i medesimi mezzi,
minacciando dazi, le catene di fornitura strategiche. I primi sei, o nove, mesi
dopo quel discorso sono stati impiegati a cercare di portare avanti quell’agenda.
È partita prima una guerra dei dazi, con tutto il mondo, poi delle catene di
fornitura. I risultati sono stati modesti, c’è stata un poco di inflazione,
meno dell’un per cento, la Cina ha opposto una vigorosa stretta sulle ‘terre
rare’ che ha costretto rapidamente a ripiegare. L’India non è sembrata piegarsi.
Così il resto.
Allora nell’ultimo trimestre l’amministrazione è passata
alle maniere forti: prima ha attaccato l’Iran per evitare che Israele subisse
troppi danni nella “Guerra dei 12 giorni” contro l’Iran; poi ha
assediato il Venezuela. Infine, ha minacciato direttamente il Canada, la
Danimarca sui possedimenti della Groenlandia. Ma anche qui le reazioni non sono
state confortanti.
L’amministrazione sembra aver capito ed essere passata,
malgrado le apparenze “muscolari”, ad una percezione difensiva del momento del
mondo. Ovvero di essere passata all’idea di essere effettivamente sotto
assedio. E che questo si risolve solo con una vigorosa sortita. Dunque, è
passata all’invito di andare nuovamente all’offensiva. Coerente, peraltro, con
una Conferenza che ha proposto venti di guerra.
Richiamando l’origine della Conferenza, al tempo della
Guerra Fredda (1963), Rubio nel suo discorso ha evocato la vittoria finale sull’Urss
e, dopo di questa, la “pericolosa illusione” per la quale la storia sarebbe
stata allora finita. Che ogni nazione sarebbe, al termine di un percorso di
apprendimento e crescita, diventata “liberale” e “democratica”. Affermando anche
l’altra grande idea settecentesca per la quale i legami del “dolce commercio”
avrebbero prevalso, sostituendo le passioni obsolete e, con esse, le
nazionalità.
Queste venerabili, vecchie, idee sono state definite, nel
discorso, “sciocche”. Una idea che “ignora la natura umana” e le “lezioni di
5000 anni di storia”. Dopo aver quindi evocato un’antropologia hobbesiana il
Segretario ha individuato i quattro nemici dell’amministrazione e la meccanica
della loro azione: il libero commercio, colpevole di aver provocato la
deindustrializzazione e la perdita di controllo delle supply chain (ad esempio,
nelle terre rare), la deviazione di risorse dalla difesa allo Stato
Assistenziale e, il culto del clima, per il quale sono state imposte
politiche energetiche che “impoveriscono la nostra gente”. Quindi l’apertura ad
una immigrazione di massa che “minaccia la coesione delle nostre società”.
Quattro temi che sono dei “fatti” nella mente del
Segretario. Ma fatti che vengono tutti attribuiti a forze esterne e decisioni
politiche. Si tratta di retorica, Rubio sa bene che si è trattato piuttosto di
una dinamica dello stesso capitalismo americano, ovvero, casomai, di mancanza
di politica. Si è trattato della resa della direzione politica a quelle grandi
aziende internazionali monopolistiche che, loro, hanno delocalizzato per
decenni per ridurre il costo del lavoro, estrarre più profitti da lavoratori e
consumatori e nasconderli nei paradisi fiscali (riciclandoli nell’alta finanza).
È stata la ricerca parossistica della prossima migliore trimestrale, al prezzo
di scegliere fornitori insicuri, purché costassero un dollaro in meno. Infine,
la necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento energetico in
particolare dopo shock che hanno provocato all’Europa le guerre americane in Medio
Oriente dell’amministrazione Bush (e qui, palesemente Rubio parla da venditore,
essendo l’Amministrazione Trump alla ricerca di acquirenti per quello shale gas
nel quale la grande finanza Usa di Black Rock e Vanguard ha investito migliaia
di miliardi negli ultimi anni, dopo il 2008 come abbiamo visto nell’ultimo post[3]). L’immigrazione,
infine, è stata di nuovo per anni una risposta esattamente alla ricerca
costante di minore costo del lavoro e aumento del plusprofitto da parte del
capitalismo monopolistico occidentale.
Ancora una volta, l’anno scorso Vance pensava di combattere
una battaglia di ‘valori’, fidando nella forza per raddrizzare l’economico,
Rubio è stato mandato a recuperare i sospesi. Deve salvare il capitale
nazionale statunitense, gli investimenti ciclopici della finanza americana nei
gassificatori sulla costa e nei campi nell’interno, trovare soldati di ventura
per le prossime incursioni. Prima che la Cina pareggi il conto delle portaerei,
nel prossimo decennio, bisogna battere il ferro e passare dalla fiducia nella
mano “invisibile” del “dolce commercio” (se mai incoraggiato con qualche
spintarella) al semplice saccheggio diretto delle risorse minerarie. In Venezuela
come altrove.
