Amitav Acharya in Storia e futuro dell’ordine mondiale[1], presenta alcune
delle più correnti interpretazioni della prevalenza dell’Occidente europeo, e
poi statunitense, sul resto del mondo che per millenni era stato in posizione
prevalente. Quella di Philip Hoffman[2],
per il quale è la competizione tra piccoli stati ad aver dato un vantaggio
nella specifica e decisiva tecnologia militare (le vele e cannoni di Cipolla),
Mark Elvin[3], che
vede la stagnazione di alto livello della Cina (tesi riverberata anche da
Arrighi), Jared Diamon[4] si
rifugia nel determinismo ambientale, Pomeranz[5]
costruisce una lunga comparazione dalla quale far emergere il dividendo del
colonialismo.
Poi concentra la sua attenzione su un libro molto influente
dello storico Niall Ferguson, Occidente, ascesa e crisi di una civiltà[6], il
quale nega con forza ogni ruolo all’imperialismo nell’ascesa dell’Europa. Infatti,
a partire dal 1750 la Cina aveva vantaggi rilevanti sull’Inghilterra,
successivamente l’ha sopravanzata, a suo dire, per effetto di sei “killer app”:
la competizione, la scienza, i diritti di proprietà, la medicina, la società
dei consumi e l’etica del lavoro. In uno dei passaggi della sua argomentazione
(sinteticamente, esse sono effetto anche di conoscenze ed idee trasmesse dal ‘resto’
del mondo e l’imperialismo ebbe anche in questo un ruolo cruciale), Acharya
richiama la polemica che Pankaj Mishra ebbe con lo stesso Ferguson a partire da
una recensione pubblicata nel 2011 su London Review of books[7]. Mishra
collocava Ferguson nel contesto della genealogia dell’ansia imperiale inglese e
quindi del bisogno delle relative élite di raccontarsi nuovamente, dopo la
stagione decoloniale e la crisi aperta dalla finanza anglosassone, come
portatrici di civiltà (l’insieme, appunto, di proprietà, concorrenza, scienza,
medicina, consumismo, etica del lavoro).
Il libro si apre proprio così, Ferguson racconta l’esperienza
dell’ascolto di un brillante compositore cinese e conclude che “stiamo vivendo
la conclusione di cinquecento anni di predominio occidentale”[8]. Direttamente
nell’apertura dichiara la funzione del testo, “offrire una verosimile
previsione” del futuro dell’Occidente. Ovvero, sarebbe il caso di dire, fornire
un repertorio per scongiurare questo declino. Ma, facendolo, con abile mossa,
costruisce immediatamente la più adatta delle cornici, la maggior parte della
umanità era “sottomessa”, sì, ma alla “civiltà”. E questa “civiltà” era “sorta
in Europa occidentale. Precisamente in un momento, “il Rinascimento e la
Riforma”. Inoltre, era stata ‘spronata’ dalla “Rivoluzione scientifica e dall’illuminismo”.
Raggiungendo il proprio “apogeo” “nell’epoca della Rivoluzione, dell’Industria
e dell’Impero.”
“Ci troviamo davvero alla fine del mondo occidentale e alla
soglia di una nuova epoca orientale? Per dirlo in altre parole, stiamo assistendo
al tramonto di un’era in cui la maggior parte dell’umanità era più o meno
sottomessa alla civiltà sorta in Europa occidentale con il Rinascimento e la
Riforma, la civiltà che, spronata dalla Rivoluzione scientifica e dall’Illuminismo,
si è diffusa in tutto l’Atlantico e fino agli antipodi del pianeta, per
raggiungere infine il proprio apogeo nell’epoca della Rivoluzione, dell’Industria
e dell’Impero?”[9]
D’altra parte, il richiamo al filosofo Collingwood[10]
mostra chiaramente l’ispirazione a fare storia per il presente e per l’azione
in esso. L’operazione è chiara e definita anche con una certa precisione.
