Nel libro che uscirà a giugno, per i tipi di Meltemi, Oltre
l’Occidente. Nell’ombra di un tramonto epocale[1], volume primo di
un progetto condotto con Carlo Formenti che cura il volume secondo, sostengo
che l’Occidente si muove nell’ombra di un incipiente tramonto. La pretesa di
unicità, intrisa di arroganza, emana infatti da tempo i segni del mutarsi della
democrazia in oligarchia, dell’universalismo in suprematismo, della più
radicale cecità verso l’altro. La mobilitazione totale intrisa di paura, e la
manifesta incapacità di competere sul decisivo piano dell’adeguamento di ciò
che chiamo “Piattaforma tecnologica”[2]
alle nuove esigenze poste dall’ambiente tecnico e la competizione geopolitica.
La fine del neoliberismo
Il contesto generale di questa dinamica è il progressivo
processo di estenuazione della soluzione neoliberale che secondo ogni evidenza
procede verso la riorganizzazione del mondo intorno a poli d’ordine. Ciò
avviene, al contempo, spostando il punto di equilibrio da un’economia
fortemente estrattiva ad una ancora non compiutamente visibile. La prima imperniata
sul decentramento produttivo e la specializzazione via traduzione finanziaria (che presuppone la centralità di
aree dense nelle quali controllare il processo[3]). La
nuova non visibile in quanto l’ambiente tecnico e di regolazione nel quale si
formerà non è ancora stabilizzato. Nella nebbia sollevata dalle azioni di
attori molteplici si può comunque rintracciare la forma di un movimento nel
quale il decentramento, la dematerializzazione ed il controllo della finanza
perdono la loro capacità di controllo e ricatto.
Di fronte allo spiazzamento che, come detto, in buona misura
deriva dalla tenaglia tra l’incapacità di dispiegare la forza della finanza
(ovvero la sua capacità di essere arma) e la conseguente ripresa della
pertinenza del materiale (del controllo del produttivo), in un contesto di perdita
dell’iniziativa tecnologica (scopertasi, a sua volta, dipendente dalla massa,
dalla capacità e dal numero), l’ipotesi di lavoro dell’amministrazione Trump è
di tornare al mercantilismo vecchio stile ed al semplice, caro, vecchio saccheggio.
Non credo sia l’ipotesi dei Brics, se ne hanno una, e tanto
meno della Cina. Quest’ultima, in linea con un’antica postura politica e
culturale, intende proporsi come piattaforma centrale di interconnessione e
cooperazione. Erogare, quindi, beni pubblici di stabilità ed ordine, non privi
di ambiguità e spinta omogeneizzante[4]. Ogni
soft power tende a creare coesione attraverso una pressione conformativa e
modellante.
Le tracce che rendono percepibile questo mutamento
essenziale dei vecchi punti di equilibrio possono essere ricondotte ad un
evento nuovo e sorprendente. Dopo decenni nei quali nessuno poteva sfidare il
sistema finanziario occidentale, e la sua guida politica ed economica, si è
passati in questo ultimo quinquennio all’inedito fallimento delle “sanzioni” e
delle armi di distruzione di massa finanziarie, almeno di fronte a potenze di
primo piano. Siano esse altamente tecnologiche e dotate di importanti basi
materiali di forza, ovvero materie prime, come la Russia[5], o
di grande massa, capacità produttiva, e, al contempo, potentemente
interconnesse e altamente integrate come la Cina. Di fronte a questo nuovo
ambiente anche la strategia dei “dazi” condotta massivamente nella prima fase
dell’azione della nuova amministrazione Trump, ha avuto effetti modesti e poi è
stata sostanzialmente disattivata dalla risposta sistemica cinese insieme a
parte dei Brics.
Se entrambi i tentativi sono falliti, la risposta
dell’amministrazione americana è stata, in questa fase, la proiezione di una
forma particolarmente brutale di “Nazionalismo imperiale” (che sostituisce,
anche nella retorica e nella postura generale l’”Universalismo imperiale” della
fase Clinton-Obama e, in versione più muscolare, Bush-Biden). Ne sono
espressione diretta e del tutto esplicita l’aggressione senza precedenti
all’Iran (attaccato per due volte di sorpresa durante negoziati, ovvero sotto
la copertura della cosiddetta “bandiera bianca”, da sempre nella storia
dell’umanità azione coperta del marchio di infamia) preceduta da quella ad un
capo di stato in carica in Venezuela[6].
La seconda azione coronata di successo, la prima, in questi
giorni, largamente fallimentare. La grande potenza americana, unita a quella
israeliana, stanno incontrando straordinarie difficoltà malgrado uno
spiegamento di mezzi massivo a piegare la coraggiosa resistenza del popolo e
del governo iraniano, subendo al contempo danni ingenti alle loro
infrastrutture nella regione. La tregua annunciata oggi, e immediatamente
violata da Israele, certifica la durezza dello scontro e la sua insostenibilità
da parte di un occidente ridotto ad abbandonare in pratica tutti i suoi
obiettivi dichiarati[7].
