In questo articolo compiremo un percorso in tre passi, come
se attraversassimo degli ambienti fisici: tre stanze in sequenza per arrivare
alla fine ad una finestra dalla quale affacciarci.
Muoveremo nella prima stanza una lettura critica puntuale, di un interessante articolo[1] di Patrick Bond. In questo primo ambiente metteremo alla prova il suo frame analitico, nel secondo, lo confronteremo con il lavoro dei coniugi Patnaik. In questi primi due ambienti saranno presentate due versioni della ricezione contemporanea della Teoria della Dipendenza che fu oggetto di un mio libro nel 2020[2].
Nella terza stanza, la più ampia, finalmente esporremo un
modello concettuale che può servire ad ampliare la percezione della dinamica
Occidente/Brics. Lo scopo è di fornire le risorse analitiche per sfuggire al
vicolo cieco nel quale, in modo diverso, mi pare ricadono sia Bond come i
Patnaik nella loro ricerca di un “soggetto” di trasformazione. Soggetto che, nella
forma da loro proposta, non esiste e non può esistere. Ovvero non può attivare
la trasformazione del nostro mondo alla scala richiesta. Nello sviluppare questa
critica utilizzo in parte risorse argomentative proposte in Classe e Partito[3].
La ragione della chiusura di Bond (e, per certi versi anche
dei Patnaik) è che entrambi sono attivi politicamente nell’area di opposizione
a due forme neoliberali che informano governi Brics. Si tratta di un atteggiamento
più palese nel caso indiano, più mascherato in quello sudafricano. In
particolare, il trauma di Bond, nato nel 1961, attivo nel ANC e nel primo
governo Mandela, autore di testi importanti come Elite transition[4], e quindi deluso
della direzione che il governo Sudafricano ha preso, di fronte alle sfide dello
sviluppo di un paese altamente complesso e con ineguaglianze profonde, lo porta
ad una postura molto comune. In sostanza si accontenta di aprire il conflitto
sociale senza indicare alternative regolative e restando sostanzialmente sul
gesto. Questa mossa, diversamente da quella dei Patnaik, risuona peraltro, e profondamente,
con una certa linea critica del Marxismo Occidentale, oggetto dell’ultimo libro
del noto storico e filosofo marxista Domenico Losurdo, Il marxismo
occidentale[5], e testo centrale di una
trilogia che rappresenta il suo lascito più importante[6].
Nei confronti di questa tradizione, la posizione che in Classe
e Partito - e nel recente Oltre l’Occidente, vol.1 - propongo e che
qui si accenna nelle conclusioni, è che per oltrepassare l’impolitico
neoliberale, invece di concentrarsi sul gesto radicale, bisogna dismettere gli
abiti del lutto e della sconfitta che rivestono, inavvertiti, tutto il marxismo
occidentale e recepire il bisogno di collettivo e umanità. Accettare, con
Gramsci (e Labriola), che anche le ideologie sono forze materiali e, sulla base
delle formule del testo, esercitare ‘spinta e misura’ sulla soglia della
trascendenza[7], agendo al punto di
congiunzione di volontà e necessità. Tuttavia, agendo, anche rischiando,
senza limitarsi alla posizione testimoniale.
La necessità di costruire questo percorso in modo sintetico,
senza prendere lo spazio di un libro, ha obbligato ad esplicitare meno del
necessario. In parte questo lavoro si appoggia sui tre libri citati (di cui il
terzo, Oltre l’Occidente 1, è in uscita a giugno per Meltemi[8]),
in parte sull’apparato mostrato in nota.
Il punto è che, come dirò, i Brics sono sicuramente (e
necessariamente) impegnati nella protezione e conservazione del loro capitale,
e in tal senso sono in buona misura catturati nella “logica del valore”, oltre
che minacciati dai “quattro meccanismi” sui quali insisteranno i Patnaik. Ma,
d’altra parte, rappresentano comunque una delle decisive arene nelle quali si
può oggi porre la questione della modifica degli equilibri nel “triangolo” Regolazione-Cosmotecnica-Spazio,
aprendo ad un mondo diverso. Mondo che non risolverà tutti i problemi, nel
quale bisognerà lottare, per allargare gli spazi di liberazione.
Serve per questo un coraggio severo, che misuri
sobriamente le forze e soppesi passo dopo passo le possibilità, esercitando
quella filosofia della prassi[9]
necessaria per abitare il mondo sempre nuovo. Mentre non serve né la ricerca di
un “soggetto storico”, in un’epoca nella quale la tecnica ci attraversa e
soggettivizza diversamente, né, tanto meno, la “frase rivoluzionaria” che si
accontenta del gesto estetico e morale.
Patrick Bond, allievo di David Harvey[10] e
molto vicino alla posizione di Ruy Mauro Marini[11] è
un geografo sudafricano che insegna a Johannesburg dirigendo il Centre for
Social Change[12]
(partner regionale della importante Rosa Luxemburg Stiftung[13]).
La tesi di Bond è semplice: l’impero liberale occidentale è
oltre ogni possibilità di recupero, ma, nello stesso momento, l’attesa del
multipolarismo imperniato sugli Stati (nella fattispecie il polo dei Brics) resta
fondata su un equivoco: da una parte non sanno agire collettivamente e si fanno
separare quando colpiti individualmente, dall’altra essi sono “sub-imperiali”
anziché anti-capitalisti. Ovvero restano dentro il capitalismo e subordinati
all’accumulazione imperiale. Secondo il suo argomento lo dimostra empiricamente
l’azione condotta nelle istituzioni liberali (ovvero quelle di Bretton Woods,
FMI e BM), e lo dimostra la debolezza verso Israele.
Di qui nasce una ‘non-prescrizione’ politica: invece di
contare sui Brics per combattere l’imperialismo (ed il capitalismo), bisogna
uscire da ogni logica polare. Puntare, piuttosto, su un “anti-polar
internationalism”, che abbia come prassi le lotte sociali dal basso contro
entrambi i blocchi che si formano nel G20. Una postura che ha, ovviamente,
importanti precedenti anche entro la tradizione anglofona della linea di
sviluppo della “Teoria della Dipendenza” e dei “Sistemi-Mondo”
analizzata in Dipendenza[14].
Ad esempio, l’ultimo Gunder Frank diagnostica il medesimo meccanismo proposto
da Marini: lo “Sviluppo del sottosviluppo”[15].
