Pagine

mercoledì 8 aprile 2026

Transizioni. Scenari e poche note sulla crisi del 2026.


 

Nel libro che uscirà a giugno, per i tipi di Meltemi, Oltre l’Occidente. Nell’ombra di un tramonto epocale[1], volume primo di un progetto condotto con Carlo Formenti che cura il volume secondo, sostengo che l’Occidente si muove nell’ombra di un incipiente tramonto. La pretesa di unicità, intrisa di arroganza, emana infatti da tempo i segni del mutarsi della democrazia in oligarchia, dell’universalismo in suprematismo, della più radicale cecità verso l’altro. La mobilitazione totale intrisa di paura, e la manifesta incapacità di competere sul decisivo piano dell’adeguamento di ciò che chiamo “Piattaforma tecnologica[2] alle nuove esigenze poste dall’ambiente tecnico e la competizione geopolitica.

 

La fine del neoliberismo

Il contesto generale di questa dinamica è il progressivo processo di estenuazione della soluzione neoliberale che secondo ogni evidenza procede verso la riorganizzazione del mondo intorno a poli d’ordine. Ciò avviene, al contempo, spostando il punto di equilibrio da un’economia fortemente estrattiva ad una ancora non compiutamente visibile. La prima imperniata sul decentramento produttivo e la specializzazione via traduzione  finanziaria (che presuppone la centralità di aree dense nelle quali controllare il processo[3]). La nuova non visibile in quanto l’ambiente tecnico e di regolazione nel quale si formerà non è ancora stabilizzato. Nella nebbia sollevata dalle azioni di attori molteplici si può comunque rintracciare la forma di un movimento nel quale il decentramento, la dematerializzazione ed il controllo della finanza perdono la loro capacità di controllo e ricatto.

Di fronte allo spiazzamento che, come detto, in buona misura deriva dalla tenaglia tra l’incapacità di dispiegare la forza della finanza (ovvero la sua capacità di essere arma) e la conseguente ripresa della pertinenza del materiale (del controllo del produttivo), in un contesto di perdita dell’iniziativa tecnologica (scopertasi, a sua volta, dipendente dalla massa, dalla capacità e dal numero), l’ipotesi di lavoro dell’amministrazione Trump è di tornare al mercantilismo vecchio stile ed al semplice, caro, vecchio saccheggio.

Non credo sia l’ipotesi dei Brics, se ne hanno una, e tanto meno della Cina. Quest’ultima, in linea con un’antica postura politica e culturale, intende proporsi come piattaforma centrale di interconnessione e cooperazione. Erogare, quindi, beni pubblici di stabilità ed ordine, non privi di ambiguità e spinta omogeneizzante[4]. Ogni soft power tende a creare coesione attraverso una pressione conformativa e modellante.

 

Le tracce che rendono percepibile questo mutamento essenziale dei vecchi punti di equilibrio possono essere ricondotte ad un evento nuovo e sorprendente. Dopo decenni nei quali nessuno poteva sfidare il sistema finanziario occidentale, e la sua guida politica ed economica, si è passati in questo ultimo quinquennio all’inedito fallimento delle “sanzioni” e delle armi di distruzione di massa finanziarie, almeno di fronte a potenze di primo piano. Siano esse altamente tecnologiche e dotate di importanti basi materiali di forza, ovvero materie prime, come la Russia[5], o di grande massa, capacità produttiva, e, al contempo, potentemente interconnesse e altamente integrate come la Cina. Di fronte a questo nuovo ambiente anche la strategia dei “dazi” condotta massivamente nella prima fase dell’azione della nuova amministrazione Trump, ha avuto effetti modesti e poi è stata sostanzialmente disattivata dalla risposta sistemica cinese insieme a parte dei Brics.

Se entrambi i tentativi sono falliti, la risposta dell’amministrazione americana è stata, in questa fase, la proiezione di una forma particolarmente brutale di “Nazionalismo imperiale” (che sostituisce, anche nella retorica e nella postura generale l’”Universalismo imperiale” della fase Clinton-Obama e, in versione più muscolare, Bush-Biden). Ne sono espressione diretta e del tutto esplicita l’aggressione senza precedenti all’Iran (attaccato per due volte di sorpresa durante negoziati, ovvero sotto la copertura della cosiddetta “bandiera bianca”, da sempre nella storia dell’umanità azione coperta del marchio di infamia) preceduta da quella ad un capo di stato in carica in Venezuela[6].

