Il Sistema-Mondo è tale perché il livello di
interconnessione sistemica è talmente alto che un’azione in un punto si
riverbera a cascata su quasi tutti gli altri, disseminando conseguenze di
secondo e terzo livello ed effetti di ritorno. Questo fatto individua sia un
obiettivo strategico generale, chiaramente espresso dalla nuova amministrazione
Usa, sia le difficoltà che ne derivano.
Nella National Security Strategy 2025, pubblicata a
novembre, l’amministrazione Trump ha enunciato un “Trump corollary” alla
Dottrina Monroe in pratica puntando a separare il mondo in Grandi Spazi sotto
controllo egemonico[1]. Ciò comporta la necessità
di distruggere relazioni economiche e ricondurre le materie prime sotto l’ombrello
del sistema militare-industriale statunitense[2].
Ma nel fare questo, per ottenerlo, occorre distruggere
letteralmente o inibire gran parte degli assetti economico-funzionali sui quali
è stata creata la lunga onda deflazionistica degli ultimi quaranta anni[3]. Dunque
comporta, a meno che la svolta tecnologico-energetica in corso riesca a
sopravanzare gli effetti distruttivi (ovvero a conseguire guadagni di
efficienza tali da soverchiare e compensare le perdite di efficienza della rottura
delle supply chain del Sistema-Mondo), una più o meno lunga fase di
ristrutturazione, accompagnata da persistente ed alta inflazione. Ciò perché il
problema lasciato dalla “Grande moderazione” degli anni Ottanta-duemila è l’eccesso
di massa monetaria liquida e quindi di debito, e l’inflazione è la perdita di
valore del denaro, quindi anche delle masse patrimoniali liquide, rispetto alle
merci ‘reali’.
La massa monetaria liquida (ovvero, la cosiddetta “finanziarizzazione”)
è un problema in quanto dissimetrica. Nello sforzo di gestire le dinamiche di
concentrazione e diradamento a vantaggio delle élite globali sempre meno
ancorate a luoghi e attività “reali”, questa ha determinato nel tempo una “divisione
del lavoro” per la quale alcuni paesi detengono il monopolio delle materie
prime, altri dell’industria e altri della finanza e dei servizi connessi. La capacità
dei terzi di estrarre valore dai primi e dai secondi (manipolando le “ragioni
di scambio”[4]) poggiava non tanto in una
sorta di tendenza storica intrinseca (la cosiddetta “mondializzazione”), quanto
sulla semplice forza. Militare e/o regolatoria, in ultima istanza sulla prima.
Prendere atto di questo è, nell’essenza, la mossa di Trump.
Ma anche prenderne atto non elimina i problemi che gli Stati
Uniti, nella loro qualità di egemone/dominante uscente, devono affrontare:
1-
In primo luogo il debito pubblico,
accompagnato dalla sua ragione prima (il deficit delle partite economiche con
il resto del mondo), è crescente ed in via di accelerazione, rischiando di
palesarsi nel tempo come non sostenibile (con conseguente rischio di default[5]
che segnerebbe la fine degli Usa come potenza dominante, alla stregua di quel
che successe all’Impero inglese nel secondo dopoguerra);
2-
Quindi, l’incapacità di controllare le
filiere delle materie prime strategiche, in particolare degli abilitatori
della conversione della Piattaforma Tecnologica, li pone nell’impossibilità di
disporre delle leve negoziali e della capacità di costrizione necessaria per
far fronte efficacemente alla sfida posta dalla Cina, la Russia e l’assetto
potenzialmente controegemone dei Brics[6];
3-
La perdita dell’iniziativa militare-tecnologica,
che sta passando progressivamente nelle mani di quei paesi che conservano il
controllo della loro filiera materie-prime/industria/ricerca tecnologica e
riescono a sviluppare una maggiore capacità di integrazione sistemica. Dalle
operazioni di “polizia internazionale” degli anni unipolari si passa, infatti, alla
guerra asimmetrica dei droni. Sembra di assistere nuovamente al tramonto delle
gloriose corazzate dreadnought inglesi di fronte agli “economici” sottomarini e
aerei tedeschi e giapponesi[7];
4-
La crescente diversificazione strategica di sempre
più paesi, i quali ripensano il proprio posizionamento strategico, o almeno
tattico, in direzione di un equilibrio tra Occidente e Brics;
5-
L’erosione del controllo dell’ambiente
regolatorio e finanziario, arma fondamentale del sistema di pressioni e
coercizioni occidentale almeno dall’avvio del Novecento, per effetto di sempre
più scambi fuori dell’area del dollaro e nuove piattaforme in via di
implementazione.