L’Occidente, nel libro di Ferguson è rappresentato come “il
padre del bene e del male”, capace di slanci straordinari e di “spaventose
cattiverie”. Allo stesso modo, dice, le civiltà sottomesse sono dichiarate manchevoli
in quanto incapaci di garantire ai propri cittadini “uno stabile progresso
della qualità materiale della loro vita”. E, in un impeto di onestà
apprezzabile, ammette che tutto ciò riflette “il pregiudizi di uno scozzese di
mezza età beneficiario del predominio occidentale”, nutrendo al contempo la
speranza, dice, che “non sarà disapprovata dai più ardenti sostenitori odierni
dei valori occidentali”. Quei valori che, nel suo precedente libro Impero. Come
la Gran Bretagna ha fatto il mondo moderno[11], chiariva essere “la
democrazia parlamentare, la libertà individuale e la lingua inglese”.
Non stupirà, dunque, che non lo sia da me.
Nella sua perorazione le piccole realtà statuali dell’Europa
post-medioevale ad un certo punto soverchiano il resto del mondo “in fin dei
conti, più con la parola che la spada”[12]. La
spada c’è stata, ovviamente, la risposta per la quale “l’Occidente ha dominato
il resto del mondo grazie all’imperialismo” non è respinta dallo storico
scozzese. È, anzi, qualificata come “quasi tautologica”[13]. Tuttavia,
non è sufficiente a suo dire, tanti altri imperi sono esistiti. Con questa
sommaria argomentazione i “desueti termini dell’imperialismo” (attribuiti alla
critica marxista) sono abbandonati a se stessi.
Che resta? Una differenza culturale, come volle Max Weber,
ma incarnata in specifiche istituzioni. Ovvero, la competizione
(decentralizzazione della vita politica ed economica, che ha permesso sia il
lancio degli Stati Nazione sia del capitalismo); la scienza (modo di
studiare, comprendere e trasformare il mondo naturale che ha fornito un
vantaggio militare ed altro); i diritti di proprietà (lo Stato di
diritto come strumento per proteggere i proprietari privati e risolvere pacificamente
le controversie); la medicina (un ramo della scienza che ha consentito
il miglioramento della salute e dell’aspettativa di vita); la società dei
consumi (un modello di vita materiale nel quale proprietà ed acquisto di
beni ha la funzione che rende possibile la Rivoluzione industriale); l’etica
del lavoro (una impalcatura morale e modello di attività derivato dal
cristianesimo protestante che tiene insieme la società).
Al termine di una lunga, ed a tratti interessante, ricostruzione
imperniata sulle sei “istituzioni”, Ferguson individua i concorrenti che
sfidano il dominio occidentale, alcuni dei quali sono pervenuti a l’una o l’altra
delle “app”, ma conclude che nel suo insieme il “pacchetto” è ancora solo
appannaggio occidentale. Molti, infatti, nel tempo assorbono, o imitano,
singoli aspetti ma non tutti, e ciò induce un deficit caratteristico di “innovazione”.
Di più, “il ‘pacchetto occidentale’ sembra ancora offrire alle società umane il
più efficiente sistema disponibile di istituzioni economiche, sociali e
politiche: quello che appare il più adatto a stimolare negli uomini le capacità
creative necessarie per affrontare e risolvere i problemi che il nuovo secolo
pone al mondo”[14]. Ovvero, in sintesi il “quasi
illimitato potere del libero individuo”.
Alla fine il punto è, per Ferguson, chiaro e semplice: l’unica
minaccia alla conservazione del dominio occidentale è la “nostra vigliaccheria”,
il mancato riconoscimento del legittimo orgoglio di essere occidentali.
Si tratta dunque, e in questo l’accusa citata di Mishra è
esemplare, di una chiara e consapevole narrazione autoassolutoria volta a
perpetuare il dominio. Nel racconto di Ferguson la storia stessa è organizzata
per trasformare il successo occidentale degli ultimi cinquecento anni, da fatto
contingente a espressione di superiorità normativa. In una formula sintetica, l’occidente
sarebbe, semplicemente, la migliore forma dell’esistenza dell’umano.