La seconda azione coronata di successo, la prima, in questi giorni, largamente fallimentare. La grande potenza americana, unita a quella israeliana, stanno incontrando straordinarie difficoltà malgrado uno spiegamento di mezzi massivo a piegare la coraggiosa resistenza del popolo e del governo iraniano, subendo al contempo danni ingenti alle loro infrastrutture nella regione. La tregua annunciata oggi, e immediatamente violata da Israele, certifica la durezza dello scontro e la sua insostenibilità da parte di un occidente ridotto ad abbandonare in pratica tutti i suoi obiettivi dichiarati[7].

Se, infatti, il riassorbimento del Venezuela entro la propria sfera di influenza, quando e se stabilizzata, porterà a nuove occasioni di investimento e maggior controllo sul ciclo delle materie prime, l’immane distruzione in corso in Medio Oriente porterà probabilmente ad un cambio di assetto nel controllo di quella parte del mondo e, per lungo tempo, della gerarchia dei paesi produttori di materie prime energetiche.

 



 

Il Medio Oriente, giova ricordarlo, concentra circa il 30% della produzione mondiale di petrolio, il 17% della produzione di gas e metà delle riserve di petrolio ancora non estratte. Ma, soprattutto, si tratta di risorse che vantano tra i costi di estrazione più bassi del mondo, ben inferiori a quelli nordamericani, siano essi lo shale gas o le sabbie bituminose. Si tratta di una regione nella quale abitano circa mezzo miliardo di persone (un numero comparabile con l’intera Unione Europea), la distruzione di una parte significativa dei giacimenti e delle infrastrutture di Arabia Saudita, Iran, Iraq e EAU che assommano insieme una produzione di 25 milioni di barili circa, porterebbe ad un deficit strutturale del 15% circa del petrolio e del 10% del gas. Ci sarebbero conseguenze sistemiche. Internamente, con stati che dipendono dalle vendite di idrocarburi in una forchetta tra il 60 ed il 90% delle entrate pubbliche, ci sarebbe un crollo immediato, una crisi di liquidità e finanziaria che si allargherebbe come le onde in uno stagno, e tagli massicci a welfare, salari, sussidi. In conseguenza si avrebbero migrazioni di decine di milioni di persone verso la Turchia e di qui l’Europa (Germania in primis). Probabilmente alcuni governi cadrebbero e si avrebbe l’affermazione di milizie estremiste, la ripresa probabile di Daesh ed altre nuove formazioni, anche in lotta tra di loro. Dato che l’energia contribuisce alla produzione elettrica, e questa alla fornitura di acqua, tutta la regione lotterebbe con la prospettiva delle malattie ed epidemie (in particolare nell’estate in arrivo) e la guerra civile.

L’energia in tutto il mondo andrebbe alle stelle, probabilmente il petrolio supererebbe i duecento dollari e il gas devasterebbe le economie industriali di Europa ed Asia. La recessione si prolungherebbe per anni, colpendo trasporti (aerei in primis), logistica (alzando il prezzo di tutto), fertilizzanti e industria pesante. La crisi dei fertilizzanti provocherebbe carestie senza precedenti in Africa ed Asia, e, in conseguenze, movimenti di emigrazione nell’ordine delle centinaia di milioni di persone.

Probabilmente questo porterebbe nei paesi ex ricchi conseguenze politiche importanti. Resterebbe solo l’alternativa della transizione energetica, ma condotta nelle condizioni peggiori, con costi alti e tempi serrati. Ogni speranza di programmare con metodo le cose andrebbe in fumo.

Giappone e Corea del Sud sarebbero particolarmente colpiti. La Cina dovrebbe far leva sulla sua alta diversificazione ma subirebbe importanti contraccolpi. Gli Usa subirebbero gli effetti indiretti su inflazione, alto costo dei carburanti alla pompa, disoccupazione e recessione.

 

Questo se l’escalation prosegue e si incrudisce e la guerra dura ancora qualche settimana. Ma quali sono le ragioni strutturali di questo scontro? Perché il mondo occidentale è disponibile a correre il rischio di subire questo livello di distruzione che farebbe semplicemente girare pagina al pianeta, portandoci fuori improvvisamente dal mondo al quale siamo stati abituati negli ultimi quaranta anni?

 

La nuova “Piattaforma”.

Per comprendere la posta di questo scontro epocale bisogna considerare che le materie prime energetiche sono, insieme a quelle minerarie “rare”, al centro della battaglia per la nuova “Piattaforma tecnologica”, come sostengo nel libro Oltre l’Occidente I, in quanto essenziali abilitatori del necessario nuovo ciclo di investimento che segue alla ri-partizione del mondo a venire.