La Terza Guerra del Golfo potrebbe essere una risposta, non
necessariamente completamente calcolata e soppesata[8],
ad alcuni di questi problemi, al contempo creandone di nuovi.
-
La fiammata inflazionistica, seguente
alla crisi energetica, potrebbe se accuratamente modulata (di qui i tentativi
di gestirne la dinamica rilasciando riserve e alleggerendo sanzioni verso la
Russia, o addirittura verso lo stesso Iran[9]),
condurre il debito su una traiettoria di sostenibilità, riducendone il valore
in termini reali. Condizione di questo è che sia governata in modo accurato[10]. Infatti,
la dinamica dipende dalle relazioni tra quattro fattori: il costo medio del
debito, la velocità con la quale viene rifinanziato, la crescita nominale del
Pil, l’inflazione. Si può aggiungere anche il nuovo debito che potrebbe
crescere al ritmo stimato di due miliardi di dollari al giorno per i costi
della guerra in Iran. In altre parole, l’inflazione deve crescere ma poi deve anche
restare alta abbastanza a lungo. Tuttavia, non deve farlo per troppo tempo[11]. Altrimenti
il nuovo debito, nel frattempo rifinanziato a valori nominali più alti perché incorporano l’inflazione,
quando questa scenderà porterebbe nuovamente la dinamica del servizio del debito in
zona insostenibile (la scadenza media del debito Usa è 5,8 anni). Peraltro, anche
se funzionasse la modulazione, nel breve periodo questa ‘strategia’ comporterebbe
acuti rischi di instabilità, incentivando le vendite dei titoli detenuti (che è,
infatti, in corso). In definitiva, parte del “gioco” è decidere chi perde di
più, ovvero chi è in grado di assorbire meglio lo shock inflazionistico o chi riesce
meglio a governarne gli effetti. In altre parole, il calcolo del decisore Usa potrebbe essere
che il sistema americano, per il suo alto debito e le molteplici leve e riserve
di potenza[12], è comunque messo meglio
di quello dei principali competitori (Europa, Giappone, Cina) che perderanno di più.
-
La presa di possesso di intere e strategiche
aree ricche di riserve e capacità produttive di materie prime energetiche
(e non solo), potrebbe indicare la volontà di controllare le leve di forza dell’avversario
geopolitico e mettere al sicuro le proprie. Infatti, lo scontro commerciale con
la Cina e l’incapacità di piegare l’economia russa con il classico sistema
delle sanzioni, ha mostrato al mondo un fatto: il sistema di potenza
statunitense non ha solo un problema quantitativo di capacità industriale
rispetto alla propria dimensione e fabbisogno, ha soprattutto un problema sistemico di
controllo delle supply chain internazionali e di governo delle materie prime
strategiche (terre rare, alcuni metalli, energia) che di fatto impedisce alle industrie-chiave
(incluse quelle militari) di essere all’altezza delle necessità e rende il sistema
non indipendente e quindi esposto.
-
La necessità di usare la forza prima che si
eroda ulteriormente, potrebbe essere un effetto della comprensione che il sistema
militare-industriale Usa è stato spiazzato da sistemi di innovazione tecnico-militare,
a loro volta connessi con un complessivo nuovo “Sistema tecnologico”, nei quali
il vantaggio è ormai di controparte. Il dominio della strategia a cui punta
l'Iran è basato su questa asimmetria, per ogni dollaro speso nelle sue molte e
decentrate fabbriche sotterranee, in grado di produrre centinaia di missili al
mese (forse con l'aiuto di componentistica e combustibile solido, se non
esplosivo, cinese e russo), gli Usa e Israele devono spendere da 20 a 28 per
abbatterli (stima del think tank Stimson Center). Inoltre, i droni iraniani si
possono trasportare in un normale camion e lanciare da questo (affermazione di
Justin Crump, CEO di Sibylline). A questi sistemi a basso o medio costo gli Usa
oppongono ancora sistemi d’arma con specifiche elevate e costo enorme. Ci sarebbero
alternative alla guerra dei droni, ad esempio il Phalanx CIWS (Close-In
Weapon System) che è un cannone rotativo automatizzato, progettato negli anni
'70 per l'ultimo miglio di difesa. Serviva e serve a distruggere missili
anti-nave che hanno già superato tutte le altre difese. In sostanza spara a 2
km al massimo proiettili in una cortina di metallo. Quindi il costo per colpo è
irrisorio rispetto a un missile. Perfetto per uno sciame di droni lenti e poco
manovrieri. Ma c'è un problema serio: il sistema Patriot/Thaad non è un
missile, ma un “complesso tecnico”. Decenni di R&D, fabbriche, operai,
ingegneri, aziende come la Lockheed Martin e la Raytheon con i loro potenti
lobbysti. Inoltre, soldati, generali, tecnici che si sono formati su quei
sistemi e diventerebbero obsoleti come specialisti. Manuali, tattiche,
addestramento. Bandi di gara, specifiche tecniche (intercettare un caccia a 100
km di distanza, un missile a 50km di altezza). Tutto da cambiare perché è
cambiata la minaccia. Razionale. Ma, purtroppo, significa che molti devono
cambiare lavoro, aziende chiudere, fabbriche spostarsi, città impoverirsi.