Oggi, negli ultimi quindici anni, l’ascesa cinese e la
ripresa russa hanno mostrato che l’innovazione tecnica, la capacità di coesione
sociale, la solidità agli shock esterni, non sono più prerogative dell’occidente.
Molti occidentali non si sentono vivere la migliore forma di esistenza. Nel suo
complesso ciò che chiamiamo l’Occidente è spesso sopravanzato e comunque
sfidato da presso e, per certo, non è più sede della “killer app” della etica
del lavoro. La crisi europea, dal 2012 in avanti, e le crescenti difficoltà
americane a gestire la dinamica della finanza fuori controllo hanno mostrato
che anche le “killer app” del diritto di proprietà e quella della società
dei consumi non sono proprio al centro delle vite dei cittadini europei,
sempre più convinti di vivere piuttosto in società plutocratiche e non
democratiche[15].
Le guerre successivamente perse, o comunque non vinte, in
Afghanistan, in Ucraina ed ora in Iran, hanno mostrato che anche nell’arte
della guerra il predominio non abita più in Occidente. Questo è ancora capace,
è vero, di uccidere in modo brutale (Gaza e la scuola di Teheran lo mostrano
bene), ma non più di annichilire e spezzare la volontà di resistenza.
Oggi, ancora dopo quindici anni dalla chiamata alle armi di Ferguson,
l’Occidente non brilla veramente per la competizione (in ogni settore il
più ferreo oligopolio e monopsonio domina l’economia), la scienza (come
si vede bene dal numero di brevetti, scienziati, ingegneri, dai risultati, il
sorpasso cinese è imminente, se non già avvenuto).
Insomma, le “killer app”, se pure sono mai esistite fuori
della mente di Ferguson, di certo non abitano più l’occidente, né singolarmente
né come pacchetto.
Ormai questo è abitato piuttosto dalla cieca ferocia di Netanyahu,
dal fanatismo religioso dei predicatori evangelici americani che appoggiano Trump,
dal fantasma di Epstein[16]. Dalla
intenzione di distruggere tutto quanto si frappone alla decisione dell’occidente
di tornare al nudo e semplice dominio del mondo intero.
Ma è proprio di fronte a questo nudo spettacolo oggi
possiamo vedere meglio come il libro di quindici anni fa di Niall Ferguson sia
il preavviso della necessità per le élite occidentali di costruire nuove armi
culturali e dispositivi operativi per rilanciare il proprio potere. Rilanciare un’operazione
imperiale, proprio dichiarandola mai esistita (o mai centrale). E di farlo con
una certa urgenza perché si sente ormai che il declino avanza. Come scrive
Mishra nel suo articolo si tratta dell’espressione caratteristica di uno stato
d’animo “al contempo spavaldo, frustrato, vendicativo e disperato, che domina
tra uomini di una certa età, classe ed istruzione nell’Upper East Side e nel
West End”. Una “banda neoimperialista” che oggi ha trovato espressione in Pete Hegseth,
Segretario alla Difesa degli Stati Uniti d’America, in Marco Rubio, Segretario
di Stato, nel Presidente Donald Trump.
Il contributo di Ferguson a questa impresa è chiaro: riaffermare
il proprio diritto al potere, scambiando, essenzialmente, per universali quelle
che sono al più rappresentazioni limitate di sedimentazioni particolari di una
specifica cosmotecnica occidentale[17].