Una “Piattaforma” imperniata non più sulla vecchia, che era costituita da ICT standardizzate e centralizzate, industria a rete lunga, decentrata e caratterizzata da forme specifiche di dominazione del lavoro, quindi da funzioni di concentrazione e liberazione dei flussi di capitali, derego­lazione e indebolimento delle capacità di comando dello stato, fuga fiscale. In sostanza, che era imperniata su scambio de­flattivo ed economia del debito.

Ma su una nuova, determinata dall’insieme dei nuovi abilita­tori tecnologici, e geostrategici, che possiamo sintetizzare in cin­que aree che sono contemporaneamente arene di competizione:

1.     La lotta sulla frontiera tecnologica. IA Generativa (“debo­le”, per ora), che porta con sé la sfida per il controllo dei modelli linguistici e l’automazione cognitiva; la robotiz­zazione antropomorfa e non; il cloud e datacenter, con la sfida decisiva per la sovranità del dato; la IOT e comuni­cazione, con le reti distribuite; l’imposizione di standard tecnici e normativi; il quantum computing e la suprema­zia crittografica; le biotecnologie; la sfida per il controllo del suolo, della sua produttività, dell’economia dei semi e dell’automazione. La lotta per il controllo dell’educazio­ne.

2.     La sfida per il controllo delle enormi e crescenti necessità energetiche, indispensabili per poter acquisire, stabiliz­zare e scalare la supremazia tecnologica. In questa area troviamo il controllo dei giacimenti, uranio, gas, petro­lio, litio per le batterie; le infrastrutture smart, le reti digitali autonome e resilienti, di indispensabile necessità strategica (per resistere agli attacchi alle infrastrutture); le rinnovabili, le fossili, il nucleare, i vettori energetici intermedi (come l’idrogeno, il cui risiko è alle porte), e via dicendo. Qui è decisivo l’accesso continuo, sicuro, scalabile e non minacciabile.

3.     La logistica e mobilità. Droni e cargo autonomi, le nuove rotte di proiezione commerciale e militare e la lotta intor­no ai punti di controllo; i grandi progetti infrastrutturali rivali, la Belt and Road cinese che passa per l’Iran, i canali del “Patto di Abramo” (che passano per Israele), i porti di destinazione alternativi, le linee ferroviarie strategiche (lungo l’Asia, come quella, inaugurata pochi giorni prima della guerra del Golfo, che arriva in Iran partendo dalla Cina); le vie marittime consolidate, come Malacca, Suez, lo stretto di Hormuz, Panama; la logica di attrito con tecno­logie e mezzi asimmetrici, carghi a doppio uso, sottomarini silenziosi, droni marini. La battaglia per i cavi sottomarini.

4.     La competizione per l’Artico. Con la lotta per le materie prime critiche, le “terre rare”, l’uranio, il nichel, il litio, il cobalto, il gas e petrolio, l’oro e gli altri metalli. I collega­menti artici, che possono far risparmiare mesi (il passaggio a Nord-Est e quello a Nord-Ovest). La sfida per la sovrani­tà dei Paesi limitrofi e per la banchina, la militarizzazione. L’Artico è il nuovo Golfo Persico del Ventunesimo seco­lo: qui si trovano risorse, passaggi e visibilità satellitare. Il controllo dell’Artico permette accesso alle materie prime e logistica navale ad alta efficienza, bypassando colli di bot­tiglia (Suez, Malacca). È anche un punto d’appoggio per la guerra elettronica e missilistica del futuro.

5.     La competizione per lo spazio. Le piattaforme come Star­link e Kuiper, le armi orbitali; i satelliti geoposizionali come Galileo, Beidou, Glonass; il controllo delle teleco­municazioni, e del GPS o sistemi concorrenti resi famosi proprio dalla guerra all’Iran; la sorveglianza e intelligence; il C5ISR (Command, Control, Communications, Compu­ters, Combat Systems, Intelligence, Surveillance, Recon­naissance). Qui agisce non solo la Space Force americana, ma anche Beidou. Chi controlla lo spazio controlla la co­municazione globale, la capacità di proiezione di forza, la sicurezza degli scambi digitali. È la nuova “high ground”, la quota dominante della guerra informazionale.

 

La lotta passa di qui, e poi, in conseguenza, per la definizione di standard, soluzioni tecniche, mobilità e rotte, spazi. Passa per la necessità di conservare la coesione sociale stessa durante la transizione a nuovi modi di vivere e lavorare (quindi a nuove soggettività sociali). In Occidente, ma anche altrove, potrebbero essere messe in discussione – politicamente ed economicamente – le forme sociali dell’era neoliberale. Lavoro debole e flessibile, con sezioni ad alto reddito cooptate nell’economia di scambio a trazione finanziaria. In conseguenza, economie territoriali altamente duali, con gigantesche differenze tra centri e periferie.