Se, infatti, il riassorbimento del Venezuela entro la
propria sfera di influenza, quando e se stabilizzata, porterà a nuove occasioni
di investimento e maggior controllo sul ciclo delle materie prime, l’immane
distruzione in corso in Medio Oriente porterà probabilmente ad un cambio di
assetto nel controllo di quella parte del mondo e, per lungo tempo, della
gerarchia dei paesi produttori di materie prime energetiche.
Il Medio Oriente, giova ricordarlo, concentra circa il 30%
della produzione mondiale di petrolio, il 17% della produzione di gas e metà
delle riserve di petrolio ancora non estratte. Ma, soprattutto, si tratta di
risorse che vantano tra i costi di estrazione più bassi del mondo, ben
inferiori a quelli nordamericani, siano essi lo shale gas o le sabbie
bituminose. Si tratta di una regione nella quale abitano circa mezzo miliardo
di persone (un numero comparabile con l’intera Unione Europea), la distruzione
di una parte significativa dei giacimenti e delle infrastrutture di Arabia
Saudita, Iran, Iraq e EAU che assommano insieme una produzione di 25 milioni di
barili circa, porterebbe ad un deficit strutturale del 15% circa del petrolio e
del 10% del gas. Ci sarebbero conseguenze sistemiche. Internamente, con stati
che dipendono dalle vendite di idrocarburi in una forchetta tra il 60 ed il 90%
delle entrate pubbliche, ci sarebbe un crollo immediato, una crisi di liquidità
e finanziaria che si allargherebbe come le onde in uno stagno, e tagli massicci
a welfare, salari, sussidi. In conseguenza si avrebbero migrazioni di decine di
milioni di persone verso la Turchia e di qui l’Europa (Germania in primis). Probabilmente
alcuni governi cadrebbero e si avrebbe l’affermazione di milizie estremiste, la
ripresa probabile di Daesh ed altre nuove formazioni, anche in lotta tra di
loro. Dato che l’energia contribuisce alla produzione elettrica, e questa alla
fornitura di acqua, tutta la regione lotterebbe con la prospettiva delle
malattie ed epidemie (in particolare nell’estate in arrivo) e la guerra civile.
L’energia in tutto il mondo andrebbe alle stelle,
probabilmente il petrolio supererebbe i duecento dollari e il gas devasterebbe
le economie industriali di Europa ed Asia. La recessione si prolungherebbe per
anni, colpendo trasporti (aerei in primis), logistica (alzando il prezzo di
tutto), fertilizzanti e industria pesante. La crisi dei fertilizzanti
provocherebbe carestie senza precedenti in Africa ed Asia, e, in conseguenze,
movimenti di emigrazione nell’ordine delle centinaia di milioni di persone.
Probabilmente questo porterebbe nei paesi ex ricchi
conseguenze politiche importanti. Resterebbe solo l’alternativa della
transizione energetica, ma condotta nelle condizioni peggiori, con costi alti e
tempi serrati. Ogni speranza di programmare con metodo le cose andrebbe in
fumo.
Giappone e Corea del Sud sarebbero particolarmente colpiti. La
Cina dovrebbe far leva sulla sua alta diversificazione ma subirebbe importanti
contraccolpi. Gli Usa subirebbero gli effetti indiretti su inflazione, alto
costo dei carburanti alla pompa, disoccupazione e recessione.
Questo se l’escalation prosegue e si incrudisce e la guerra
dura ancora qualche settimana. Ma quali sono le ragioni strutturali di questo
scontro? Perché il mondo occidentale è disponibile a correre il rischio di
subire questo livello di distruzione che farebbe semplicemente girare pagina al
pianeta, portandoci fuori improvvisamente dal mondo al quale siamo stati
abituati negli ultimi quaranta anni?
La nuova “Piattaforma”.
Per comprendere la posta di questo scontro epocale bisogna
considerare che le materie prime energetiche sono, insieme a quelle minerarie
“rare”, al centro della battaglia per la nuova “Piattaforma tecnologica”, come sostengo
nel libro Oltre l’Occidente I, in quanto essenziali abilitatori
del necessario nuovo ciclo di investimento che segue alla ri-partizione del
mondo a venire.
Una “Piattaforma” imperniata non più sulla vecchia, che era
costituita da ICT standardizzate e centralizzate, industria a rete lunga,
decentrata e caratterizzata da forme specifiche di dominazione del lavoro,
quindi da funzioni di concentrazione e liberazione dei flussi di capitali,
deregolazione e indebolimento delle capacità di comando dello stato, fuga
fiscale. In sostanza, che era imperniata su scambio deflattivo ed economia del
debito.