Inoltre, negli ultimi anni perviene alla medesima posizione di Bond. Una
postura simile, che si affida alle lotte ‘anti-egemoniche’ dal basso, proposta durante
la fase ascendente delle mobilitazioni ‘No Global’. Una posizione che è
peraltro avanzata da Frank nei medesimi anni in cui Bond, più giovane di quasi
venti anni, scrive Elite transition[16]. La somiglianza
strutturale della diagnosi e della prescrizione di Frank e di Bond è correlata
alla comune e personale disillusione per grandi mobilitazioni statuali fallite
o sconfitte (nel caso di Bond la trasformazione della ‘rivoluzione’ sudafricana[17],
in quello di Frank la sconfitta cilena[18]).
Il percorso di Frank è interessante: allievo del neoliberale
di punta Milton Friedman, si radicalizza nel contesto della critica dello
Sviluppo Sud Americana (scuola della “Teoria della Dipendenza”) ed a
contatto con i fermenti che nei primi anni Sessanta si consolidano tra Messico
e Brasile in linea con la critica di autori marxisti come Paul Baran e Paul
Sweezy. Mette a punto uno dei modelli più potenti per criticare lo “Sviluppo
del sottosviluppo” che rinvia ad una concettualizzazione in termini di
‘Sistemi-mondo’ altamente interconnessi. Dopo il trauma cileno è coinvolto con
Immanuel Wallerstein, Giovanni Arrighi, Terence Hopkins, Samir Amin ed altri
nella stagione della “Scuola del sistema mondo”. Intorno al passaggio di
millennio, dopo il suo libro ReOrient[19],
Frank critica però in modo radicale l’idea eurocentrica di “sviluppo e
progresso”, diagnosticando l’idea che non sia il capitalismo e la modernità ad
aver creato un Sistema-Mondo, che preesisterebbe da millenni. Una posizione,
questa, molto interessante che, tuttavia, perde il punto di vista dal quale
criticare l’esistente. Perde, in altre parole, ogni possibile prospettiva
trascendente. L’ultimo Frank, dopo la rottura con i suoi ex compagni (in
particolare con Amin e Wallerstein), cerca di sfuggire a questo esito rifugiandosi
in una posizione dialettica negativa, come scrive nel 2000,
“Affermare quale sia la pratica giusta, in un dato momento
storico, è difficile; più facile è dire quale è la teoria sbagliata. Con la
consapevolezza che comprendere è certo un modo di trasformare quello che si
comprende, ma, di per sé, non è ancora sufficiente nel desiderio di cambiare il
mondo. […] Dalle certezze, tuttavia, è difficile imparare qualcosa di nuovo. È
necessario sempre rompere gli schemi anteriori, precedenti. La confusione che
ne deriva non garantisce certo l’apprendimento di nuovi elementi, ma né è certo
una condizione necessaria.”[20]
Il RiOrientamento che Frank propone apre molte nuove
domande, ed interessanti, consente di:
-
chiedersi non come l’Europa ha modificato il
mondo, ma come il mondo ha costruito l’Europa;
-
individuare le dinamiche storiche congiunturali
che hanno spostato gradualmente il centro di gravità mondiale e simultaneamente
determinato il declino dell’Asia e l’acquisizione da parte dell’Europa di una
posizione dominante e vantaggiosa nei commerci e di attrazione dei capitali.
In questa prospettiva la “modernità” diventa il risultato della piena integrazione dell’Europea nel sistema mondo esistente, e non la causa della costituzione del sistema-mondo capitalistico; diventa un evento tra gli altri, che ad un certo punto si concluderà.
Questo è quel che si perde. Quel che resta, nella
prospettiva dell’ultimo Frank, è il fatto che la storia è ancora (e forse
ancora più) lotta tra frazioni delle classi dominanti per acquisire posizioni
di vantaggio relativo, sulla scena mondiale, e anche per “rendere possibile – e
necessaria- l’oppressione sulla classe dominata”.

La "gang dei quattro" (Amin, Wallerstein, Arrighi, Frank)
Insomma, rispetto alla vecchia ‘teoria della dipendenza’, l’ultimo Frank presume che si debba partire dalle relazioni tra parti entro una totalità mondiale e non solo tra ‘centri’ e ‘periferie’. Ciò in quanto anche il ‘centro’, il Nord del mondo, non si è naturalmente sviluppato endogenamente, secondo un’idea di modernizzazione verticale ed autocentrata. Gunder Frank propone di considerare ogni sviluppo sempre come effetto di una relazione estesa a livello mondiale.
Ne consegue che “nella lotta che abbiamo fatto contro il
capitalismo e per una società socialista, combattevamo il nemico sbagliato con
gli strumenti sbagliati”[21].
Questa idea ha radici in una critica che Frank svolge, già nel finire degli anni Settanta, a quello che è il modello implicito replicato da chi spera nei Brics: la contrapposizione tra mondo comunista sovietico e Usa. Per lui il socialismo ‘reale’, sovietico e cinese, sul piano economico erano solo un’altra versione di capitalismo (o, secondo l’ultima posizione, più radicalmente, è proprio il “capitalismo” ad essere un’etichetta fuorviante). Erano comunque volti a sfruttare il sud, e quindi ad attivare lo “sviluppo del sottosviluppo”.
Dunque, l’ultima speranza di Frank è nei “movimenti”[22]. Precisamente
quelli imperniati sull’esperienza della Conferenza di Seattle del 1999,
il Forum Sociale di Porto Alegre ed il movimento “No global”.
La somiglianza strutturale tra il percorso logico e politico
di Gunder Frank e quello di Patrick Bond (separati biograficamente da trenta
anni), risalta agli occhi. Si ritrova la medesima postura, come scrive Lucio
Magri[23],
che non si illude sul “nuovo mondo” in cammino, esercitando una visione “fredda
e impietosa” sullo stato effettivo delle cose.
Come abbiamo appena visto, l’impostazione di Bond è connessa
con il dibattito sulla Dipendenza e la critica del Sistema-Mondo
di cui ho parlato nel libro del 2020[24],
e precisamente al concetto di subimperialismo, proposto da Ruy Mauro Marini
che, tuttavia rinvia a Frank in alcuni passaggi chiave[25].
In base a questo operatore analitico, un paese semi-periferico (Marini pensava
al Brasile dei militari nel 1965[26])
invece di opporsi all’imperialismo statunitense si adatta ad integrarsi
funzionalmente in esso, assumendo il ruolo di potenza intermediaria regionale.