Insomma “troppi guadagnerebbero troppo poco”. 40 anni di investimenti su
piattaforme come l'F-35 (1.700 miliardi di dollari), le portaerei classe Ford
(13 miliardi per una), i carri Abrams, ... tutti complessi fatti per una guerra che non
c'è più. Il problema non è di stupidità o ignoranza, è che i sistemi d'arma,
come tutte le tecnologie, non sono isolate ma parte di “sistemi tecnici”
(ovvero dei “complessi tecnici”, come il missile intercettore, il suo
lanciatore, tutta la logistica che lo rende disponibile, e dei “sistemi”
costituiti dalle norme tecniche e giuridiche, i regolamenti, le procedure di
scelta e validazione, le strutture produttive, economiche e sociali che sono
connesse con essi). Di fatto è in corso una transizione che spiazza trilioni di
investimenti e interi ecosistemi produttivi e socio-politici.
-
La forza come minaccia diretta e le stesse
risposte come leva per ricondurre i paesi incerti (es. Arabia Saudita,
Emirati, forse Turchia) sotto l’ombrello protettivo americano. Molti di questi
paesi sono allo stato il punto di equilibrio tra le aree geopolitiche in
conflitto, bisogna aggiungere almeno l’India, ma in generale il punto è che
quasi tutte le potenze intermedie sono in una fase di multiallineamento
opportunistico e la politica americana può costringerle, nel medio periodo, a scegliere.
-
Il controllo diretto delle materie prime come
muro verso il rischio di dedollarizzazione delle stesse, pilastro del
controllo della moneta almeno dalla crisi degli anni Settanta ad oggi.
Tuttavia, questo tentativo potrebbe produrre reazioni che
soverchiano i vantaggi attesi.
Un esempio viene dalle reazioni all’attacco israeliano ai giacimenti
di gas di South Pars, i più grandi dell’Iran e, insieme ai confinanti del Qatar,
del mondo. Il danneggiamento ha comportato l’immediata interruzione di
forniture all’Iraq e la risposta iraniana ancora in corso con Israele ed i
paesi vicini. Colpiti nelle loro infrastrutture energetiche si potrebbero avere
conseguenze di lungo e lunghissimo periodo. Una raffineria distrutta costa
moltissimo e non sarà ricostruita fino a che l’incertezza sarà superata. Quindi
forse per anni o decenni. Qui nasce un altro angolo della domanda di cui sopra,
gli Stati Uniti ritengono probabilmente di essere immuni dalle conseguenze, o,
addirittura che il loro status di grandi produttori di gas e greggio li ponga
in posizione di venditori e quindi avvantaggiati dai prezzi strutturalmente
alti (come la Russia). Questo solo colpo toglie di mezzo, infatti, oltre il
dieci per cento dell’offerta di LNG. Ma se il Golfo diventa strutturalmente più
rischioso, salgono il valore strategico e il premio di sicurezza dei barili e
delle molecole “atlantiche”: Stati Uniti in primo luogo, ma anche Canada,
Brasile, Guyana, Norvegia.