Ma su una nuova, determinata dall’insieme dei nuovi abilitatori
tecnologici, e geostrategici, che possiamo sintetizzare in cinque aree che
sono contemporaneamente arene di competizione:
1.
La lotta sulla frontiera tecnologica. IA
Generativa (“debole”, per ora), che porta con sé la sfida per il controllo dei
modelli linguistici e l’automazione cognitiva; la robotizzazione antropomorfa
e non; il cloud e datacenter, con la sfida decisiva per la sovranità del dato;
la IOT e comunicazione, con le reti distribuite; l’imposizione di standard
tecnici e normativi; il quantum computing e la supremazia crittografica; le
biotecnologie; la sfida per il controllo del suolo, della sua produttività,
dell’economia dei semi e dell’automazione. La lotta per il controllo
dell’educazione.
2.
La sfida per il
controllo delle enormi e crescenti necessità energetiche,
indispensabili per poter acquisire, stabilizzare e scalare la supremazia
tecnologica. In questa area troviamo il controllo dei giacimenti, uranio, gas,
petrolio, litio per le batterie; le infrastrutture smart, le reti digitali
autonome e resilienti, di indispensabile necessità strategica (per resistere
agli attacchi alle infrastrutture); le rinnovabili, le fossili, il nucleare, i
vettori energetici intermedi (come l’idrogeno, il cui risiko è alle porte), e
via dicendo. Qui è decisivo l’accesso continuo, sicuro, scalabile e non
minacciabile.
3.
La logistica e
mobilità. Droni e cargo autonomi, le nuove rotte di proiezione commerciale
e militare e la lotta intorno ai punti di controllo; i grandi progetti
infrastrutturali rivali, la Belt and Road cinese che passa per l’Iran, i canali
del “Patto di Abramo” (che passano per Israele), i porti di destinazione
alternativi, le linee ferroviarie strategiche (lungo l’Asia, come quella,
inaugurata pochi giorni prima della guerra del Golfo, che arriva in Iran
partendo dalla Cina); le vie marittime consolidate, come Malacca, Suez, lo stretto
di Hormuz, Panama; la logica di attrito con tecnologie e mezzi asimmetrici,
carghi a doppio uso, sottomarini silenziosi, droni marini. La battaglia per i
cavi sottomarini.
4.
La competizione
per l’Artico. Con la lotta per le materie prime critiche, le “terre rare”,
l’uranio, il nichel, il litio, il cobalto, il gas e petrolio, l’oro e gli altri
metalli. I collegamenti artici, che possono far risparmiare mesi (il passaggio
a Nord-Est e quello a Nord-Ovest). La sfida per la sovranità dei Paesi
limitrofi e per la banchina, la militarizzazione. L’Artico è il nuovo Golfo
Persico del Ventunesimo secolo: qui si trovano risorse, passaggi e visibilità
satellitare. Il controllo dell’Artico permette accesso alle materie prime e
logistica navale ad alta efficienza, bypassando colli di bottiglia (Suez,
Malacca). È anche un punto d’appoggio per la guerra elettronica e missilistica
del futuro.
5.
La competizione
per lo spazio. Le piattaforme come Starlink e Kuiper, le armi orbitali; i
satelliti geoposizionali come Galileo, Beidou, Glonass; il controllo delle
telecomunicazioni, e del GPS o sistemi concorrenti resi famosi proprio dalla
guerra all’Iran; la sorveglianza e intelligence; il C5ISR (Command, Control,
Communications, Computers, Combat Systems, Intelligence, Surveillance, Reconnaissance).
Qui agisce non solo la Space Force americana, ma anche Beidou.
Chi controlla lo spazio controlla la comunicazione globale, la capacità di
proiezione di forza, la sicurezza degli scambi digitali. È la nuova “high
ground”, la quota dominante della guerra informazionale.
La lotta passa di qui, e poi, in conseguenza, per la
definizione di standard, soluzioni tecniche, mobilità e rotte, spazi. Passa per
la necessità di conservare la coesione sociale stessa durante la transizione a
nuovi modi di vivere e lavorare (quindi a nuove soggettività sociali). In
Occidente, ma anche altrove, potrebbero essere messe in discussione –
politicamente ed economicamente – le forme sociali dell’era neoliberale. Lavoro
debole e flessibile, con sezioni ad alto reddito cooptate nell’economia di scambio
a trazione finanziaria. In conseguenza, economie territoriali altamente duali,
con gigantesche differenze tra centri e periferie.