In altre parole, esporta capitale ed esercita intimidazione e violenza verso i
paesi ancora più periferici della propria area - fungendo in tal modo da centro
d’ordine locale - e ottiene in cambio una quota maggiore del plusvalore per le
proprie borghesie intermediatrici.
Più dettagliatamente, l’integrazione dell’industria
nazionale in quella del centro dominante (Nord Americano, nella fattispecie),
attraendo investimenti e tecnologie, da una parte ha aumentato la capacità
produttiva, dall’altra ridotto in senso relativo l’impiego di manodopera
(perché incrementa l’efficienza, grazie all’importazione di tecnologie e mezzi
di produzione avanzati). Ma questo ha aperto uno squilibrio strutturale tra la
creazione di mercati interni, via distribuzione del valore, e la struttura
produttiva. Ciò ha portato alla “assolutizzazione della tendenza al pauperismo,
che conduce al soffocamento della stessa capacità produttiva del sistema”[27].
Questa contraddizione – per la quale la produzione si espande, ma si riducono
le possibilità di creare un adeguato mercato nazionale e, al contempo, si
ingrossa l’esercito industriale di riserva marxiano – non è, per Marini e Bond,
peculiare del capitalismo brasiliano, ma “del capitalismo in generale”.
Tuttavia, nei paesi centrali questa tendenza strutturale è stata
combattuta (negli anni in cui scrive Marini) tramite almeno due “controtendenze”:
l’espansione interna (adattamento tecnologico e Welfare State) e l’apertura di
mercati esteri controllati. Ciò che è interessante (e ci torneremo nella Terza
stanza parlando del “triangolo” che proveremo a concettualizzare come arena
della lotta), è che per Marini “l’irrazionalità dello sviluppo capitalistico in
Brasile deriva proprio dall’impossibilità che ha di controllare il suo processo
tecnologico, dato che la tecnologia per esso è un prodotto di importazione”[28].
Di qui, direttamente, scaturisce l’obbligo di rivolgersi al “Subimperialismo”.
Infatti, ancora Marini: “praticamente, questo si traduce innanzitutto in una
spinta dell’economia brasiliana verso l’estero, nella preoccupazione di
compensare con la conquista di mercati già esistenti, soprattutto in America
Latina, la sua incapacità di ampliare il mercato interno. Questa forma di
imperialismo conduce indubbiamente a un subimperialismo”[29].
La differenza tra “imperialismo” e “subimperialismo” non è, dunque, politica
(questione di soggezione, o di cattura delle élite), quanto di struttura
economica, in quanto la medesima dinamica di accumulazione, privata della
capacità di gestire la traiettoria tecnologica e di governare lo spazio interno
ed esterno (il primo per carenze di risorse), determina la particolare
posizione nella catena della dipendenza che Marini chiama “Sub-imperialismo”.
Si tratta di una concettualizzazione semplice e potente,
perfettamente adeguata al suo modello: il Brasile dei primi anni Sessanta. E
perfettamente adeguata all’ambiente tecnico nel quale si muoveva. Infatti, in
quanto modello di funzionamento - cambiando i fattori ed i mezzi - può essere
applicato ovunque: ad alcune forze economico-sociali (e politiche) del Nord
Italia verso il centro egemone franco-tedesco in alcune fasi della
ristrutturazione europea; ad alcune élite e circoli europei verso l’egemone
statunitense; ad alcune regioni del mezzogiorno italiano, del Nord spagnolo,
dell’Est tedesco, dell’Ovest britannico e via dicendo.
Come abbiamo visto, Bond applica oggi ai Brics questo modello concettuale, che ha i limiti della sua stessa efficacia.
Svolgendo un’analisi che resta impostata su assetti di
transizione che hanno trovato forma compiuta intorno agli anni finali della
svolta neoliberale (anni Novanta-Duemila) la sua diagnosi è che le economie
“Sub-imperiali” restano centrali nelle catene del valore globali dato che si
occupano - per esse - dell’estrazione e della lavorazione delle materie prime e
della produzione di beni a basso costo (facendo riferimento soprattutto alla
Cina a partire dagli anni Duemila). La differenza con il nucleo “imperialista”
è che questo estrae valore da quello “sub-imperiale” attraverso il controllo
dell’intermediazione finanziaria, dei diritti di proprietà intellettuale, del
controllo della tecnologia e della posizione apicale nella distribuzione[30]. Infine,
ciò è confermato, sul piano che poi chiameremo Regolatorio, dall’azione
politica dei paesi “sub-imperiali” che cooperano con il multilateralismo
imperialista, ovvero con l’ONU, e le altre Istituzioni, incluso il G20.
Questa è l’insieme di ragioni per le quali, per Bond, “anziché
perseguire un'agenda multipolare contro l'Occidente, gli stati
BRICS operano generalmente all'interno del nucleo
dell'imperialismo”. Il primo esempio è il vertice del G20 a Washington nel
2008, convocato per coordinare il salvataggio del sistema finanziario
occidentale. In cambio i paesi “semi-periferici” chiesero, nel Comitato per
la riforma del FMI, maggiori risorse (1.000 miliardi) per sostenere i
creditori Brics dal rischio di insolvenza dei paesi più poveri (ovvero
“periferici”). Il piano fu approvato nel 2009 e ciò portò ad un maggior ruolo
dei Brics nel FMI stesso (la quota di proprietà e di diritto di voto della Cina
aumentò del 37%, quella dell'India del 23%, quella del Brasile dell'11% e
quella della Russia dell'8%). Questo incremento di influenza dei Brics è letto
come a scapito dei paesi più poveri. Quindi, “attraverso la ricapitalizzazione
del G20 e del FMI, i leader dei BRICS hanno deciso di aderire – anziché
combattere – alle istituzioni di Bretton Woods e ai circuiti finanziari
occidentali. È più corretto definirla una deformazione multilaterale, non una
riforma.”
Quale ulteriore prova viene portata da Dichiarazione di
Kazan,[31] dell’ottobre 2024, nel
XVI Summit Brics in Russia, nel quale l’associazione, nel mezzo giova
ricordarlo della guerra in Ucraina nella quale la Russia è stata oggetto delle
più brutali sanzioni internazionali, di natura finanziaria e commerciale, viene
dichiarato l’impegno per il rafforzamento del multilateralismo per uno sviluppo
globale giusto e la sicurezza.