Ora, alcuni studi[13],
già nel 2023, dicevano che da quando gli USA sono passati da importatori netti
a esportatori energetici, prezzi più alti delle commodity tendono a migliorare
i termini di scambio statunitensi e possono accompagnarsi a un dollaro più
forte. Tuttavia, prezzi superiori ai 100 dollari al barile del greggio possono
frenare la crescita. Ma la frenerebbero di più in Europa e in Giappone,
probabilmente anche in molti paesi orientali. Ciò significa che almeno una
parte dell’establishment Usa (quello meno legato alla domanda interna e più ai
vincenti di questa politica, come i produttori da fossile) potrebbe aver deciso
che è tollerabile, o utile nel medio termine, un periodo di prezzi energetici
molto alti, quindi l'instabilità nel Golfo che ne è la causa, in quanto i concorrenti
subiscono di più e più direttamente gli effetti. Inoltre, questa scelta
potrebbe portare in dote una convergenza di interessi oggettiva con la Russia in quanto
fornitore indispensabile.
In sostanza l’attacco a South Pars potrebbe rappresentare l’applicazione
di una nuova dottrina di politica estera, la quale veda la distruzione della
capacità produttiva avversaria e la destabilizzazione dei mercati come
strumenti legittimi di gestione macroeconomica e geopolitica.
Gli Stati Uniti si porrebbero fuori del tradizionale ruolo di
garanti egemonici della stabilità (e dunque della riproduzione del capitale),
per ragionare in termini di vantaggio relativo. Si accetta anche una
distruzione e perdita, a patto che l’altro perda di più.
Se ciò fosse, nel lungo periodo, la capacità produttiva del
Medio Oriente rimarrebbe segnata dalla vulnerabilità, accelerando il
disinvestimento internazionale e favorendo la concentrazione del potere
energetico in mani americane e, paradossalmente, russe, unite nell'interesse
comune della rendita fossile. Al contempo, questa strategia spingerebbe la Cina
e gli altri importatori netti verso una corsa tecnologica senza precedenti,
prefigurando un mondo in cui l'energia non sarà più definita da chi possiede le
risorse nel sottosuolo, ma da chi controlla la tecnologia per generarla e
immagazzinarla.
L'attacco del 18 marzo 2026 potrebbe dunque essere ricordato
come il momento in cui l'era del petrolio e del gas come garanti della
stabilità globale è terminata lasciando spazio a un'epoca di mercatismo di
guerra e competizione tecnologica esistenziale. Il conflitto mette, infatti, a
rischio una percentuale elevata (forse la metà, forse meno) del greggio e gln destinato
alle raffinerie cinesi.
Probabilmente l’instabilità diventerà strutturale, con danni
ingenti e persistenti alle infrastrutture di produzione ed alla fiducia
indispensabile per gli investimenti. In un contesto nel quale le aree contese
possono essere facilmente destabilizzate ed anche distrutte, aree come il Golfo
Arabico e lo Stretto di Suez e di Hormuz diventeranno progressivamente meno
importanti, a causa degli sforzi di diversificazione degli attori regionali e
globali. Nel brevissimo periodo Pechino userà le riserve (che sono tra le più
rilevanti del mondo, certamente superiori a quelle dei suoi vicini) e
potenzierà le forniture dalla Russia. Nel medio farà sforzi massicci (con la
sua tipica capacità di decidere rapidamente e concentrare le energie) per
riconfigurare la supply chain energetica, ampliando oleodotti verso Nord ed
aumentando i finanziamenti per le esplorazioni nel Mar Cinese. Potrebbe
aumentare le importazioni dall’Africa e dal Brasile (7% delle importazioni nel
2024). Successivamente cercherà di ampliare ancora la sua dotazione di
rinnovabili elettriche, costruire nuovi oleodotti verso la Siberia (ed
investimenti diretti), probabilmente cercherà di sostituire le tecnologie più
dipendenti dal gas e petrolio, rese relativamente meno convenienti dagli alti
costi.
Cosa potrebbe fare l’Europa, e l’Italia in particolare? Probabilmente
comprendere finalmente che l’indipendenza energetica è la prima delle condizioni
di sopravvivenza come attore libero nel contesto del “risiko” in corso. Quindi
togliere ogni freno a qualsiasi fonte di energia che possa garantire questa
indipendenza (rinnovabili in primis, ma anche depositi di gas e petrolio
europei, nucleare, tutte soluzioni, come gli accumuli elettrochimici o altro,
rese più convenienti dal contesto di alto costo permanente degli idrocarburi
importati), nel medio periodo riallacciare i rapporti con la Russia. Insomma,
diversificare.