 

Lo stress delle Grandi Aree

Ora, quel che si può vedere agire durante questa transizione dolorosa è che la rottura del modello dell’interconnessione globale controllata da infrastrutture finanziarie massivamente unipolari (nelle quali l’ecosistema Usa ricircolava i capitali del mondo intero tramite “fabbriche finanziarie” [8] non sovrane, normalmente nei paradisi fiscali e nelle aree di mezzo tra recinti sovrani) comporta per tutti gli attori ingenti costi di ristrutturazione e che i nodi di queste aree di ristrutturazione sono oggetto di attacco. Le aree economico-monetarie, espressione visibile di questi spazi di conflitto, sono in tensione e attraversano tutte una fase segnata da costi di transazione. Ciò vale per gli Usa come per l’Europa, per il Giappone e per la Cina (per restare alle principali).

A.    L’area del dollaro, secondo l’”Outlook 2026 to 2036”[9] del Congressional Budget Office va verso un deficit federale da 1.900 miliardi di dollari per il 2026, ovvero il 5,8% del Pil, e viene visto in traiettoria di crescita fino al 6,7% nel 2036. In conseguenza il debito pubblico cumulato dovrebbe passare dal 101% del Pil al 120% ancora nel 2036 (il record storico del 1946, dopo la Seconda Guerra Mondiale, è stato del 104%). Per il FMI, che non è così ottimista, potrebbe invece raggiungere il 140% già nel 2030[10]. Un segno forse maggiore del piano inclinato sul quale si muove l’economia americana, e che spiega abbastanza da vicino la disperata fretta di Trump (insieme al calendario politico e le dinamiche interne), è che nel 2020 il debito costava 345 miliardi all’anno di interessi ed ora costa 1.000[11]. Il Bipartisan Policy Center ha sottolineato[12] che per trovare un momento nel quale un deficit così elevato è proseguito per almeno cinque anni bisogna, di nuovo, tornare alla Seconda Guerra Mondiale, inoltre ha dichiarato che dal 2031 il tasso d’interesse medio sul debito potrebbe superare il tasso di crescita economica (parametro segno di non ritorno per la sostenibilità del debito)[13]. Ciò mentre l’economia cresce ad un tasso reale di poco superiore al 2%.

B.    D’altra parte c’è di peggio. Il Giappone viaggia al 232% del debito sul Pil con crescita intorno al 0,6%[14]. Il rischio va quindi governato con un’attenta gestione della politica monetaria e fiscale per evitare che la crescita nominale scenda sotto la dinamica del debito.

C.    L’area dell’euro, ovvero l’Europa, non sta molto meglio. In sostanza è in stagnazione economica. Ha un tasso nominale allo 0,8% per il 2026 e inflazione al 2,5 in crescita[15]. La Germania è in stagnazione e lo spread è ai massimi dalla crisi del 2012 con la Francia[16]. La struttura industriale europea (area economica ad alta densità ma poverissima di materie prime) è completamente dipendente dalle importazioni di idrocarburi (ora dagli Usa) e delle “terre rare” dalla Cina.

D.    La Cina sta rallentando in modo strutturale, il target di crescita è al 4,5-5% per il 2026[17]. Le previsioni internazionali oscillano da 4,8% di Goldman Sachs[18] a 4,4% della Banca Mondiale[19] o 4,5% del FMI. Questo rallentamento (da crescite superiori al 5% degli anni passati) deriva almeno per il -2% dalla crisi del settore immobiliare (che comporta impoverimento delle famiglie e aumento difensivo della propensione al risparmio delle stesse), che dal picco del 2020 è sceso del 50-80%[20]. In conseguenza dei bassi consumi ed alto risparmio si continua a registrare una tendenza deflattiva da tre anni. Nel 2025 l’inflazione core è stata allo 0,7% (sostanziale ‘stabilità’, nel gergo delle banche centrali occidentali ‘stagnazione’[21]). Ma il motore è ancora la domanda estera con consumi ed investimenti deboli[22]. In effetti le esportazioni nel 2025 sono cresciute dell’8% e, questo è importante, per effetto di una ristrutturazione delle reti di connessione globale. Infatti, la Cina vista la tendenza alla frammentazione dei mercati internazionali ed il clima geopolitico ha rapidamente ristrutturato verso i mercati emergenti e l’area Brics le esportazioni. Il primo partner commerciale non sono più gli Stati Uniti ma l’ASEAN[23]. Ancora, l’espansione si è verificata soprattutto in alcuni settori tecnologici avanzati che sono alla base della nuova “Piattaforma tecnologica”: AI, robotica, veicoli elettrici, rinnovabili. Settori nei quali l’ecosistema cinese guadagna continuamente competitività non solo di prezzo grazie alla sua superiore scala ed integrazione. È da notare anche che la Cina è molto meno vulnerabile alle tensioni di prezzo e quantità delle materie prime energetiche, leva primaria di lotta geopolitica e militare. Ciò per effetto di un mix molto differenziato sul quale ha investito massicciamente e per tempo (carbone, rinnovabili, elettrificazione)[24]. Per quanto invece attiene al debito pubblico siamo in un’area di tensione: dal 2019 è cresciuto del 40%, arrivando al 116% del Pil, e le entrate fiscali sono scese (anche a causa di stimoli massicci) del 4,8% sul Pil dal 2021[25].