Come si trova scritto,
“Riaffermiamo il nostro impegno a mantenere una rete di
sicurezza finanziaria globale forte ed efficace, con un FMI basato su quote e
adeguatamente finanziato al suo centro... Riaffermiamo il nostro sostegno a un
sistema commerciale multilaterale basato su regole, aperto, trasparente, equo,
prevedibile, inclusivo, imparziale, non discriminatorio e basato sul consenso,
con l'Organizzazione Mondiale del Commercio al suo centro”.
Impostazione confermata al Vertice di Rio, a luglio, ed
accompagnata dalla richiesta di aumentare le quote di adesione al FMI e
l’appoggio al G20 come “piattaforma per il dialogo tra economie sviluppate ed
emergenti su un piano di parità e di reciproco vantaggio, al fine di ricercare
congiuntamente soluzioni condivise alle sfide globali e promuovere un mondo
multipolare”.
Sulla base di questa diagnosi classica, viene diagnosticato
lo “scambio ecologico ineguale” tra centro e periferia (con la
differenza, anche questa tipica, che viene interposto un anello intermedio
“semi-periferico”, o, è lo stesso, “semi-centrale”).
La conclusione è alta e forte, idealmente brillante, ma del
tutto priva di contenuto specifico.
“L'eredità di Trump come presidente del G20 del 2026 e la
sua promessa di accantonare ogni considerazione su temi quali il
clima globale, la salute pubblica, il commercio internazionale, la pace e la
retorica contro la disuguaglianza, ereditata da Lula e Ramaphosa, avrebbero
dovuto indurre quest'ultimo a organizzare un'esclusione del 2025 con un voto
per cacciarlo (come fece il G8 con Putin nel 2014 dopo l'invasione russa della
Crimea).
Nonostante la retorica multipolare che promuove ‘solidarietà,
uguaglianza e sostenibilità’ – le parole chiave di Ramaphosa al G20 –
l'assimilazione dei BRICS nell'economia politica dominata dall'Occidente e
nella cattiva governance globale continuerà a mostrare tutte le caratteristiche
di un allineamento sub-imperiale, piuttosto che di una sfida antimperialista.
Ciò andrà a discapito di tutti, tranne che delle élite del G7 e dei BRICS, e
quindi continuerà a rafforzare la necessità di una resistenza politica
antipolare”.
La tesi sarebbe, insomma, che in sostanza continua il
drenaggio di ricchezza dai paesi poveri verso i ricchi, passando per i nodi
intermedi dei Brics. Ciò passerebbe per gli enormi flussi di profitti che sono
accumulati dalle società multinazionali, per grandissima maggioranza
‘occidentali’ sia in patria
sia, in misura maggiore, in opportuni paradisi fiscali. Ovvero, sarebbe ancora
del tutto vero che seguendo la catena del valore di un qualsiasi prodotto
realizzato in un paese a basso costo del lavoro (e sovra-sfruttando lo stesso)
e rivenduto al termine di una lunghissima catena in uno ad alto reddito sarebbe
invariato il saggio di sfruttamento storico[32].
I punti specifici della critica sono l’enorme eccesso di
capacità produttiva creato dalla Cina[33],
ovvero la sovraccumulazione e le politiche spesso estrattive nelle aree di
proiezione[34]. Politiche che arrivano
fino al “supersfruttamento”[35].
Giova sottolineare, ancora una volta, che la struttura
teorica e concettuale che è implicita in termini come “supersfruttamento”, proposti
negli anni Settanta da Marini, nomina in effetti qualcosa che tra gli anni
Sessanta e quelli Novanta del Novecento è stato più che presente, ma ora va in
crisi crescente. Si tratta del trasferimento di una parte della quota salari in
fonte di accumulazione, ovvero in favore della quota profitti[36]. Questo
è il meccanismo, per via di trasmissione attraverso paesi intermedi e ragioni
di scambio accuratamente presidiate, al quale, a parere di Bond, partecipano
tutt’ora i Brics.
Questa analisi fonda la ragione per la quale essi non
sono un’alternativa al capitalismo, come forma organizzativa che informa il
Sistema-mondo[37],
né sono una semplice appendice a Washington. Sono, piuttosto, delle semi-periferie
che si organizzano e cercano di negoziare collettivamente i termini della
propria integrazione (e conseguente distribuzione dei margini di plus-valore).
Chiedono solo più quote e protagonismo senza mettere in discussione
l’architettura generale di sistema capitalista.
Ciò che si ottiene in questo modo è la harveyana “Accumulazione
per espropriazione”[38].
Su questa linea, in Dispelling the Multipolar Myth[39], un articolo del
2025 pubblicato a settembre sulla rivista del Rosa Luxemburg Stiftung, Bond
sostiene che il multipolarismo è un mito nel senso forte. Non è tanto
falso, quanto ideologicamente produttivo di effetti. Permette ai Brics di
presentarsi come alternativa mentre lavorano per integrarsi in posizione meno
subalterna. E permette alle élite del Sud globale di giustificare con una
narrativa che attrae simpatia la propria accumulazione. Alla sinistra
occidentale consente di avere un surrogato che attenua il proprio senso di
sconfitta strategica.
Come vedremo subito, da questa critica che non è certo completamente infondata emerge, però, una non-prescrizione: l’unica cosa che si può fare è di rifiutarsi di orientarsi verso uno dei poli, ma di porsi come anti-polar political resistance. Una tesi radicale, programmaticamente non chiara, la quale cade nel mezzo di un’accelerazione imperiale brutale, non certo da parte dei Brics[40]. D’altra parte, proprio nell’ultimo saggio, del dicembre del medesimo anno, Like South Africa, the Brics suffer from Trump appeasement syndrome[41], Bond diagnostica e inserisce elementi di “analisi concreta”, ovvero riconosce la tendenza a cedere di fronte alle pressioni trumpiane (e che da allora sono sfociate in una sistematica aggressione militare, prima contro il Venezuela e poi contro l’Iran, entrambi nell’area Brics). Ma, sulla base di questa osservazione, il minimo si può dire che l’integrazione in posizione meno subalterna non sarebbe tanto un confluire, quanto un competere, un adattarsi.
In senso più ampio lo schema del “Sub-Imperialismo” è oggi internamente sfidato dall’autonomizzarsi della Tecnologia (o meglio dei “Complessi tecnici”) dell’ecosistema Brics (sotto la spinta cinese, ma anche per certe aree indiana e russa) e dalla disponibilità di risorse per l’organizzazione autonoma dello Spazio. Come vedremo, si tratta di due dei vertici del Triangolo di cui parleremo nella terza stanza.