L’obiettivo esplicito del Segretario è invertire il declino,
rigettare l’ordine multilaterale e riaprire la storia. Con le sue parole, “rinnovamento
e restaurazione”, un “futuro orgoglioso, sovrano e vitale come il passato della
nostra civiltà”. In questa battaglia, per Rubio, Stati Uniti ed Europa sono “intrecciati”,
in quanto “parte della stessa civiltà”. Ovvero “secoli di storia condivisa,
fede cristiana, cultura, patrimonio, lingua, ascendenza e dai sacrifici che i
nostri antenati hanno fatto insieme”. Parola alate, come sempre, quando bisogna
alzare gli stendardi di guerra.
A seguito di questa ri-essenzializzazione dell’Occidente
come soggetto storico unitario si crea un campo polare “Noi/Altri”, che
fronteggia direttamente la visione cinese di “tutti sotto il cielo” e “destino
comune dell’umanità”. Nessuna dimensione planetaria viene dunque ammessa come
legittima. Né il diritto di movimento (come visto l’immigrazione è
espressamente denunciata come minaccia identitaria), né la tutela del clima
come bene comune (anche qui la questione ecologica è derubricata a leva
geopolitica ed industriale). Il mondo immaginato da Rubio è piuttosto un’arena
nella quale grandi guerrieri combattono per la vita. Un “Grande spazio” da
occupare e contendere.
C’è una conseguenza ovvia, se l’universalismo è abbandonato
e la lotta tra civiltà è l’unica verità del mondo, allora, per il Segretario di
Stato, il centro normativo deve essere a Washington e l’Europa si deve
allineare. Abbandonando le sue politiche ed i propri valori, la migrazione ed
il clima sono minacce alla civiltà comune.
Quella civiltà che ha “piantato i semi della libertà che
hanno cambiato il mondo”, che ha concepito – qui, in Europa – “il diritto, le
università e la rivoluzione scientifica”, un continente che ha prodotto “Mozart
e Beethoven, di Dante e Shakespeare, di Michelangelo e da Vinci, dei Beatles e
dei Rolling Stones”. Ma anche “i soffitti a volta della Cappella Sistina e le
torri imponenti della grande cattedrale di Colonia”. Una eredità, dunque, di
cui essere fieri, orgogliosi. Un sentimento, questo, che è l’unica condizione
necessaria per plasmare il futuro.
Insieme alla paura che si legge tra le righe, emerge dal testo
una specifica visione, un sentimento ed una percezione acuta: la civiltà è
minacciata e il declino è alle porte, il male è da identificare non più nell’autoritarismo
(come nella posizione dell’universalismo liberale che Vance ha rovesciato nel
suo discorso di un anno fa), ma nella dissoluzione identitaria, perdita di
sovranità e declino, frammentazione. Se la dissoluzione è davanti a noi, dice
Rubio, resta solo la forza. Ciò che ostacola il male è solo la forza. Chiaramente
quella dell’Occidente a guida americana, un blocco forte, orgoglioso, sovrano. Portatore
di una forma di vita e di un ordine che ha diritto di sopravvivere e usare la spada
verso i “barbari”.
Questa postura tragica, questi toni drammatici, da ultimo
scontro, risaltano con l’antropologia armonica e relazionale proposta dal mondo
orientale, e cinese in particolare. Con l’idea di Dao, di tessitura di destini,
di riferimento all’unico Cielo. Con l’orientarsi alla stabilità, all’equilibrio[4].
Ma il punto è che questo ritorno del tragico, nel discorso
di Rubio, evidenzia ed esplicitamente la fine della fase liberale. O meglio, la
transizione nella polarità liberale dal volto delle regole a quello del
suprematismo civilizzazionale (entrambi sempre presenti).
In uno dei passaggio più densi dice:
“L'unica paura che abbiamo è la vergogna di non lasciare le
nostre nazioni più orgogliose, più forti e più ricche per i nostri figli.
Un'alleanza pronta a difendere il nostro popolo, a salvaguardare i nostri
interessi e a preservare la libertà d'azione che ci consente di plasmare il
nostro destino – non un'alleanza che esiste per gestire uno stato sociale
globale ed espiare i presunti peccati delle generazioni passate. Un'alleanza
che non permette che il suo potere venga esternalizzato, limitato o subordinato
a sistemi al di fuori del suo controllo; un'alleanza che non dipende da altri
per le necessità critiche della sua vita nazionale; e un'alleanza che non
mantiene la cortese pretesa che il nostro stile di vita sia solo uno tra i
tanti e che chieda il permesso prima di agire”.
In un discorso di preparazione alla guerra, dentro una
Conferenza che ha solo questo scopo, Rubio parla quindi di “difendere il nostro
popolo”, non la “libertà e democrazia” come i suoi predecessori, “salvaguardare
i nostri interessi” e preservare una specifica forma di libertà, quella “di
azione”.
Ciò che attacca è la visione per la quale l’Occidente
promuove universalmente il benessere (lo “stato sociale globale”).