 

La transizione come ristrutturazione

Insomma, siamo nel mezzo di una Guerra Mondiale, questo dovrebbe essere chiaro. Ed entrambi i contendenti principali stressano la loro economia per sostenere l’urto. La rottura del modello di interconnessione globale tramite il ricircolo dei capitali nelle “fabbriche finanziarie” non sovrane (Goldman Sachs, Vanguard, Black Rock, etc…) determina conseguenze ovunque. Il modello prevedeva surplus commerciali cinesi (o arabi) riciclati in Treasuries americani, arbitraggio fiscale attraverso i paradisi finanziari, catene di valore distribuite su giurisdizioni a basso costo, finanziarizzazione come motore di rendimento per i paesi a bassa crescita reale, divaricazione economica nei paesi a vecchia industrializzazione con conseguente crisi dei vecchi “ceti medi”, creazione e coltivazione di sempre nuove dipendenze[26]

La sua rottura porta costi di ristrutturazione che gli Usa pagano tramite deficit fiscali palesemente insostenibili e crisi dell’indispensabile ruolo del dollaro; l’Europa con la stagnazione della produttività industriale, minacciata da presso dall’aggressiva politica americana contro le fonti del suo fabbisogno energetico; il Giappone con la trappola demografica e del debito dalla quale non può uscire in queste condizioni internazionali; la Cina con tendenza alla deflazione, crisi degli investimenti interni e difficoltà a completare la transizione verso i consumi interni[27].

 

In questo contesto, e giocando sull’orlo della distruzione del Golfo, gli Usa cercano di far pagare ad altri i loro costi di ristrutturazione (anche industriale, ormai non più rinviabile) ed in particolare all’Europa, al Giappone, alla Corea, usando in primo luogo l’arma dei costi energetici. Avevano tentato di usare la leva dei dazi diretti, ma è stata neutralizzata dalla Corte Suprema alla fine dello scorso anno.

A questo punto l’amministrazione Trump è passata al Piano B, con l’inizio del 2026 ha iniziato quello che è, a tutti gli effetti, un vero e proprio bombardamento della struttura industriale dei concorrenti. Era già cominciato con l’amministrazione Biden attraverso l’Ucraina, ma ora accelera tramite il Venezuela e l’Iran (per ora). Il punto aperto della lotta per il dominio della nuova “Piattaforma tecnologica”, è, infatti, stabilire chi riuscirà a garantire un assetto efficiente (in senso relativo) alla trasformazione del modo di produrre e vivere nel contesto dell'ecosistema tecnico in trasformazione.

Chi ci riuscirà sembrerà avere il futuro dalla sua parte e per questo attrarrà capitali, sottraendoli ai concorrenti.

Chi stabilirà standard (anche geopolitici, alleanze, regole internazionali), architetture produttive, catene di fornitura critiche (energia, materie prime rare), eserciterà un potere strutturale non aggirabile ed attrarrà vicino a sé (entro le sue “mura” in un certo senso), gli altri. Sarà decisivo controllare l’intero stack - dalla materia prima al software applicativo, ai sistemi e standard di comunicazione – e qui il sistema di governance e la profondità strategica e pazienza temporale cinese è in organico vantaggio.

 

Alla fine, la competizione sarà tra “Piattaforme” (semplificando molto, e non necessariamente con questa etichetta, tra la “Piattaforma Usa”, oggi dominante, e quella “Brics” in via di consolidamento sotto l’egemonia Cinorussa[28]).