Bond sostiene, in definitiva, che la tesi di quella parte
della sinistra internazionale che ritiene avere nei Brics un potenziale per
generare nuove relazioni di potere basate su reciproco rispetto, e tali da
produrre contesti equi, sia in errore. Questa ipotesi avrebbe bisogno, per
essere plausibile, di verificare la possibilità di far retrocedere l’egemonia
degli interessi occidentali (ad esempio, cambiare OMC, FMI e BM, tutte ancora
di ispirazione neoliberale che serve a sostenere l’agenda delle multinazionali).
La fattibilità di una reale multipolarità lo vede, invece, particolarmente
scettico. La questione diventa quindi di opporsi sia all’unipolarismo
imperialista, americano nella fattispecie (ma anche europeo evidentemente), come
alla multipolarità subimperialista. Una sorta di versione “antipolare”
della lotta (o, come dice, “quantomeno ‘non polare’”).
Bond, “dal punto di vista della sinistra indipendente”[42], afferma perciò che il blocco Brics si è trasformato in una rete di potenze sub-imperialiste in crescita e a servizio (almeno “in generale”) degli interessi del capitale internazionale; cosa che è mostrata empiricamente dalla loro ubbidienza alle istituzioni multilaterali neoliberiste (FMI, BM, OMC) e strutturalmente dalla forma della loro economia e società[43]. Precisamente nei settori del commercio internazionale, degli investimenti e della finanza.
Salvo poche eccezioni, l'obiettivo dei BRICS non è tanto
quello di abolire o modificare radicalmente i meccanismi del capitalismo
internazionale – commercio, debito, investimenti e lavoro migrante – quanto
piuttosto di ridurre il dominio degli Stati Uniti e, più in generale,
dell'Occidente su tali processi.
Intermezzo. La “frase rivoluzionaria”
Questa impostazione ha il pregio della chiarezza, ma, nel
suo autointrappolamento che è in parte derivante da rigidità analitiche, il
difetto di inclinare verso la “frase rivoluzionaria”. L’utilizzo di categorie,
il “subimperialismo” di Marini, nate nel post-Bretton Woods ed entro la
controffensiva unipolare (entro la logica del Blocchi della Guerra Fredda),
potrebbe trovare qualche spazio per paesi come l’Argentina, o, in Medio
Oriente, la Turchia, l’Arabia Saudita (i quali, non per caso, agiscono anche
come ponte o traduttori tra i poli in formazione), ma fatica ad adattarsi a
paesi contro-egemonici come la Cina, e per certi versi la Russia). Qui si
tratterebbe, casomai non di “sub-imperialismo”, ma di “concorrenza egemonica” e
questa su tutto il campo tensionale del Triangolo, come vedremo.
È una tesi che potrebbe essere oggetto della nota critica di
Lenin alla “frase rivoluzionaria”[44],
soprattutto se non indica un soggetto plausibile che, dotato delle sufficienti
risorse potenziali, possa mobilitarsi in tale direzione e produrre effetti
concreti sul mondo. Ovvero, se è sconnessa dalla “analisi concreta della
situazione concreta”, analisi rivolta all’azione e non alla mera consolazione
della propria identità. Vediamo come la vedeva Lenin, nel momento in cui si
trattava di decidere se giungere a compromessi con la Germania del Kaiser o
morire: cosa è la “frase rivoluzionaria”? Semplicemente è
la ripetizione di parole d’ordine senza tenere conto delle circostanze
obiettive. La definizione è perfetta: “parole
d’ordine magnifiche, attraenti, inebrianti, che non hanno nessun fondamento
sotto di sé”. Le parole d’ordine sono ‘magnifiche’ perché contengono solo
“sentimenti, desideri, collera, indignazione”, ma niente di altro. Quando si
pronunciano ‘frasi rivoluzionarie’, continuo a leggere da Lenin, “si ha paura
di analizzare la realtà oggettiva”. E, ancora, poco dopo, “se non sai
adattarti, se non sei disposto a strisciare sul ventre, nel fango, non sei un
rivoluzionario, ma un chiacchierone”, ciò non significa che piaccia, ma che
“non c’è altra via”[45] che tenere conto della
realtà; la “rivoluzione mondiale”, che prevedrebbe di abbandonare la
costruzione del socialismo intanto dove concretamente si può tentare, per Lenin
arriverà pure, ma, scrivendo nel 1918, “per ora è solo una magnifica favola,
una bellissima favola”[46]; dunque crederci
nell’immediato significa che “solo nel vostro pensiero, nei vostri desideri
superate le difficoltà che la storia ha fatto sorgere”.
Dunque,
le difficoltà che la storia fa sorgere devono essere superate. Ma non nel
pensiero, bensì nel fango, sul ventre, strisciando, secondo le immagini del
grande rivoluzionario russo. Cosa bisogna fare, invece? Ciò che va fatto è del
tutto diverso: bisogna “porre alla base della propria tattica, anzitutto e
soprattutto, l’analisi precisa della
situazione obiettiva”[47].
[1] -
Bond, P., Dispelling
the Multipolar Myth, Rosa Luxemburg Stiftung, 5
settembre 2025.
[2] -
Visalli, A., Dipendenza. Capitalismo e transizione multipolare, Meltemi,
Milano 2020
[3] -
Visalli, A. Classe e Partito. Ridare corpo al fantasma del collettivo,
Meltemi, Milano, 2023.
[4] -
Bond, P., Elite
Transition: from apartheid to neoliberalismo in South Africa,
Pluto Press, London, 2000.
[5] -
Cfr. Losurdo, D., Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può
rinascere, Laterza, Roma-Bari 2017,
[6] -
Insieme a Losurdo, D., La lotta di Classe. Una storia politica e filosofica,
Laterza, Roma-Bari, 2013, e il postumo Losurdo, D., La questione comunista.
Storia e futuro di un’idea, Carocci Editore, Roma 2021.
[7] -
Cfr. Visalli, A., Classe e partito, op.cit., p. 238.
[8] -
Visalli, A., Oltre l’Occidente, vol. 1, Meltemi, Milano 2026.
[9] -
Qui l’ovvio riferimento è Antonio Labriola e Antonio Gramsci, si veda Visalli,
A., Classe e Partito. op.cit. “Agire”, da p. 263.