Lo stress delle Grandi Aree
Ora, quel che si può vedere agire durante questa transizione
dolorosa è che la rottura del modello dell’interconnessione globale controllata
da infrastrutture finanziarie massivamente unipolari (nelle quali l’ecosistema
Usa ricircolava i capitali del mondo intero tramite “fabbriche finanziarie” [8]
non sovrane, normalmente nei paradisi fiscali e nelle aree di mezzo tra recinti
sovrani) comporta per tutti gli attori ingenti costi di ristrutturazione e che
i nodi di queste aree di ristrutturazione sono oggetto di attacco. Le aree
economico-monetarie, espressione visibile di questi spazi di conflitto, sono in
tensione e attraversano tutte una fase segnata da costi di transazione. Ciò
vale per gli Usa come per l’Europa, per il Giappone e per la Cina (per restare
alle principali).
A.
L’area del dollaro, secondo l’”Outlook
2026 to 2036”[9] del Congressional
Budget Office va verso un deficit federale da 1.900 miliardi di dollari per
il 2026, ovvero il 5,8% del Pil, e viene visto in traiettoria di crescita fino
al 6,7% nel 2036. In conseguenza il debito pubblico cumulato dovrebbe passare
dal 101% del Pil al 120% ancora nel 2036 (il record storico del 1946, dopo la
Seconda Guerra Mondiale, è stato del 104%). Per il FMI, che non è così
ottimista, potrebbe invece raggiungere il 140% già nel 2030[10].
Un segno forse maggiore del piano inclinato sul quale si muove l’economia
americana, e che spiega abbastanza da vicino la disperata fretta di Trump
(insieme al calendario politico e le dinamiche interne), è che nel 2020 il
debito costava 345 miliardi all’anno di interessi ed ora costa 1.000[11].
Il Bipartisan Policy Center ha sottolineato[12]
che per trovare un momento nel quale un deficit così elevato è proseguito per
almeno cinque anni bisogna, di nuovo, tornare alla Seconda Guerra Mondiale,
inoltre ha dichiarato che dal 2031 il tasso d’interesse medio sul debito
potrebbe superare il tasso di crescita economica (parametro segno di non
ritorno per la sostenibilità del debito)[13].
Ciò mentre l’economia cresce ad un tasso reale di poco superiore al 2%.
B.
D’altra parte c’è di peggio. Il Giappone
viaggia al 232% del debito sul Pil con crescita intorno al 0,6%[14].
Il rischio va quindi governato con un’attenta gestione della politica monetaria
e fiscale per evitare che la crescita nominale scenda sotto la dinamica del
debito.
C.
L’area dell’euro, ovvero l’Europa, non
sta molto meglio. In sostanza è in stagnazione economica. Ha un tasso nominale
allo 0,8% per il 2026 e inflazione al 2,5 in crescita[15].
La Germania è in stagnazione e lo spread è ai massimi dalla crisi del 2012 con
la Francia[16]. La struttura industriale
europea (area economica ad alta densità ma poverissima di materie prime) è
completamente dipendente dalle importazioni di idrocarburi (ora dagli Usa) e
delle “terre rare” dalla Cina.
D.
La Cina sta rallentando in modo
strutturale, il target di crescita è al 4,5-5% per il 2026[17].
Le previsioni internazionali oscillano da 4,8% di Goldman Sachs[18] a
4,4% della Banca Mondiale[19] o
4,5% del FMI. Questo rallentamento (da crescite superiori al 5% degli anni
passati) deriva almeno per il -2% dalla crisi del settore immobiliare (che
comporta impoverimento delle famiglie e aumento difensivo della propensione al
risparmio delle stesse), che dal picco del 2020 è sceso del 50-80%[20].
In conseguenza dei bassi consumi ed alto risparmio si continua a registrare una
tendenza deflattiva da tre anni. Nel 2025 l’inflazione core è stata allo 0,7%
(sostanziale ‘stabilità’, nel gergo delle banche centrali occidentali
‘stagnazione’[21]). Ma il motore è ancora
la domanda estera con consumi ed investimenti deboli[22].
In effetti le esportazioni nel 2025 sono cresciute dell’8% e, questo è
importante, per effetto di una ristrutturazione delle reti di connessione
globale. Infatti, la Cina vista la tendenza alla frammentazione dei mercati
internazionali ed il clima geopolitico ha rapidamente ristrutturato verso i
mercati emergenti e l’area Brics le esportazioni. Il primo partner commerciale
non sono più gli Stati Uniti ma l’ASEAN[23].
Ancora, l’espansione si è verificata soprattutto in alcuni settori tecnologici
avanzati che sono alla base della nuova “Piattaforma tecnologica”: AI,
robotica, veicoli elettrici, rinnovabili. Settori nei quali l’ecosistema cinese
guadagna continuamente competitività non solo di prezzo grazie alla sua
superiore scala ed integrazione. È da notare anche che la Cina è molto meno
vulnerabile alle tensioni di prezzo e quantità delle materie prime energetiche,
leva primaria di lotta geopolitica e militare. Ciò per effetto di un mix molto
differenziato sul quale ha investito massicciamente e per tempo (carbone,
rinnovabili, elettrificazione)[24]. Per
quanto invece attiene al debito pubblico siamo in un’area di tensione: dal 2019
è cresciuto del 40%, arrivando al 116% del Pil, e le entrate fiscali sono scese
(anche a causa di stimoli massicci) del 4,8% sul Pil dal 2021[25].