 

Tuttavia, se le catene del valore internazionali non sono più (come non sono mai state) sistemi neutrali orientati solo dall’efficienza economica, ma diventano palesemente spazi contesi in cui diversi interventi statali di Grandi potenze perseguono i propri obiettivi di sicurezza, allora prende corpo l’osservazione del Primo Ministro canadese Carney. Questi a Davos[29] ha dichiarato che “se non sei al tavolo sei sul menù”. Come ha scritto in proposito l’Asia Pacific Foundation, l’era della interdipendenza strategica implica per le potenze intermedie come il Canada, l’obbligo di diversificare e uscire dalla logica per la quale le imprese internazionalizzate potevano organizzarsi avendo a riferimento principale il loro “vantaggio comparato”. Ciò che va guardato in questo contesto non è più il mero prezzo, quanto la struttura geopolitica, le diverse sensibilità settoriali e il posizionamento nell’intera catena del valore. Dunque, diventano cruciali le dipendenze critiche (come l’energia, ovvero la dipendenza dal gas, e dal petrolio, in qualunque forma) e la definizione delle interdipendenze sotto il criterio della sostenibilità non tanto economica (rovesciabile in qualsiasi momento, o manipolabile con tassi o bombe), quanto politicamente e strategicamente.

Oggi la competizione crescente, la Guerra Mondiale in corso, e la focalizzazione di questa sugli abilitatori della transizione verso una nuova “Piattaforma tecnologica”, creano un ambiente duale. I settori giudicati non strategici continuano ad operare secondo regole economiche, e ad essere scambiati secondo regole implicite di “vantaggio comparato”. Quelli, invece, “strategici” sono soggetti a crescenti controlli sovrani. Tra questi le tecnologie a doppio uso, i semiconduttori, le batterie, i minerali critici, i prodotti farmaceutici e interi “sistemi tecnici” come i cloud computing e la IA. Qui la lotta si accende per i nodi critici di produzione, o i punti di strozzatura logistica, le imprese-chiave, gli standard normativi.

 

Nel lungo periodo è dunque possibile che gli spazi si restringano e polarizzino. Forse non in due, ma in un numero non enorme di “Piattaforme” coerenti, reciprocamente schermate, con ‘muraglie difensive regolatorie’ e ‘sistemi tecnici’ diversi[30]. L'esistenza di capacità endogene, e la capacità di controllarle, avvantaggia apparentemente la Cina, lasciando chance anche ad altri grandi attori come l'India. Al momento gli Usa sembrano meno dinamici (anche se hanno vantaggi storici acquisiti e inerzia).

In questo contesto, alcuni attori intermedi potrebbero specializzarsi nella ‘traduzione’, nell'essere ponte. Nessun paese medio, infatti, può diventare interamente autosufficiente: NVIDIA progetta i chip, TSMC a Taiwan li fabbrica usando macchine litografiche olandesi di ASML, che a sua volta dipende da subcomponenti tedeschi e giapponesi[31]. Ciò varrà sempre di più, in un mondo nel quale piattaforme schermate si contrappongono la capacità di operare tra piattaforme diverse determina una rendita di posizione. In questa posizione potrebbero trovarsi attori come Singapore, magari la Svizzera, alcuni paesi arabi, forse altri attori che siano piccoli, ad alta intensità di capitale, con potenziale umano significativo e non minacciosi.

 

L’Europa come menù, o come soggetto.

Per terminare queste brevi note spostiamoci ora nella più remota delle periferie: l’Europa. Quale potrebbe essere il suo ruolo (non necessariamente dell’Unione Europea, creatura della fase neoliberale e probabilmente irriformabile) in un contesto in così rapido movimento e di transizione “Oltre l’Occidente”?

Se resta nell’attuale atteggiamento, succube dell’iniziativa Usa, orientata allo sfruttamento neocoloniale delle periferie interne ed esterne, brutalmente dedita al “doppio standard” più sfacciato, l’Europa non avrà nessun ruolo. Sarà certamente “sul menù”, per usare l’efficace immagine di Carney.

 

Se invece, in modo altamente improbabile, recuperasse le fonti della propria dignità e la memoria dei momenti migliori della propria tradizione - scegliendo di liberarsi radicalmente delle élite estrattive che abitano negli alti palazzi a Bruxelles e nelle altre capitali -, allora potrebbe avere uno spazio nel nuovo mondo che si affaccia. Potrebbe candidarsi ad essere un punto di equilibrio geopolitico e attore in grado (insieme alla Cina ed altri, su un piano di parità) di erogare beni pubblici di stabilità. Ma ciò richiederebbe una completa modifica della sua postura.