[10] -
David Harvey non ha bisogno di presentazioni, geografo marxista inglese, autore
di centinaia di autorevoli interventi e vicino ad alcune aree anglosassoni
della Teoria della Dipendenza, ma in polemica con altre. Ad esempio con la
linea dei coniugi Patnaik, come vedremo. Si veda, ad esempio, David Harvey, “The geography of
capitalis accumulation: a recostruction of the marxian theory”, Antipode 7,
1975; David Harvey, “Space of capital”, Routledge, 2001; David a Harvey,
“The limits of capital”, Blackwell, 1982.
[11] -
Teorico della Dipendenza brasiliano, scomparso nei primi anni Novanta, autore
di Marini, R.M., Il subimperialismo brasiliano, Einaudi, Torino 1974
(raccolta di saggi dal 1969 al 1973).
[14] -
Visalli, A., Dipendenza, Op.cit.
[15] -
Il ruolo delle borghesie ‘compradore’ nel drenare il surplus prodotto e
trasferirlo grazie alla loro interconnessione con i centri dominanti
“sviluppati”, con ciò e per ciò riproducendosi come classe. Questo è il
meccanismo attraverso il quale il sistema per Frank “sviluppa il
sottosviluppo”. Cfr. Frank, A.G., Capitalismo e sottosviluppo in America
Latina, Einaudi, Torino 1969 (ed. or. 1967); Frank, A.G., America
Latina: sottosviluppo e rivoluzione, Einaudi, Torino 1971 (ed. or. 1969).
Cfr. anche, Visalli, A., Dipendenza, op.cit., p. 171 e seg.
[16] -
Nel quale libro, del 2000, Gunder Frank non è citato, mentre Samir Amin lo è 8
volte, Wallestein e Arrighi 4 volte per Anti-Systemic movement, il libro
del 1989 con Terence Hopkins. L'assenza di Frank, che sarebbe invece logico
acquisire per la genealogia mariniana, e la centralità di Amin e Wallerstein
segnalano la provenienza ed il radicamento teorico di Bond: non la dipendenza
latinoamericana classica, ma il sistema-mondo in chiave africanista.
[17] -
Il partito di Nelson Madela prese il potere in Sud Africa accompagnato da
speranze di rinnovamento profondo e sulla spinta di un movimento radicale molto
forte. Bond, che è bianco, accompagnò il movimento e assunse ruoli nel primo
governo. Ma, molto presto, dovette assistere ad una involuzione radicale verso
pratiche estrattive, sfruttamento e impostazioni fiscali neoliberali che lo
allontanarono, portandolo su posizioni critiche radicali.
[18] -
Il Cile di Allende fu una esperienza chiave della svolta a sinistra del Sud
America degli anni Sessanta. Andato al potere vincendo elezioni con una
coalizione che andava dalla sinistra democristiana all’appoggio dei comunisti
di Corvalan, il presidente socialista avviò una serie di riforme di grande
ambizione. Frank fu impegnato a fondo in questa esperienza che, per errori
interni, mancanza di radicalità (secondo il nostro) e pressione statunitense,
erose il suo consenso nelle classi alte e, soprattutto, in quelle popolari e fu
interrotta improvvisamente da un violentissimo golpe condotto dal capo
dell’esercito, generale Pinochet.
[19] -
Frank, A.G., ReOrient: global economy in the Asian Age, University of
California Press, Berkley, 1998. Nel testo Frank sostiene che il
“Sistema-mondo” era operativo da seimila anni, con cicli di sviluppo e di crisi
che si propagano all’intero pianeta, ed accumulazione di capitale come
principio organizzatore di leadership egemoniche che avvicendano ‘centri’ e
‘periferie’. L’attacco è particolarmente pesante, e parte dall’accusa di inconsapevole
eurocentrismo, dissolvendo completamente la specificità presunta della civiltà
occidentale come forma capace di estendersi ed incorporare, dominandolo, il
mondo. Frank rifiuta in radice lo sforzo di buona parte delle scienze storiche
di individuare un punto, od un criterio, di demarcazione per spiegare
l’eccezionalismo europeo. Prediligendo la continuità e dissolvendo le
differenze, interpretate come travestimenti del senso di superiorità
occidentale, e della sua falsa coscienza, fa radicalmente venire meno l’idea,
sulla quale si forma buona parte della cultura critica occidentale (almeno a
partire dall’illuminismo), che esista un solo sviluppo possibile. Una idea che
innerva profondamente le scienze economiche. Nella polemica che segue con i
suoi vecchi compagni Frank ammette che l’obiettivo critico è la stessa nozione
di “capitalismo”. Esso è, come concetto teorico e come ideologia, incoerente
con la realtà storica mondiale: il capitalismo non esiste o tutto è sempre
stato capitalismo. Cfr. Visalli, A., Dipendenza, op.cit., p. cap. VII
“Divaricazioni: ha senso parlare di capitalismo?”, p.341 e seg.
[20] -
Frank, A.G., Per una storia orizzontale della globalizzazione. Sette lezioni
di Andre Gunder Frank, a cura di Annamaria Vitale, Rubettino, 2004, p. 140.
[21] -
Frank, A.G., Per una storia orizzontale della globalizzazione. Op.cit.,
p.140.
[22] -
Ma da studiare con il metodo della “storia orizzontale”, nella loro
particolarità ma anche nelle loro relazioni reciproche, consapevoli o non, e
nella loro presenza entro un movimento generalizzato, connesso con la fase
(espansiva o depressiva) del Sistema-mondo e del suo ciclo di sviluppo. I
“movimenti sociali”, nell’accezione di Frank sono quindi connessi al tema della
globalizzazione e questa alla caduta del socialismo, che è letto come parte
dell’inconsapevole imperialismo culturale occidentale. La critica alla
tradizione socialista, e marxista, è dunque drastica e radicale.
[23] -
Si veda questo bel pezzo di Lucio Magri in occasione della sua morte nel 2005,
“Un marxista del
centro e della periferia”, Il Manifesto, 27 aprile 2005.
[24] -
Visalli, A., Dipendenza. Op.cit.
[25] -
In Il Subimperialismo brasiliano, Frank è citato già in un saggio del
1969 (cf. p. 109), con riferimento agli interventi pubblicati come Capitalismo
e Sottosviluppo in America Latina.