La transizione come ristrutturazione
Insomma, siamo nel mezzo di una Guerra Mondiale, questo
dovrebbe essere chiaro. Ed entrambi i contendenti principali stressano la loro
economia per sostenere l’urto. La rottura del modello di interconnessione
globale tramite il ricircolo dei capitali nelle “fabbriche finanziarie” non
sovrane (Goldman Sachs, Vanguard, Black Rock, etc…) determina conseguenze
ovunque. Il modello prevedeva surplus commerciali cinesi (o arabi) riciclati in
Treasuries americani, arbitraggio fiscale attraverso i paradisi finanziari,
catene di valore distribuite su giurisdizioni a basso costo, finanziarizzazione
come motore di rendimento per i paesi a bassa crescita reale, divaricazione
economica nei paesi a vecchia industrializzazione con conseguente crisi dei
vecchi “ceti medi”, creazione e coltivazione di sempre nuove dipendenze[26] …
La sua rottura porta costi di ristrutturazione che gli Usa
pagano tramite deficit fiscali palesemente insostenibili e crisi
dell’indispensabile ruolo del dollaro; l’Europa con la stagnazione della
produttività industriale, minacciata da presso dall’aggressiva politica
americana contro le fonti del suo fabbisogno energetico; il Giappone con la
trappola demografica e del debito dalla quale non può uscire in queste
condizioni internazionali; la Cina con tendenza alla deflazione, crisi degli
investimenti interni e difficoltà a completare la transizione verso i consumi
interni[27].
In questo contesto, e giocando sull’orlo della distruzione
del Golfo, gli Usa cercano di far pagare ad altri i loro costi di
ristrutturazione (anche industriale, ormai non più rinviabile) ed in
particolare all’Europa, al Giappone, alla Corea, usando in primo luogo l’arma
dei costi energetici. Avevano tentato di usare la leva dei dazi diretti, ma è
stata neutralizzata dalla Corte Suprema alla fine dello scorso anno.
A questo punto l’amministrazione Trump è passata al Piano B,
con l’inizio del 2026 ha iniziato quello che è, a tutti gli effetti, un vero e
proprio bombardamento della struttura industriale dei concorrenti. Era
già cominciato con l’amministrazione Biden attraverso l’Ucraina, ma ora
accelera tramite il Venezuela e l’Iran (per ora). Il punto aperto della lotta
per il dominio della nuova “Piattaforma tecnologica”, è, infatti, stabilire chi
riuscirà a garantire un assetto efficiente (in senso relativo) alla trasformazione
del modo di produrre e vivere nel contesto dell'ecosistema tecnico in
trasformazione.
Chi ci riuscirà sembrerà avere il futuro dalla sua parte e
per questo attrarrà capitali, sottraendoli ai concorrenti.
Chi stabilirà standard (anche geopolitici, alleanze, regole
internazionali), architetture produttive, catene di fornitura critiche
(energia, materie prime rare), eserciterà un potere strutturale non aggirabile
ed attrarrà vicino a sé (entro le sue “mura” in un certo senso), gli altri.
Sarà decisivo controllare l’intero stack - dalla materia prima al software
applicativo, ai sistemi e standard di comunicazione – e qui il sistema di
governance e la profondità strategica e pazienza temporale cinese è in organico
vantaggio.
Alla fine, la competizione sarà tra “Piattaforme”
(semplificando molto, e non necessariamente con questa etichetta, tra la
“Piattaforma Usa”, oggi dominante, e quella “Brics” in via di consolidamento
sotto l’egemonia Cinorussa[28]).
Tuttavia, se le catene del valore internazionali non sono
più (come non sono mai state) sistemi neutrali orientati solo dall’efficienza
economica, ma diventano palesemente spazi contesi in cui diversi interventi
statali di Grandi potenze perseguono i propri obiettivi di sicurezza, allora
prende corpo l’osservazione del Primo Ministro canadese Carney. Questi a Davos[29]
ha dichiarato che “se non sei al tavolo sei sul menù”. Come ha scritto in
proposito l’Asia Pacific Foundation, l’era della interdipendenza
strategica implica per le potenze intermedie come il Canada, l’obbligo di
diversificare e uscire dalla logica per la quale le imprese internazionalizzate
potevano organizzarsi avendo a riferimento principale il loro “vantaggio
comparato”. Ciò che va guardato in questo contesto non è più il mero prezzo,
quanto la struttura geopolitica, le diverse sensibilità settoriali e il
posizionamento nell’intera catena del valore. Dunque, diventano cruciali le
dipendenze critiche (come l’energia, ovvero la dipendenza dal gas, e dal
petrolio, in qualunque forma) e la definizione delle interdipendenze sotto il
criterio della sostenibilità non tanto economica (rovesciabile in qualsiasi
momento, o manipolabile con tassi o bombe), quanto politicamente e
strategicamente.