Compie questa operazione politica isolando quelle che chiama
“istituzioni”, attribuendole al solo occidente. Senza comprendere che, lungi
dall’essere “app” scaricabili e applicabili, sono forme di mondo le quali vivono
insieme alle posizioni di autorità che rendono possibili, alle immagini della
natura, dell’uomo, alle forme dell’agire che determinano. Quindi insieme a ciò
che si può o non può fare, a quanto si designa come efficiente. Quel modo di
concepire la competizione, di definire il sapere e il vero scientifico, stabilire
cosa è possibile avere, consumare, oppure come vivere e lavorare, sono proprie
anche di altre culture e civiltà (che competevano, avevano saperi scientifici,
possedevano e lavorano), ma ciascuna le ha formate secondo la propria
traiettoria. Lungi dall’essere norma dell’umano ‘ben fatto’, come vorrebbe
Ferguson, le forme di vita e le loro caratteristiche ‘istituzioni’ dell’occidente
sono figlie della sua traiettoria storica specifica, il cristianesimo, la
parabola del post-feudalesimo, le stesse tragedie delle pestilenze, l’estensione
disperata dei commerci, la violenza interna e coloniale, l’importazione di molecole,
di proteine, di corpi. Non sono separabili da queste, come si operasse in un
asettico laboratorio.
La tecnica occidentale è tutto questo, e in primo luogo essa
è una forma storicamente data del rapporto tra ciò che è umano, di definizione
della natura, del potere e della capacità di normalizzazione, della forma specifica
del calcolo e della verità. Tramite questa specifica forma-di-vita le materie
prime, le stesse forme subalterne di umanità, sono state concepite, da un certo
punto ed oggi sempre più, come mera risorsa. Come merce di cui ci si può
appropriare e che si può sfruttare liberamente, avendone il diritto. E con esso
il territorio è stato visto come mera estensione, astrazione, oltre che il
tempo come successione sempre eguale di cui si può possedere l’estensione.
Un buon esempio è dato da un’infrastruttura, al contempo
concettuale, pratica e massivamente connessa con la forma-di-vita che esprime. L’insieme
di istituzioni (sistemi di cambio, banche, camere di commercio, club e società
più o meno occulte) pratiche commerciali e di scambio/garanzia, capacità e
tecniche di registrazione ed organizzazione su tempi e spazi lunghi, che viene
stimolata sin dall’ultimo medioevo (si pensi alle “Repubbliche marinare”
italiane e poi alla Hansa) dai commerci di lunga tratta[18]. Commerci,
e relativa finanza, che per Braudel sono la radice del capitalismo stesso[19]. La
scala degli scambi, progressivamente estesa nella fase commerciale della
proiezione imperiale occidentale, rende indispensabile l’affermazione di questi
“Sistemi tecnici”[20] i
quali condizionano le singole innovazioni ed invenzioni come l’acqua dell’oceano
condiziona il pesce[21]. La
mera tecnica contabile, peraltro debitrice di molti frammenti tecnici ed idee importate
dal vicino mondo islamico e dal più remoto indiano e cinese, non sarebbe stata
necessaria e peraltro efficace senza essere incorporata in un mondo nel quale
essa è parte di coercizione giuridica, apparati politici e militari, forme
sociali e di soggettivazione economica, diritti di proprietà e loro forme contrattuali,
capacità assicurative e di controparte, logistica e relative strutture
materiali, disponibilità di abilitatori energetici e materie prime, disciplina
del lavoro e relativa immagine del sé. Una struttura-di-mondo che dispiega la
sua particolare forma di ‘efficienza’ (che in altre strutture non sarebbe
riconosciuta come tale, bensì come perversione, povertà di spirito, ignavia) e
che organizza. La partita doppia, il libro mastro, il bilancio, il credito ed
il debito, le imputazioni di costo, decidono nel loro insieme cosa è perdita,
cosa produttivo, chi è responsabile di cosa, chi non serve. Tutto questo attiva
risorse, ricicla proventi (basti pensare al ruolo dei ‘banchieri’ genovesi e ‘lombardi’
nel riciclo dell’argento e dell’oro sudamericano che fluiva nel Cinquecento
nelle casse e nei forzieri spagnoli), rende possibili alzare le scale,
estendere il dominio (fornendone anche la motivazione) e si innesta su
fiscalità, appalti, debiti pubblici, flotte, violenza. Ogni operazione viene
vista come relazione in un sistema astratto che, al contempo, ha una sua
sottostante, brutale, materialità. Vede il mondo intero come totalità
contabilizzabile e da mettere a frutto.