[26] -
Il riferimento teorico è qui un saggio del 1965
di Ruy Marini in un articolo per i Monthly Review nel quale denuncia il
ruolo della giunta militare brasiliana nell’appoggiare il ruolo imperiale
americano in Sud America. La forma dell’argomento è interessante, per dare
conto della velocità, con la quale vicende di sessanta anni prima in un altro
continente sono chiamate a testimonianza e sistemazione teorica di altre del
tutto lontane nel tempo e nello spazio (e dunque, per definizione, essendo il
“capitale” un’astrazione socialmente, politicamente e spazialmente determinata,
non traducibili senza mediazioni). Marini, R., “Brazilian
‘interdipendence’ and Imperialist integration”, Monthly Review.
[27] -
Marini, R.M., Il subimperialismo brasiliano, op.cit., p. 125. Si veda
qui la chiara derivazione luxemburghiana di questa analisi.
[28] -
Idem.
[29] -
Marini, R.M., Il subimperialismo brasiliano, op.cit., p. 126.
[30] -
Chiaramente, e qui si ripercorre la classica
analisi harveyana, i centri “Sub-imperiali” accumulano capitale, che tende alla
sovraccumulazione e quindi cercano di esportarlo “tramite investimenti diretti
esteri, o prestiti e scambi commerciali”. Al netto dell’imprecisione della
formula (gli “scambi commerciali” dovrebbero, se mai, accentuare
l’accumulazione, soprattutto se “ineguali”), la cosa è spiegata con la
successiva denuncia di processi di “dumping” intenzionali (il riferimento
trasparente sarebbe alla Cina, ma, di nuovo, in tal caso si ottiene un
trasferimento di capitale alla controparte, dato che la vendita avviene sotto
il prezzo di produzione, ma questo ha effetti molteplici, non solo
“indebolimento” – industriale – del potenziale concorrente).
[31] -
https://dirco.gov.za/wp-content/uploads/2024/10/XVI-BRICS-Summit-Kazan-Declaration-23-October-2024.pdf
[32] -
Quello per il quale non di rado il margine dei
produttori primari, quando sono indipendenti, è di pochi punti percentuali,
mentre quello della casa madre che li distribuisce nell’ordine dieci e più
volte superiore. In altre parole, crescenti flussi di plusvalore provenienti in
ultima istanza da lavoratori cinesi, bangladesi, messicani, e accumulati nelle
capienti casseforti dei paesi centrali continuerebbe a fluire nel capitalismo
occidentale, o dominato dall’occidente. Ruy Mauro Marini imperniava la sua
analisi sulla nota distinzione di Marx tra “plusvalore assoluto” (si intende
per “plusvalore assoluto” la quota dei profitti della quale si appropria
l’imprenditore semplicemente aumentando le ore di lavoro senza incremento della
produttività.) e “plusvalore relativo” (si intende per “plusvalore relativo” la
quota dei profitti della quale si appropria l’imprenditore aumentando
l’efficienza della produzione, attraverso investimenti di capitale o modifiche
organizzative), argomentando che già nel finire dell’Ottocento quello che
chiamava, appunto, “supersfruttamento” nelle colonie otteneva
l’effetto di incrementare il plusvalore “relativo” anche entro la Gran
Bretagna. Questa proposta ricostruttiva di Marini tendeva ad enfatizzare il
sovrasfruttamento che si dà nelle periferie colonizzate, da parte degli agenti
imperiali (in particolare privati). In altri termini, il fenomeno generale,
preso ad elevato livello di astrazione, vede l’importazione di beni più a buon
mercato rendere possibile al capitalismo ridurre quello che Marx chiama tempo
di lavoro necessario alla riproduzione senza ridurre i livelli di
consumo. Questo effetto è stato fino ad oggi massivamente presente nel
nostro mondo, a tutte le scale, e si è manifestato in grande evidenza durante
la mondializzazione degli anni Novanta e Zero: la possibilità di acquistare
camice di cotone a pochi euro, come altro, grazie alle importazioni a prezzi
calanti da paesi nei quali il costo del lavoro complessivo era inferiore, ha consentito
di abbassare i salari senza toccare il livello dei consumi che garantisce la
riproduzione. O, almeno, ha messo in moto una meccanica di riduzione
progressiva di quelli e questa graduale e sostenibile psicologicamente e
quindi socialmente e politicamente. Questa meccanica ha un vincitore, il
capitale delle regioni ad alto reddito, e diversi perdenti, i lavoratori
“supersfruttati” dei paesi coloniali e quelli “sfruttati” dei paesi ricchi.
[33] -
L’analisi deriva da un’analisi di David Harvey del 2001, quando notò che
nell’Asia centrale ogni centro di capitale in via di sviluppo in competizione cercava
soluzioni spazio-temporali sistematiche per il proprio capitale in eccesso,
definendo sfere di influenza territoriali (Harvey, D., The new imperialism,
Oxford University Press, 2003).
[34] -
Sono anche da segnalare le critiche di Samir Amin, sia pre sia post apartheid
per la medesima ragione strutturale, il dominio dei capitali estrattivi e
monopolistici i quali spingono i salari sotto la soglia di sussistenza (modello
tipicamente vicino a quello di Ruy Mauro Martini). A dire di Bond lo stesso
Amin, al vertice Brics di Johannesburg avrebbe aderito a questa interpretazione
(Bond, Patrick, “Samir
Amin Diagnosis of worst case racial capitalism”, CADTM, 11 novembre
2023).
[35] -
Si intende, come cercheremo di chiarire, per “super” sfruttamento, uno
sfruttamento che va oltre il livello “normale” nel quale il valore prodotto
viene reso a disposizione del lavoratore fino al punto di riproduzione della
capacità che è prestata al ciclo produttivo. Ad esempio, se per riprodurre un
mese di vita è necessario disporre di una casa, sessanta pasti, una certa
dotazione di energia, alcuni vestiti e altri beni durevoli e di
intrattenimento, il salario che consente di comprarli è di equilibrio la
forza-lavoro è comprata al suo prezzo. Se la produttività del lavoratore
consente di produrre i beni il cui valore di scambio è eguale a tale salario in
quattro ore al giorno per ventuno giorni, le altre quattro ore di lavoro sono
produttrici di plusvalore attraverso il plus-lavoro e quindi definiscono il
saggio di sfruttamento. Ci sono due forme attraverso le quali può darsi il
“sovrasfruttamento”. Il primo, più ovvio, è la contrazione del salario in
condizioni inferiori alla ‘convenzione’, tipica delle economie di esportazione.