Tutto ciò è davvero improbabile, al limite dell’ipotesi eroica. Infatti, dovrebbe passare necessariamente per l'abbandono di quelle vergognose politiche che erodono drasticamente la sua statura morale potenziale. Dovrebbe trovare la forza per candidandosi come potenza d'ordine responsabile in grado di dialogare con eguale forza con il Nord ed il Sud, con l'Est come con l'Ovest.

La reazione degli Usa potrebbe essere brutale. Ma essi, nella condizione in cui sono, non possono assolutamente permettersi di lottare contemporaneamente con tutti. I legami della Spagna e del Portogallo con il mondo SudAmericano, quelli della Spagna, Italia e Grecia, con quello mediterraneo, le relazioni di Francia e Germania con il mondo Russo (non sempre di scontro), dovrebbero essere valorizzate. La grande stima che la Cina ha per l'Italia (sul piano culturale) potrebbe essere un'altra leva. La capacità tecnica, il potenziale umano, la stessa ricchezza monetaria, ancora ingenti, altre leve.

 

Il punto è che bisognerebbe avere quel coraggio e sguardo paziente che manca completamente alle élite europee in questo secolo. Si tratterebbe di avere la forza per uscire dall’ombra del tramonto occidentale e porsi come attore in un equilibrio multipolare. Cessando di pensarsi come periferia sotto protezione per divenire soggetto politico (non necessariamente unitario, un modello potrebbe essere la federazione di confederazioni senza moneta unica[32]). Un soggetto capace di offrire agli attori in cerca di collocamento nella lotta tra “Piattaforme” una sponda, fidando nel proprio prestigio (recuperato), il potenziale umano, capacità tecnica e tradizione giuridica e regolatoria. Certo, l’intera classe politica ed imprenditoriale, grande parte del mondo professionale e praticamente l’intera classe dei media e dello spettacolo dovrebbe essere messa da parte. Troppo compromessa con l’ultimo cinquantennio, nel quale ha costruito le proprie carriere e identità pensandosi socio minore dell’egemone americano. Ma l’alternativa è un declino inarrestabile, la più completa deindustrializzazione, la creazione di disoccupazione di massa e il crollo verticale della domanda interna, l’affermazione di dinamiche politiche che abbiamo visto solo negli anni Trenta, la più completa subalternità e la perdita di ogni coesione sociale al centro di un turbine di crisi epocale il cui baricentro sarebbe proprio il mediterraneo.

 

In questo contesto rischioso, al contrario, una potenza d’ordine responsabile (come si dichiara sempre essere la Cina, ad esempio[33]), capace di erogare beni pubblici di stabilità, e non “valori” sottilmente imperiali, potrebbe avere uno spazio. Occorrerebbe però decentrarsi, sapersi pensare periferia e mondo allo stesso tempo, porsi nella posizione di chi, sicuro di sé, non pensa l’altro come propria immagine imperfetta, ma è capace di sedersi al cerchio dell’umanità. Tra pari e con decisione.

Le linee di azione dovrebbero essere di guadagnare le basi della propria forza, l’indipendenza relativa e la relativa interconnessione; completare le proprie transizioni (in primo luogo energetica, quindi della riduzione e circolarità dei consumi) in modo da non dipendere da altri e non restare esposti ai prossimi “bombardamenti”; assicurarsi amicizia e reciproco beneficio, investire in sicurezza indivisibile e comune.

Ciò è chiaramente impossibile se non si domesticano e si mettono a disposizione dell’interesse comune le forze del capitalismo, come mostra fare l’esperimento cinese, ma secondo una traiettoria che nessuno può insegnare e ciascuno deve trovare da sé. In base, quindi, alle proprie migliori tradizioni.

In altre parole, bisogna avere in mente e perseguire altro, anche se per arrivarci ci vorrebbe una rivoluzione. Come prima cosa liberarsi completamente delle élite “compradore”[34] che governano la semicolonia europea per conto dell’egemone Usa. Come seconda liberarsi della tutela.

Servirà molto, un nuovo blocco sociale post-liberale capace di lavorare per una società materialista ‘decente’ (secondo la bella formula di George Orwell). Servirà tornare a fare Grande Politica, come diceva Gramsci, creare nuovi quadri di senso e progetti di liberazione capaci di confrontarsi con la dura realtà delle cose. Quadri capaci di trovare nel “reale” le ragioni del proprio pensiero e della propria azione. Neutralizzando, in primo luogo, la capacità del potere economico di tradursi direttamente in potere politico che ha alimentato la ‘rivoluzione neoliberale’ che ci ha condotto qui. Porre, tutti insieme, la cruciale questione di cosa, come e per chi, produrre e vivere[35].

