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domenica 8 febbraio 2026

Strutture, energia, gioco imperiale: lo shale gas

 

 

Un articolo[1] di Mateo Crossa su Monthly Review illustra il caso della ripresa di centralità energetica degli Stati Uniti come produttore di fonti di energia fossili e la sua connessione con gli enormi investimenti infrastrutturali, la grande finanza statunitense (Vanguard, Black Rock) e la proiezione imperiale.

Gli Stati Uniti erano stati dall’inizio del XX secolo uno dei principali paesi esportatori di petrolio e questo aveva alimentato la sua espansione industriale, ma durante gli anni Ottanta la produzione era calata[2] ed il paese era diventato dipendente dal Medio Oriente (in conseguenza dalla necessità di appoggiarsi ad Israele e di fare periodiche guerre di puntellamento[3]). Nel 2008-10 c’è stata un’inversione. Mentre procedeva la crisi finanziaria, ed il salvataggio delle grandi banche, l’immane flusso di capitale speculativo si è spostato dalle case e lo sviluppo immobiliare, rimasto a lungo depresso, agli investimenti energetici.

Alla fase nella quale dominavano le “Sette Sorelle” (Standard Oil of New Jersey [Exxon], Gulf Oil, Texaco, BP, Shell, Mobil e Chevron) grazie ai depositi texani si è passato prima al controllo dei flussi di petroliere (per il quale servono le dieci portaerei) e poi alla “rivoluzione dello scisto”. Ciò che ha fatto la differenza sono tre fattori: generosi incentivi pubblici bypartizan e prolungati nel tempo dagli anni Settanta ai Novanta (quando conta anche gli USA sono capaci di politiche “cinesi”); l’innovazione tecnica di George P. Mitchell, che mise a punto l’unione di trivellazione orizzontale e “fratturazione idraulica”; ad accelerare il tutto l’enorme ridislocazione del capitale speculativo, messo a disposizione dai “salvataggi” post 2008 e dall’espansione monetaria senza precedenti che seguì, alla esplicita ricerca di un’altra “bolla” da far crescere da parte dei soliti noti.

Iniziò negli anni Novanta con lo sfruttamento di Barnett Shale[4] e poi accelerò come parte della soluzione alla crisi finanziaria post 2008, quando Barac Obama qualificò incredibilmente il fracking come “transizione energetica pulita”[5]. In pochi anni grandi centri di estrazione come Bakken nel Dakota del Nord o Marcellus Shale cambiarono la situazione energetica statunitense.

In questa nuova situazione si smise di parlare di “picco del petrolio” e di “transizione energetica”, e l’estrazione fossile tornò al centro delle politiche Usa. Come scrive l’autore, “fulcro della mappa geopolitica globale, motore di accumulazione e concentrazione monopolistica”.

Bisogna tenere a mente l’ultima parte della frase: “concentrazione monopolistica”.

 

La vera colpa della “transizione energetica” non è di essere illogica, o costosa, neppure di andare a svantaggio del povero possessore di una caldaia a gas (o di una macchina diesel). La vera colpa è di essere, da una parte, il motore di accumulazione nel posto sbagliato (in Cina), e dall’altra di essere “distribuita”. Ovvero di non favorire la concentrazione monopolistica e la conseguente espansione finanziaria (di Black Rock, come vedremo).

Ma, naturalmente, qui si vede il ruolo del controllo assoluto dei media (vecchi e nuovi, ovvero dei social) da parte del Veramente Grande Capitale, la “transizione” danneggia i poveri possessori dei terminali del ciclo del fossile, non di chi vende, distribuisce, estrae il gas con il quale la caldaia funziona ogni giorno, o il carburante con il quale l’auto cammina. Basta fingere indignazione, sbandierare qualche “cattivo” sbagliato e quello giusto diventa immacolato.

 

Torniamo alla “rivoluzione dello scisto”. Mentre nel 2000 il fracking era il 2% della produzione di gas naturale Usa, nel 2023 è diventato il 78%. In verità con il fracking si estrae anche petrolio, ma è molto costoso (ca 73 dollari al barile, alcuni anni fa erano 80), e non competitivo rispetto ai paesi che al “Picco del Petrolio” non sono ancora arrivati (paesi arabi, Venezuela, Iran, etc.) quindi strutturalmente dipendente dal prezzo internazionale[6]. Di qui gli sforzi di mettere sotto controllo i centri di produzione e le aree con riserve (come il Venezuela).

Il gas di fracking è, invece, economico e abbondante (1,1 trilioni di mc), se pure predatorio sotto il profilo ambientale[7]. Un esempio di opposizione locale a questa devastazione dell’acqua, delle falde e dell’ambiente è quella della tribù sioux di Standing Rock nel Dakota del Nord[8]. Ma il gas di fracking richiede anche infrastrutture come gasodotti (via terra) ed ha portato ad una enorme ristrutturazione del settore. Le vecchie “Sette Sorelle” sono diventate i Quattro Cavalieri (dell’apocalisse), o “Supermajor”: ExxonMobil, Chevron, BP e Shell. Ma, soprattutto, tra il 60 e l’80% del loro capitale è ora in mano a banche di investimento e fondi di gestione patrimoniale, come Vanguard, Black Rock e State Street.

I Quattro Cavalieri sono nelle mani dei Tre Compari del capitalismo mondiale. Gli Shylock[9] del nostro secolo. Dunque, l’intreccio tra interessi e capitale industriale estrattivo e grande capitale finanziario, ristrutturato dopo il 2008, rende particolarmente ingenuo chi ritenesse di essere ostile alla finanziarizzazione dell’economia ed alla sua mondializzazione, senza avvedersi della presenza di questa ed in posizione dominante, entro la più “industriale” (e sporca) delle attività[10].