La seconda è indiretta. Se i vestiti, i beni durevoli e alcuni altri beni nel
paniere di riproduzione sono forniti sottoprezzo, a causa della presenza di
lavoro meno costoso nelle periferie, allora si può abbassare il salario sotto
il (vecchio) livello di riproduzione e lo “sfruttamento”, senza cambiare le ore
lavorate, diventa “super sfruttamento”. Questo effetto è il dividendo
imperiale.
[36] -
Questo trasferimento per lo più è ottenuto non solo aumentando il plusvalore
relativo (aumentando, ovvero, la produttività a parità di salario), bensì
soprattutto remunerando la forza lavoro al di sotto del suo valore effettivo.
Questo effetto, che Marx considerava di fatto non possibile, dato che violava
il presupposto (medio, ovviamente) che “le merci, e quindi anche la
forza-lavoro, sono comprate e vendute [sempre] al loro pieno valore” (Marx, K.,
Il capitale, vol III), può essere ottenuto anche tramite il
trasferimento di beni al di sotto del valore medio nei paesi di destinazione e
quindi tramite lo sfruttamento nelle ‘colonie’ o, in altre parole,
l’imperialismo. Ovviamente ciò si mostra anche ‘senza vesti’ nelle periferie
vere e proprie, dove la dinamica competitiva e la possibilità di estrarre il
plusvalore liberamente conducono alla possibilità di estendere il puro e
semplice ‘sovrasfruttamento’ fino ai suoi limiti fisici.
[37] - Cfr. Visalli, A., Dipendenza, Cap
VII, Divaricazioni, op.cit.
[38] -
Con la sua focalizzazione sulla “accumulazione per espropriazione”, o
“capitalismo estrattivo”, Harvey propone di spostare l’accento critico dalle
contraddizioni nella produzione (e quindi dello sfruttamento) in quelle della
realizzazione di valore (e quindi dello scambio ineguale). Il punto
fondamentale si ha quando il valore è prodotto in un ambiente (es. in Cina, con
la sua “convenzione” e le sue condizioni strutturali) e realizzato in un altro
(es. in Italia, con la sua “convenzione” e condizioni strutturali). Oggi, per
Harvey, il capitalismo recupera valore fondando sulla circolazione, più che
sulla produzione, e quindi basandosi su una geografia complessa. Nel contesto
di questi rapporti un meccanismo che prende spazio è quello, normale nel capitalismo,
del puro e semplice “spossessamento” senza contropartita, o con contropartite
largamente insufficienti. Questo meccanismo è sempre stato presente, ma ha
particolare rilevanza nelle fasi di crisi e transizione.
[39] -
Bond, P., Dispelling
the Multipolar Myth, op.cit.
[40] -
Si veda, per l’analisi di fase gli interventi dell’ultimo trimestre sul blog Tempofertile:
“3
gennaio 2026. Venezuela, la fine del diritto”, “Scosse
sismiche. Ipotesi sul mondo dopo Caracas”, “A
Trump piace vincere. Note sull’Iran e l’avvio della ‘Campagna delle Guerre’ Usa”,
“La
Caccia al Cervo della Pianura Centrale, zhúlù zhōngyuán”, “Strutture,
energia, gioco imperiale: lo shale gas”, “Marco
Rubio a Monaco: il ritorno del suprematismo civilizzazionale”, “La
scacchiera tridimensionale: guerra e assetto multipolare”, “Risiko
energetico e terza Guerra del Golfo”, “Transizioni.
Scenari e poche note sulla crisi del 2026”.
[42] -
Ovvero da quegli attivisti che chiedono
concretamente pratiche economiche e sociali giuste, liberatorie,
post-capitaliste, ecologicamente sostenibili. Rivendicazioni avanzate da
organismi come “Brics del popolo”, “Break the Brics”, o il “Vertice
del popolo noi il 99%” nel 2025.
[43] -
Lo schema che caratterizza una potenza
“sub-imperiale” è, per Bond, la seguente:
-
elevati livelli
di concentrazione aziendale e finanziarizzazione,
-
una tendenza più
rapida all'eccesso di accumulazione di capitale (la principale contraddizione
interna del sistema),
-
una crescente
dipendenza dalla produzione e trasformazione di materie prime per
l'esportazione,
-
e, spinti dalle
politiche pubbliche neoliberiste, il supersfruttamento del lavoro e la diffusa
distruzione ecologica.
[44] -
Lenin disse una volta che “la frase
rivoluzionaria sulla guerra rivoluzionaria può causare la rovina della
rivoluzione”, Vladimir I. Lenin, “Rivoluzione
in occidente e infantilismo di sinistra”, ed. Riuniti, 1974, p.3. Il
libretto è in realtà una raccolta di interventi diversi nell’aspro dibattito
che nel 1918 si tenne sulla pace separata con la Germania, che Lenin difende
dalle critiche rivolte in nome della necessaria “guerra rivoluzionaria” e
dell’imminente aiuto da parte del proletariato tedesco. Quando a gennaio 1918
la Germania avanza un ultimatum, chiedendo condizioni molto dure in termini di
perdite territoriali e versamenti in natura, si apre un dibattito nel quale gli
allora alleati dei bolscevichi, i ‘socialisti-rivoluzionari di sinistra’, propongono,
insieme a Nikolai Bucharin, la prosecuzione della guerra. Contro tutte queste
opposizioni Lenin scrive a febbraio l’articolo “Sulla frase rivoluzionaria”, mentre l’esercito di oltre sei milioni
di uomini russo era stato smobilitato, per sostituirlo con un esercito
volontario più efficace (la “Armata Rossa”), da Lev Trotsky e la Germania aveva
ripreso l’avanzata. Il 3 marzo Lenin, che aveva proposto le sue dimissioni,
impone la firma del Trattato, perdendo circa 56 milioni di abitanti, ovvero il
32% della popolazione, un terzo delle ferrovie, tre quarti dei minerari ferrosi
e il 90% della produzione di carbone. Fortunatamente la successiva sconfitta
della Germania, che aveva occupato i territorii nominalmente indipendenti,
porta al ritiro delle truppe e quindi alla loro contesa nella guerra civile
russa che infurierà fino al 1923.
[45]
- In “Rapporto sulla guerra e la pace”,
7 marzo 1918, op. cit. p.69
[46]
- Continua: “comprendo benissimo che ai bambini piacciono le belle favole, ma
mi domando: è dato ad un rivoluzionario serio credere alle favole?”
[47]
- In “Rapporto sulla ratifica del
Trattato di pace”, 14 marzo 1918, op. cit., p.99.


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