Identifica come “reputazione”, e quindi onorabilità sociale,
cose del tutto diverse da quelle che possono essere identificate come tali in
altre società (si pensi alla figura del “Mandarino” cinese). il tipo umano che
l’età della borghesia crea è responsabile, solvibile, capace di gestione
controllabile. La sua interiorità viene dissolta nella esteriorità. La sua onorabilità
passa facilmente per inventari di corpi schiavizzati, carichi estratti da
ecosistemi fino alla loro distruzione (come la noce moscata in estremo oriente[22]),
furto di terre da sottoporre a minuziosi contratti e accurate previsioni di
rendimento.
Detto in forma sintetica, ogni fatto tecnico e sistema tecnico
che ha costituito l’occidente è storicamente formato, situato. Non è mai puro,
innocente.
In altro modo, ogni pratica ed ogni istituzione (anche le “killer
app” di Ferguson) sono immerse in un senso-del-mondo non riducibile a
misurazioni esterne. La tessitura della seta in Cina, o del cotone in India
(arti in cui i due ambiti politico-sociali hanno dominato per secoli), o la
famosa navigazione polinesiana, l’irrigazione giavanese (o quella inca), non
sono mere versioni, magari meno efficienti, dei modelli ideali occidentali. Cui
l’Europa perverrà dopo, ma portandola a perfezione. Sono, piuttosto, pratiche
sociali incarnate, le quali rispondono a domande umane diverse organizzando il
rapporto tra umano e non-umano, ma anche tra lavoro e rito, terra e cielo. Consentendo
accumulazione e riproduzione.
Anche il consumo lo è. In modo caratteristico della
forma-di-vita nella quale lo scozzese di mezza età vissuto in una famiglia di
sentimenti imperiali e conservatrice[23]
Nial Ferguson, il criterio finale come abbiamo visto per giudicare se una ‘civiltà’
è meritevole o meno è se consente una crescita materiale ai suoi abitanti, e questa
è rappresentata attraverso la disponibilità di beni.
Palesemente Confucio (ma anche Socrate) non sarebbero d’accordo.
Come non era d’accordo Swami Vivekananda, famoso pensatore indiano del XIX
secolo, richiamato da Mishra nel suo atto di accusa a Ferguson,
“Inebriati dal vino inebriante del potere appena acquisito,
temibili come animali selvatici che non distinguono il bene dal male, schiavi
delle donne, folli nella loro lussuria, inzuppati di alcol dalla testa ai
piedi, privi di qualsiasi norma di condotta rituale, impuri ... dipendenti
dalle cose materiali, che si impossessano della terra e della ricchezza
altrui con ogni mezzo ... il corpo stesso, i suoi appetiti la loro
unica preoccupazione: questa è l'immagine del demone occidentale agli occhi
degli indiani.”[24]
Ad ogni modo, le famose “killer apps”, non sono
trasferibili, scaricabili. Non sono universali e quindi pietre di paragone, con
le quali definire chi è “avanti” o “indietro”. Sono, piuttosto,
rappresentazioni largamente presenti nel nostro linguaggio e nella nostra
mente, di configurazioni storiche, specifiche, inseparabili dai contesti (e anche
le une dalle altre). Ad esempio, la proprietà cosiddetta “privata” è il
risultato specifico, diverso da luogo a luogo, dei secoli di dissoluzione delle
forme dei commons, di guerra contingenti tra i poteri e di equilibri
conseguenti. Di recinzioni che stanno su, o cadono. Di teologie e
giustificazioni rituali.
Se vengono imposte (come fece il governo inglese in India)
si sta distruggendo un’ecologia sociale, e con essa identità specifiche, e se
ne sta costruendo un’altra (che, magari, precipita in violenza tra indù e mussulmano
appena diviene libera[25]).