 

 

 

Nel 2023 gli Stati Uniti hanno consumato internamente 80 miliardi di piedi cubi al giorno, ma ne hanno prodotti 100. Questo surplus è stato ovviamente esportato, sia via gasodotti verso il Messico, sia via mare, circa la metà. Per ottenere questa inversione, dal 2015, da importatore ad esportatore di gas naturale, sono stati finanziati dai soliti noti “Compari” grandi terminali di liquefazione in Luisiana e Golfo del Messico, dal 2016 al 2019. Impianti per quasi dieci miliardi di piedi cubi al giorno, costruiti da Cheniere Energy, Sempra, Total ed Exxon e finanziati da Black Rock e Vanguard.

Tra il 2016 ed il 2019, si noti. Mentre gli Stati Uniti ampliavano la loro offerta, diventava sempre più urgente ampliare la domanda. In due direzioni: il Messico[11] e l’Europa. La seconda consumava prima della guerra in Ucraina (2022) solo 2,2 miliardi di piedi cubi al giorno. Fortunatamente la guerra è scoppiata, perché gli 11 miliardi da esportare non potevano aspettare (altrimenti la povera Black Rock avrebbe perso i suoi investimenti e sarebbe tornato lo spettro della crisi del 2008). Dunque, è giunta e il consumo europeo è aumentato a 6,3 miliardi al giorno.

Tutto questo si inserisce nel contesto della lotta per il controllo dell’energia, sfidata dalle nuove tecnologie, controllo dei dati, dispositivi di automazione distribuita, e nuovi stili di vita energivori, che rendono indispensabile per i blocchi centrali del capitale statunitense (finanza, industria, apparato militare, economia dei dati e fossile o nucleare) vincere la sfida-mondo. Serve un nuovo motore di accumulazione, per scongiurare l’incubo di una nuova “distruzione di capitale” (via crisi finanziaria, incipiente, o guerra) e serve sia compatibile con l’elevato grado di concentrazione del capitale stesso.

 

Quindi serve rapire presidenti, bombardare paesi per salvare donne velate, conquistare isole ghiacciate, minacciare i compratori perché acquistino (Europa, Giappone, Corea del Sud, Taiwan).

Serve assicurarsi che decenni di investimenti in infrastrutture, fusioni, ricapitalizzazioni, riposizionamenti, non siano vanificati dal fatto che la Cina produce meglio e a prezzo più basso, o la Russia ha tanto gas economico. Soprattutto serve che vincano i Quattro Cavalieri e i Tre Compari.

 

Però le caldaie sono salve[12].

A caro prezzo, però[13].

Questo prezzo lo paghiamo noi, in termini di dipendenza e tariffe, e incassano Black Rock e Vanguard.

 

 

 



[1] - Mateo Crossa, “The shale revolution US energy imperialism and mexicos dependence”, Monthly Review, vol. 77, n.08, gennaio 2026.

[2] - John Bellamy Foster, “Peak Oil and Energy Imperialism,” Monthly Review 60, no. 3 (July–August 2008): 12

[3] - Michael T. Klare, Blood and Oil (London: Penguin Books, 2004)

[4] - Zhongmin Wang and Alan Krupnick, “A Retrospective Review of Shale Gas Development in the U.S.: What Led to the Boom?,” Economics of Energy and Environmental Policy 4, no. 1 (2015): 5–18

[5] - Jude Clemente, “President Obama’s Support For America’s Shale Oil And Natural Gas,” Forbes, December 31, 2019.

[6] - Ava Vered Zieff, “The US Shale Revolution: The Threat to Saudi Arabia and the Future of the US-Saudi ‘Special Relationship,'” senior thesis, Fordham University, 2022.

[7] - John Bellamy Foster, “The Fossil Fuels War,” Monthly Review 65, no. 4 (September 2013): 29.

[8] - Nick Estes and Jaskiran Dhillon, eds., Standing with Standing Rock (Minneapolis: University of Minnesota Press, 2019).

[9] - Dal protagonista del Mercante a Venezia di Shakespeare. Si tratta, ovviamente, di una battuta, il fatto che l’usuraio in specie fosse ebreo non è rilevante. Lo è il suo mestiere, e la pratica di chiedere un pezzo di cuore.

[10] - Adam Hanieh, Crude Capitalism (London: Verso, 2024), 206

[11] - Per l’analisi dell’importante caso messicano, con la marginalizzazione dell’azienda pubblica nazionale Petróleos Mexicanos (PEMEX) e la riforma del 2013 che aprì il settore rinvio all’articolo in oggetto. Basti qui dire che il messico è ora destinatario di un terzo delle esportazioni di gas di petrolio (per un valore di 30 miliardi di dollari) ed il 31% del gas di scisto. Ora il paese importa, dagli Usa, il 70% del suo fabbisogno, anche attraverso gasodotti come il Texas-Tupxpan, il Los Ramones, l'El Encino-La Laguna e il Trans-Pecos. Come noto i gasodotti sono normalmente sottoposti a contratti Take-or-Pay, per i quali devi pagare comunque anche se non ritiri (una sorta di abbonamento). Anche qui i capitali sono di Black Rock e Vanguard, ed in piccola parte di Carlos Slim.

[12] - S. EIA, “The United States Remained the World’s Largest Liquefied Natural Gas Exporter in 2024,” March 27, 2025.

[13] - Under the new tariffs and trade arrangements, the European Union would be expected to commit to acquiring $750 billion in U.S. energy by 2028. White House, “The United States and European Union Reach Massive Trade Deal,” July 28, 2025, whitehouse.gov.

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