Oggi la competizione crescente, la Guerra Mondiale in corso,
e la focalizzazione di questa sugli abilitatori della transizione verso una
nuova “Piattaforma tecnologica”, creano un ambiente duale. I settori giudicati
non strategici continuano ad operare secondo regole economiche, e ad essere
scambiati secondo regole implicite di “vantaggio comparato”. Quelli, invece,
“strategici” sono soggetti a crescenti controlli sovrani. Tra questi le
tecnologie a doppio uso, i semiconduttori, le batterie, i minerali critici, i
prodotti farmaceutici e interi “sistemi tecnici” come i cloud computing e la
IA. Qui la lotta si accende per i nodi critici di produzione, o i punti di
strozzatura logistica, le imprese-chiave, gli standard normativi.
Nel lungo periodo è dunque possibile che gli spazi si
restringano e polarizzino. Forse non in due, ma in un numero non enorme di
“Piattaforme” coerenti, reciprocamente schermate, con ‘muraglie difensive
regolatorie’ e ‘sistemi tecnici’ diversi[30].
L'esistenza di capacità endogene, e la capacità di controllarle, avvantaggia
apparentemente la Cina, lasciando chance anche ad altri grandi attori come
l'India. Al momento gli Usa sembrano meno dinamici (anche se hanno vantaggi
storici acquisiti e inerzia).
In questo contesto, alcuni attori intermedi potrebbero
specializzarsi nella ‘traduzione’, nell'essere ponte. Nessun paese medio,
infatti, può diventare interamente autosufficiente: NVIDIA progetta i chip,
TSMC a Taiwan li fabbrica usando macchine litografiche olandesi di ASML, che a
sua volta dipende da subcomponenti tedeschi e giapponesi[31].
Ciò varrà sempre di più, in un mondo nel quale piattaforme schermate si
contrappongono la capacità di operare tra piattaforme diverse determina una
rendita di posizione. In questa posizione potrebbero trovarsi attori come
Singapore, magari la Svizzera, alcuni paesi arabi, forse altri attori che siano
piccoli, ad alta intensità di capitale, con potenziale umano significativo e
non minacciosi.
L’Europa come menù, o come soggetto.
Per terminare queste brevi note spostiamoci ora nella più
remota delle periferie: l’Europa. Quale potrebbe essere il suo ruolo (non
necessariamente dell’Unione Europea, creatura della fase neoliberale e
probabilmente irriformabile) in un contesto in così rapido movimento e di
transizione “Oltre l’Occidente”?
Se resta nell’attuale atteggiamento, succube dell’iniziativa
Usa, orientata allo sfruttamento neocoloniale delle periferie interne ed
esterne, brutalmente dedita al “doppio standard” più sfacciato, l’Europa non
avrà nessun ruolo. Sarà certamente “sul menù”, per usare l’efficace immagine di
Carney.
Se invece, in modo altamente improbabile, recuperasse le
fonti della propria dignità e la memoria dei momenti migliori della propria
tradizione - scegliendo di liberarsi radicalmente delle élite estrattive che
abitano negli alti palazzi a Bruxelles e nelle altre capitali -, allora potrebbe
avere uno spazio nel nuovo mondo che si affaccia. Potrebbe candidarsi ad essere
un punto di equilibrio geopolitico e attore in grado (insieme alla Cina ed
altri, su un piano di parità) di erogare beni pubblici di stabilità. Ma ciò richiederebbe
una completa modifica della sua postura.
Tutto ciò è davvero improbabile, al limite dell’ipotesi
eroica. Infatti, dovrebbe passare necessariamente per l'abbandono di quelle
vergognose politiche che erodono drasticamente la sua statura morale potenziale.
Dovrebbe trovare la forza per candidandosi come potenza d'ordine responsabile
in grado di dialogare con eguale forza con il Nord ed il Sud, con l'Est come
con l'Ovest.
La reazione degli Usa potrebbe essere brutale. Ma essi,
nella condizione in cui sono, non possono assolutamente permettersi di lottare
contemporaneamente con tutti. I legami della Spagna e del Portogallo con il
mondo SudAmericano, quelli della Spagna, Italia e Grecia, con quello
mediterraneo, le relazioni di Francia e Germania con il mondo Russo (non sempre
di scontro), dovrebbero essere valorizzate. La grande stima che la Cina ha per
l'Italia (sul piano culturale) potrebbe essere un'altra leva. La capacità
tecnica, il potenziale umano, la stessa ricchezza monetaria, ancora ingenti,
altre leve.