 

In tal modo, quando la transizione sarà compiuta e tornerà la dinamica di crescita, avviando un ciclo di espansione probabilmente a diverse velocità, ci sarebbe spazio anche per l’Europa.

 

Altrimenti possiamo restare sul piatto.



[1] - Visalli, A., Oltre l’Occidente, vol.1. Nell’ombra di un tramonto epocale, Meltemi, Milano 2026.

[2] - Sintetizzabile come un set di funzionamenti essenziali, punti di convenienza e vantaggio per diversi gruppi e ceti so­ciali determinati da network di tecnologie convergenti e reci­procamente rafforzanti. Network di “sistemi tecnici” coordi­nati non solo dall’insieme di skill favorite da queste e di know how privilegiati, ma anche da norme sociali e giuridiche che si affermano nella sfera pubblica e privata, e infine da pacchetti di incentivi pubblici e privati (entrambe, norme e incentivi, coinvolti nell’affermazione del network di tecnologie). Una “Piattaforma tecnologica” è, inoltre, sempre connessa con un assetto geopolitico che la rende vincente (e in ultima analisi possibile). È connessa strettamente con visioni del mondo, co­smologie, e con soggettivazioni sociali e individuali.

[3] - Si veda su questo la classica analisi di Saskia Sassen, ad esempio Sassen, S., Territorio, autorità, diritti. Assemblaggi dal medioevo all’età globale, Bruno Mondadori, 2008,

[4] - Si veda Visalli, A., Oltre l’Occidente I, op.cit., cap. IV.

[5] - Si veda in proposito questo vecchio articolo del 2022, Alessandro Visalli, “La guerra necessaria. Logiche della dipendenza”, Tempofertile, 22 novembre 2022.

[6] - Si veda, ad esempio, Alessandro Visalli, “La scacchiera tridimensionale: guerra e assetto multipolare”, Tempofertile, 9 marzo 2026.

[7] - Il “cambio di regime”, in primis, il disarmo e la neutralizzazione del programma nucleare. Tutti e tre se possibile rafforzati.

[8] - Si pensi ai profitti dei petrodollari, agli investimenti giapponesi, a quelli di ogni paese in transizione industriale.

[26] - Visalli, A., Dipendenza. Capitalismo e transizione multipolare, Meltemi, Milano, 2020.

[27] - È da notare, tuttavia, che questa doppia caratteristica potrebbe essere in parte voluta o accettata dalla Cina. Nel contesto di una teoria economica e di una prassi politica “non-neoclassica”, infatti, la deflazione non è tanto una minaccia alla sostenibilità del debito (quasi tutto entro perimetri politicamente controllabili), ma un vantaggio competitivo strutturale. Pechino accetta margini di profitto nominali più bassi in settori chiave come le EV, le batterie, il fotovoltaico, ma satura il mercato globale e stabilisce così i propri standard. Il valore d’uso è preferito al valore di scambio. Parimenti, il deprezzamento interno è gestito aumentando la capacità produttiva e abbassando il costo tecnologico dei beni (come dei trasporti, la logistica, l’energia). La transizione ad un’altra Piattaforma, o meglio l’approvvigionamento dei relativi abilitatori, viene resa in tal modo finanziariamente insostenibile per l’Occidente, mentre l’acquisto della tecnologia cinese diviene una necessità vitale. La stabilità dei prezzi in contesto inflattivo di controparte è una forma di assedio economico.

[28] - Ma altamente contesa e con la “spina” indiana.

[32] - Un modello che unisce almeno tre Confederazioni (“Mediterranea”, con Spagna, Portogallo, Italia, Grecia; “Continentale”, con Francia, Germania, Belgio, Olanda; “Orientale” con Polonia, Ungheria, Cechia e Slovacchia, Romania), magari con proprie monete, in una Federazione con accordi monetari sul modello dello SME e politica estera comune.

[33] - L’erogazione di beni pubblici di stabilità è la postura classica ideologico-culturale cinese, il tianxia. Non è una visione irenica e non implica automaticamente che non possa essere vista come conformativa ed omogeneizzante, o sottilmente coercitiva. La stessa “etnia han” è, in realtà, il risultato secolare di una pressione omogeneizzante su oltre 50 etnie e lingue diverse (ancora in parte visibili). Ma è comunque diverso dal “monoteismo” occidentale.

[34] - Termine adoperato, anche oltre i suoi limiti nella tradizione della critica al sottosviluppo e la dipendenza, cfr. Visalli, A., Dipendenza, op.cit.

[35] - Visalli, A., Classe e partito. Ridare corpo al fantasma del collettivo, Meltemi, Milano, 2023, Conclusioni.

Nessun commento:

Posta un commento