Un’altra che sempre più il mondo che Ferguson chiama
sprezzantemente “the rest”, sta ponendo sotto accusa. Al suo meglio questa
tensione può aprire a nuove forme dell’umano che oltrepassino l’Occidente,
dissolvendone l’ostinata arroganza di cui il termine stesso è sintomo.
[1] -
Acharya, A., Storia e futuro dell’ordine mondiale. Perché la civiltà globale
sopravviverà al declino dell’Occidente, Fazi Editore, Roma 2026 [ed.or.
2025]. Si veda l’ottima recensione del testo curata da Carlo Formenti in “Il
futuro dell’ordine mondiale secondo Amitav Acharya. Un’analisi critica”,
Per un Socialismo del secolo XXI, 30 marzo 2026.
[2] - Hoffman, P. T., Why did Europe
conquer the world? Princeton University Press, Princeton (NJ) 2015.
[3] - Elvin,
M., The pattern of the chinese past: a social and economic intepretation,
Stanford University press, Stanford (CA), 1973.
[4] - Diamond,
J., Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi
tredicimila anni, Einaudi, Torino 2014.
[5] -
Pomeranz, K., La grande divergenza. La Cina, l’Europa e la nascita dell’economia
mondiale moderna, Il Mulino, Bologna, 2000.
[6] -
Ferguson, N., Occidente. Ascesa e crisi di una civiltà, Mondadori, Milano
2012 [ed.or. 2011].
[7] -
Mishra, P., Whatch
this man, London Review of Books, 3 novembre 2011.
[8] -
Ferguson, Occidente, op.cit., p.3.
[9] - Ferguson,
Occidente, op.cit., p.4.
[10] - Collingwood, R., G., Autobiografia, Neri
Pozzi, Venezia, 1959 [ed.or. 1939].
[11] -
Ferguson, N., Impero. Come la Gran Bretagna a fatto il mondo moderno, Mondadori,
Milano 2007 (ed. or. 2003).
[12] -
Ferguson, Occidente, op.cit., p.25.
[13] -
Ferguson, Occidente, op.cit., p.29.
[14] -
Ferguson, Occidente, op.cit., p. 366.
[15] -
Per una diagnosi energica, se pure non completamente condivisa da chi scrive,
si può vedere tra tanti il libro Milanovic, B., Capitalismo contro
capitalismo. La sfida che deciderà il nostro futuro, Laterza, Bari-Roma,
2020 [ed.or. 2019], oppure Slobodian, Q., Il capitalismo della
frammentazione. Gli integralisti del mercato e il sogno di un mondo senza
democrazia, Einaudi, Torino, 2023.
[17] -
Termine che uso nel senso datogli da Yuk Hui e che sarà al centro di un libro
di prossima pubblicazione, a giugno, per i tipi di Meltemi: Visalli, A., Oltre
l’Occidente, vol I. Nell’ombra di un tramonto epocale, Meltemi, Milano,
2026.
[18] -
Questa riflessione che segue si giova di uno scambio di riflessioni private, condotto
con Gabriele Pastrello, eminente economista di scuola keynesiana.
[19] -
Cfr. Braudel, F., I giochi dello scambio. Einaudi, Torino, 1981 [ed.or.
1979].
[20] -
“Sistema tecnico”, per Bernard Stiegler è una stabilizzazione di un’evoluzione
tecnica intorno ad un tempo e un punto di equilibrio.
[21] -
Si veda Visalli, A., Oltre l’Occidente, vol I., op.cit.
[22] -
Gosh, A., La maledizione della noce moscata. Parabole per un pianeta in
crisi. Neri Pozza, 2022 [ed.or.2021].
[23] -
Si veda l’autopresentazione in Impero, op.cit., da p.4.
[24] - Mishra, P., Whatch this man, op.cit.
[25] -
Riferimento alla guerra civile indiana dalla quale è nato il Pakistan appena il
dominio coloniale inglese è venuto meno.
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