Il punto è che bisognerebbe avere quel coraggio e sguardo
paziente che manca completamente alle élite europee in questo secolo. Si
tratterebbe di avere la forza per uscire dall’ombra del tramonto occidentale e
porsi come attore in un equilibrio multipolare. Cessando di pensarsi come
periferia sotto protezione per divenire soggetto politico (non necessariamente
unitario, un modello potrebbe essere la federazione di confederazioni senza
moneta unica[32]). Un soggetto capace di offrire
agli attori in cerca di collocamento nella lotta tra “Piattaforme” una sponda,
fidando nel proprio prestigio (recuperato), il potenziale umano, capacità
tecnica e tradizione giuridica e regolatoria. Certo, l’intera classe politica
ed imprenditoriale, grande parte del mondo professionale e praticamente
l’intera classe dei media e dello spettacolo dovrebbe essere messa da parte.
Troppo compromessa con l’ultimo cinquantennio, nel quale ha costruito le proprie
carriere e identità pensandosi socio minore dell’egemone americano. Ma
l’alternativa è un declino inarrestabile, la più completa
deindustrializzazione, la creazione di disoccupazione di massa e il crollo
verticale della domanda interna, l’affermazione di dinamiche politiche che
abbiamo visto solo negli anni Trenta, la più completa subalternità e la perdita
di ogni coesione sociale al centro di un turbine di crisi epocale il cui
baricentro sarebbe proprio il mediterraneo.
In questo contesto rischioso, al contrario, una potenza
d’ordine responsabile (come si dichiara sempre essere la Cina, ad esempio[33]),
capace di erogare beni pubblici di stabilità, e non “valori” sottilmente
imperiali, potrebbe avere uno spazio. Occorrerebbe però decentrarsi, sapersi
pensare periferia e mondo allo stesso tempo, porsi nella posizione di chi,
sicuro di sé, non pensa l’altro come propria immagine imperfetta, ma è capace
di sedersi al cerchio dell’umanità. Tra pari e con decisione.
Le linee di azione dovrebbero essere di guadagnare le basi
della propria forza, l’indipendenza relativa e la relativa interconnessione;
completare le proprie transizioni (in primo luogo energetica, quindi della
riduzione e circolarità dei consumi) in modo da non dipendere da altri e non
restare esposti ai prossimi “bombardamenti”; assicurarsi amicizia e reciproco
beneficio, investire in sicurezza indivisibile e comune.
Ciò è chiaramente impossibile se non si domesticano e si mettono
a disposizione dell’interesse comune le forze del capitalismo, come mostra fare
l’esperimento cinese, ma secondo una traiettoria che nessuno può insegnare e
ciascuno deve trovare da sé. In base, quindi, alle proprie migliori tradizioni.
In altre parole, bisogna avere in mente e perseguire altro, anche
se per arrivarci ci vorrebbe una rivoluzione. Come prima cosa liberarsi
completamente delle élite “compradore”[34]
che governano la semicolonia europea per conto dell’egemone Usa. Come seconda
liberarsi della tutela.
Servirà molto, un nuovo blocco sociale post-liberale capace
di lavorare per una società materialista ‘decente’ (secondo la bella formula di
George Orwell). Servirà tornare a fare Grande Politica, come diceva Gramsci,
creare nuovi quadri di senso e progetti di liberazione capaci di confrontarsi
con la dura realtà delle cose. Quadri capaci di trovare nel “reale” le ragioni
del proprio pensiero e della propria azione. Neutralizzando, in primo luogo, la
capacità del potere economico di tradursi direttamente in potere politico che
ha alimentato la ‘rivoluzione neoliberale’ che ci ha condotto qui. Porre, tutti
insieme, la cruciale questione di cosa, come e per chi,
produrre e vivere[35].
In tal modo, quando la transizione sarà compiuta e tornerà
la dinamica di crescita, avviando un ciclo di espansione probabilmente a
diverse velocità, ci sarebbe spazio anche per l’Europa.
Altrimenti possiamo restare sul piatto.
[1] -
Visalli, A., Oltre l’Occidente, vol.1. Nell’ombra di un tramonto epocale, Meltemi,
Milano 2026.
[2] - Sintetizzabile
come un set di funzionamenti essenziali, punti di convenienza e vantaggio per
diversi gruppi e ceti sociali determinati da network di tecnologie convergenti
e reciprocamente rafforzanti. Network di “sistemi tecnici” coordinati non
solo dall’insieme di skill favorite da queste e di know how privilegiati, ma
anche da norme sociali e giuridiche che si affermano nella sfera pubblica e
privata, e infine da pacchetti di incentivi pubblici e privati (entrambe, norme
e incentivi, coinvolti nell’affermazione del network di tecnologie). Una
“Piattaforma tecnologica” è, inoltre, sempre connessa con un assetto
geopolitico che la rende vincente (e in ultima analisi possibile). È connessa
strettamente con visioni del mondo, cosmologie, e con soggettivazioni sociali
e individuali.