Ovviamente non lo farà, per effetto della sua strutturale
incapacità di decisione rapida e razionale (derivante dalla costruzione istituzionale
pensata per anni nei quali si immaginava un mercato autoregolante e la
superiorità rispetto alla regolazione pubblica) e per il conseguente peso delle
lobby sul sistema decisionale. Qui vale una precisazione: ci sono lobby per
ogni cosa, anche per la produzione del vino. Ovviamente non tutte hanno la
stessa forza e capacità di azione coerente e penetrazione. Molti attori operano
in più di una. In linea generale è sempre più forte una lobby che difende lo
status quo, perché può dimostrare cosa si perde. E le fossili hanno qui un
vantaggio strutturale (in diminuzione, ma comunque ancora significativo).
Insomma, non lo farà a causa di un mostro istituzionale pensato
abbastanza chiaramente per neutralizzare le decisioni democratiche e impedire che
si possa cambiare direzione per via politica (la regola dell’unanimità, la
gerarchia delle fonti, la preminenza della Corte di Giustizia, l’indipendenza
della BCE alla quale non corrisponde uno Stato democratico -come negli USA,
dove la FED è indipendente, ma il governo federale è eletto e potenzialmente
democratico-).
Quel che accade normalmente in Europa è che non si decide, ci si limita a costruire retoriche (Green Deal, RePowerEU, difesa comune).
[1] -
Cfr. “Marco
Rubio a Monaco: il ritorno del suprematismo civilizzazionale”, Tempofertile,
18 febbraio 2026, e “Scosse
sismiche: ipotesi sul mondo dopo Caracas”, Tempofertile, 5 gennaio
2026. in particolare il punto 8.
[2] -
Cfr, “La
Caccia al Cervo nella Pianura Centrale, zhúlù zhōngyuán”. Tempofertile,
19 gennaio 2026.
[3] - Giovanni
Arrighi descrive la svolta degli anni ottanta che produsse il ridisciplinamento
dei lavoratori occidentali (il cui reddito reale è da allora stagnante) come
ultimo effetto di una lunga catena di cause e conseguenze il cui punto focale è
la decolonizzazione. La svolta i cui alfieri furono Ronald Reagan negli
Stati Uniti e Margareth Thatcher in Gran Bretagna è quindi letta nel
contesto della lotta egemonica tra Est ed Ovest. La crisi dei profitti e della
competitività delle merci occidentali, attivata dal cambiamento delle ragioni
di scambio, in particolare di alcuni prodotti chiave (in primis energetici),
determinò allora uno squilibrio fondamentale della bilancia dei pagamenti e
fiscale. Squilibrio che fu aggravato dalle politiche di compensazione che si
accumularono per tutti gli anni Sessanta e Settanta giungendo, alla fine, ad un
punto di rottura. Politiche rivolte a salvare il grande capitale e cercare
di conservare, allo stesso tempo, la pace sociale. Allora, con la
svalutazione del dollaro (e della sterlina) del 1969-73 e con il distacco del
1971 dalla parità con l’oro derivarono un gioco di reciproco scaricabarile tra
alleati. Un gioco a chi alla fine si sarebbe trovato a pagare la crisi. Per
evitare la distruzione di capitali, questi si rifugiarono nel loro “quartier
generale”, ovvero nei mercati finanziari, cercando di moltiplicarsi senza
passare per la produzione. Ma, come scrive Arrighi in “Adam Smith a Pechino”,
in questo modo alla fine “gli Stati Uniti passarono dal ruolo di principale
sorgente mondiale di liquidità e di investimenti diretti all’estero che avevano
coperto durante gli anni Cinquanta e Sessanta, a quello di principale nazione
debitrice e di pozzo di liquidità che non hanno più abbandonato dagli anni
Ottanta”. I margini della produzione furono ricreati distruggendo ed
incorporando in modo subalterno l’industria del blocco sovietico, che competeva
sui mercati del Sud; quindi attraverso la recessione e l’allargamento delle
catene produttive ad occupare lo spazio che si era aperto; infine questi eventi
liquidarono lo Stato Assistenziale e ricostituirono l’esercito di riserva
industriale; le crisi finanziarie e di debito ripetute per tutti gli anni Ottanta
e Novanta crearono lo spazio per imporre l’apertura dei mercati al capitale
speculativo ed industriale. Alcuni hanno chiamato tale modello, che scava