Soprattutto, afferma che lo “stile di vita” occidentale (ma,
chiaramente, attaccando lo Stato Sociale, intende quello americano) non è “uno
dei tanti”. Non si affianca a quello russo, o cinese, quello iraniano,
africano, sudamericano, etc… ma viene prima, non deve “chiedere il permesso”.
Può agire (rivendica le azioni recenti). Rifiuta la contingenza e non riconosce
nessuna autorità sovranazionale, decide da solo. Invade, bombarda, rapisce.
Compete anche, con le economie del “Sud globale”. E lo fa
nei settori che definiranno il XXI secolo, che elenca così: “viaggi spaziali
commerciali e intelligenza artificiale all'avanguardia, automazione industriale
e produzione flessibile, una catena di approvvigionamento occidentale per
minerali critici non vulnerabile alle estorsioni di altre potenze”.
In uno dei passaggi più shoccanti del suo discorso Rubio,
dopo aver ricordato le aggressioni unilaterali in Iran e Venezuela, ha chiesto
all’Europa di unirsi all’America per ricolonizzare il mondo. Come ha detto,
“un percorso che abbiamo già percorso insieme e speriamo di
percorrere di nuovo. Per cinque secoli prima della fine della Seconda Guerra
Mondiale, l'Occidente si era espanso. I suoi missionari, i suoi pellegrini, i
suoi soldati, i suoi esploratori si riversavano dalle sue coste per
attraversare oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire vasti imperi che
si estendevano in tutto il mondo. Ma nel 1945, per la prima volta dall'epoca di
Colombo, l'Occidente ha iniziato a contrarsi. L'Europa era in rovina. Metà di
essa viveva dietro una cortina di ferro e il resto sembrava destinato a
seguirla. I grandi imperi occidentali erano entrati in un declino terminale,
accelerato dalle rivoluzioni comuniste senza Dio e dalle insurrezioni
anticoloniali che avrebbero trasformato il mondo e avrebbero steso il martello
e la falce rossa su vaste aree della mappa negli anni a venire”.
Dunque, molti credettero che “l’era di dominio dell’Occidente”
fosse terminata. Che restasse da “espiare i presunti peccati delle generazioni
passate”.
Questo “dominio” è ciò che gli USA vogliono riattivare,
contro la paura, “del cambiamento climatico, della guerra, della tecnologia”. Vogliono
restituirsi “un posto nel mondo” (centrale, ovviamente) e respingere “le forze
di cancellazione della civiltà che oggi minacciano sia l'America che l'Europa”.
I due discorsi, separati solo da un anno, segnano quindi uno
spartiacque: dalla destra “populista” di Vance, che cercava accordi esterni per
concentrarsi sulla cura delle fratture interne ed il disciplinamento ideologico
dell’Europa si passa, con Rubio alla destra “imperiale”, che cerca proiezioni
di potenza esplicitamente neocoloniali e le rivendica. Questa nuova chiamata
alle armi invita ad una ricolonizzazione delle materie prime, dei flussi
finanziari e della moneta, che è vissuta, dopo il fallimento della politica del
primo anno di mandato, come necessità industriale. Quando si è giunti alla
conclusione che il controllo sulle catene di fornitura del blocco alternativo è
inscalfibile e che la sfida per l’efficienza di sistema è persa, allora resta
la mentalità dei conquistadores. Prendere tutto, semplicemente.
Serve controllare le rotte marine, possedere letteralmente la
geopolitica dell’energia, è indispensabile punire chi alza la testa (l’Iran in
primo luogo), sacrificare chi non è indispensabile (il popolo ucraino), prendere
le risorse minerarie (in Groenlandia come in Sudamerica, poi in Africa). Una “chiamata
alle armi” che potrebbe essere ascoltata con entusiasmo da quella parte delle
élite europee più legate al sistema militare-industriale e ai circoli che
ruotano intorno ad esso.
Tuttavia, in Usa come in Europa, alla fine una posizione molto
meno sicura di sé, divenuta incapace di pensarsi nel mondo e
aggressivamente rivolta a imporsi sopra questo.
[1] -
Qui il video dell’intervento, https://www.youtube.com/watch?v=yOjBJ89aeXA
qui l’abstract del Governo americano, https://www.state.gov/releases/2026/02/secretary-of-state-calls-on-european-leaders-to-defend-western-civilization-in-munich-security-conference-speech-2/
qui il testo trascritto www.astrid-online.it/static/upload/marc/marco-rubio-remarks-at-msc-2026.pdf
[2] - https://it.insideover.com/politica/letture-il-discorso-integrale-di-j-d-vance-alla-conferenza-di-monaco.html
[3] - “Strutture,
energia, gioco imperiale: lo shale gas”, in Tempofertile, 8 febbraio
2026.
[4] -
Tema comunque complesso, e non senza angoli strategici e posture ambigue, si
veda “La
Caccia al Cervo nella Pianura Centrale, zhúlù zhōngyuán”,
Tempofertile, 19 gennaio 2026.
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