[3] -
Si veda su questo la classica analisi di Saskia Sassen, ad esempio Sassen, S., Territorio,
autorità, diritti. Assemblaggi dal medioevo all’età globale, Bruno
Mondadori, 2008,
[4] -
Si veda Visalli, A., Oltre l’Occidente I, op.cit., cap. IV.
[5] -
Si veda in proposito questo vecchio articolo del 2022, Alessandro Visalli, “La
guerra necessaria. Logiche della dipendenza”, Tempofertile, 22 novembre
2022.
[6] -
Si veda, ad esempio, Alessandro Visalli, “La
scacchiera tridimensionale: guerra e assetto multipolare”, Tempofertile, 9
marzo 2026.
[7] -
Il “cambio di regime”, in primis, il disarmo e la neutralizzazione del
programma nucleare. Tutti e tre se possibile rafforzati.
[8] -
Si pensi ai profitti dei petrodollari, agli investimenti giapponesi, a quelli
di ogni paese in transizione industriale.
[10] -
https://www.imf.org/en/news/articles/2026/02/26/tr-0225206-press-briefing-transcript-conclusion-of-2026-us-aiv-consultation-mission-feb-25-2026
[12] -
https://budget.house.gov/press-release/03/03/2026/chairman-arrington-statement-on-cbo-long-term-budget-outlook
[18] -
https://www.goldmansachs.com/insights/articles/chinas-economy-expected-to-grow-in-2026-amid-surging-exports
[19] -
https://thedocs.worldbank.org/en/doc/600cd53e2bb24d516b8c3489e5d2c187-0070012025/original/CEU-December-2025-EN.pdf
[20] -
https://www.goldmansachs.com/insights/articles/chinas-economy-expected-to-grow-in-2026-amid-surging-exports
[23] -
https://www.goldmansachs.com/insights/articles/chinas-economy-is-forecast-to-grow-faster-than-expected-in-2026
[26] -
Visalli, A., Dipendenza. Capitalismo e transizione multipolare, Meltemi,
Milano, 2020.
[27] -
È da notare, tuttavia, che questa doppia caratteristica potrebbe essere in
parte voluta o accettata dalla Cina. Nel contesto di una teoria economica e di
una prassi politica “non-neoclassica”, infatti, la deflazione non è tanto una
minaccia alla sostenibilità del debito (quasi tutto entro perimetri
politicamente controllabili), ma un vantaggio competitivo strutturale. Pechino
accetta margini di profitto nominali più bassi in settori chiave come le EV, le
batterie, il fotovoltaico, ma satura il mercato globale e stabilisce così i
propri standard. Il valore d’uso è preferito al valore di scambio. Parimenti,
il deprezzamento interno è gestito aumentando la capacità produttiva e
abbassando il costo tecnologico dei beni (come dei trasporti, la logistica,
l’energia). La transizione ad un’altra Piattaforma, o meglio
l’approvvigionamento dei relativi abilitatori, viene resa in tal modo
finanziariamente insostenibile per l’Occidente, mentre l’acquisto della
tecnologia cinese diviene una necessità vitale. La stabilità dei prezzi in
contesto inflattivo di controparte è una forma di assedio economico.
[28] -
Ma altamente contesa e con la “spina” indiana.
[29] -
https://fortune.com/2026/01/28/carney-meant-what-he-said-in-davos-splitting-with-america-new-trade-deals/
[32] -
Un modello che unisce almeno tre Confederazioni (“Mediterranea”, con Spagna,
Portogallo, Italia, Grecia; “Continentale”, con Francia, Germania, Belgio,
Olanda; “Orientale” con Polonia, Ungheria, Cechia e Slovacchia, Romania),
magari con proprie monete, in una Federazione con accordi monetari sul modello
dello SME e politica estera comune.
[33] -
L’erogazione di beni pubblici di stabilità è la postura classica
ideologico-culturale cinese, il tianxia. Non è una visione irenica e non
implica automaticamente che non possa essere vista come conformativa ed
omogeneizzante, o sottilmente coercitiva. La stessa “etnia han” è, in realtà,
il risultato secolare di una pressione omogeneizzante su oltre 50 etnie e
lingue diverse (ancora in parte visibili). Ma è comunque diverso dal “monoteismo”
occidentale.
[34] -
Termine adoperato, anche oltre i suoi limiti nella tradizione della critica al
sottosviluppo e la dipendenza, cfr. Visalli, A., Dipendenza, op.cit.
[35] -
Visalli, A., Classe e partito. Ridare corpo al fantasma del collettivo,
Meltemi, Milano, 2023, Conclusioni.

Nessun commento:
Posta un commento