costantemente sotto le proprie fondamenta, “Grande Moderazione”. La
direzione e qualità dei consumi passo da un assetto che aveva trazione da parte
dei consumi di massa a uno guidato dai consumi “distintivi”. Si insediò
l’egemonia della classe sociale “affluente”, che esibisce i propri consumi
facendone elemento del prestigio, della legittimità a dirigere e della stessa
propria qualità morale, la quale si impose sulla precedente semi-egemonia
“popolare”. Si
trattava di una nuova Belle Époque fondata su un meccanismo
che, in basso, era sostenuto da una continua anticipazione di futuro, ovvero da
una costante espansione finanziaria e quindi delle strutture del debito, e che,
secondo Arrighi, nel lungo periodo avrebbe potuto portare a un “nuovo crollo
sistemico” (e in realtà molto più vicino, dato che “Adam Smith a Pechino”
uscì nel 2007). Si affermò, insomma, un modello nel quale dominava la riduzione
della concorrenza attraverso l’estensione delle relazioni clienti-fornitore
“captive”, basate sull’associazione di monopoli e monopsoni, e
l’interconnessione internazionale per sfuggire, o per arbitrare, ai regimi di
regolazione. Cfr. “Preparativi
per un nuovo mondo: circa la ‘trasformazione strutturale dell’economia russa”,
Tempofertile, 15 maggio 2022.
[4] -
Cfr. Alessandro Visalli, Dipendenza, Meltemi 2020.
[5] -
Sostanzialmente una progressiva ed in accelerazione perdita di stabilità e crescita
di vulnerabilità. Il ruolo di perno del sistema finanziario mondiale ne
verrebbe gravemente compromesso e, con esso, “l’esorbitante privilegio” al centro
di tanta parte della forza Usa. La dinamica difficile da controllare nascerebbe
da deficit permanenti e crescenti, rifinanziamento continuo ed a scadenze sempre
più corte, rendimenti e premi di rischio reali crescenti, rapporto tra
inflazione e crescita economica.
[6] -
Cfr. “La
scacchiera tridimensionale: guerra e assetto multipolare”,
Tempofertile, 9 marzo 2026.
[7] -
Nel 1941, il 10 dicembre, la corazzata Prince of Wales, orgoglio della flotta
inglese, e l’incrociatore pesante Repulse furono affondate da più ondate di
attacchi aerei giapponesi. L’alto comando inglese doveva difendere le colonie
orientali, in particolare la fondamentale base di Singapore, a tal fine inviò
una squadra con la corazzata e una portaerei (la Indomitable), anche se troppo
piccola (l’ammiragliato consigliava una forza notevolmente superiore). Nella sua
ultima missione la squadra inglese fu individuata dai ricognitori ed attaccata
a più ondate da aereosiluranti e bombardieri. Colpita da cinque siluri e due
bombe la grande nave affondò.
[8] -
I processi decisionali reali sono raramente completamente razionali, nel senso
di rispondere ad un piano chiaro e programmazioni ordinate, più spesso sono il
punto di convergenza provvisorio di pressioni e minacce che determinano una
coalizione decisionale prevalente in un dato momento.
[9] -
In base all’ipotesi di desanzionare le petroliere giù in mare, accreditate di
140 milioni di barili di greggio.
[10] -
Lo scontro sulla FED, con la spinta a sostituire Jerome Powell con Kevin Warsh da
fine gennaio 2026 ha preceduto di pochissimo l’attacco all’Iran.
[11] -
Se l’inflazione cresce il valore reale del debito si riduce immediatamente, nel
senso che gli interessi pagati sullo stock – se fissi - ogni anno sono erosi. Ma,
al contempo, il nuovo debito la incorpora nei tassi stessi (che tenderanno per
questo a salire, per remunerare l’investitore) e quindi il nuovo debito non
giova dell’effetto e trascina con sé un problema futuro se l’inflazione
scendesse prima della sua scadenza (in tal caso il tasso reale sarebbe più
alto). Inoltre, l’inflazione provoca effetti molteplici sulla dinamica
economica e quindi, indirettamente, sulla dinamica fiscale.
[12] -
Ovvero la centralità del dollaro, la profondità finanziaria, la capacità
energetica autoctona, le leve politico-militari.
[13] -
In particolare, questo della BIS https://www.bis.org/publ/work1083.htm
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