Questo post prosegue l’analisi della posizione sui Brics di
Patrick Bond della quale la Parte Prima è stata pubblicata il 2 maggio, a questo link.
Seconda stanza: Patnaik, la meccanica della necessità
Se fosse completa e adeguata al tempo l’analisi di
Bond, con la sua diagnosi di “sub-imperialismo” riferita alla posizione dei
paesi Brics sarebbe tecnicamente corretta. Nel paradigma Harvey-Bond,
concentrato più su circolazione che su produzione, il punto dirimente non è,
infatti, l’apparenza di ricchezza registrabile nelle forme di investimento, il capitale
fisso, e finanche nel capitale fisso sociale (ma orientato a rendere possibili
gli scambi e quindi soggetto al rischio di mutarsi in un mucchio di ruggine se
questi si riducono), quanto il controllo effettivo dei flussi ed il
potere che le metropoli esercitano sulle periferie per ottenere i saggi di
sfruttamento del lavoro vivo necessari a tenere in piedi la meccanica
complessiva della valorizzazione. Valorizzazione che si definisce alla scala
del “sistema-mondo”.
In altre parole, lo schema teorico di Bond, in parte desunto
dalla concettualità di Harvey ed utilizzando la sistemazione di Ruy Mauro
Martini di cui abbiamo parlato nella Parte Prima, definisce la posizione dei
paesi Brics come strutturalmente subalterna al complessivo ciclo di
valorizzazione del capitale egemonizzato dai centri “imperiali”. Ciclo che
coinvolge le élite dei paesi semi-imperialisti, ma senza che queste possano
governare i flussi, o definire i saggi di sfruttamento, ovvero di estrazione
del surplus. Abbiamo visto dall’analisi di Marini che questa impossibilità
deriva direttamente dalla incapacità di controllare la dinamica della tecnica,
ovvero dalla subalternità tecnologica.
Se così non fosse bisognerebbe cambiare frame teorico
e parlare, se mai, di “Co-imperialismo”, ma con seri problemi di tenuta del
termine “Imperialismo”.
Ma se così fosse, come già visto, il nervosismo
palese degli Stati Uniti in questi ultimi mesi ed anni sarebbe difficile da
spiegare. Se il surplus continuasse ad essere estratto senza opposizione dalle
“periferie”, per il tramite dei Junior partner dei Brics - i quali, al più,
starebbero pretendendo, per nome e conto delle proprie élite
internazionalizzate (ovvero intermediarie), maggiore parte dello stesso -
allora l’architettura monetario-finanziaria sarebbe al sicuro. Con essa non
sarebbe a rischio il valore del denaro (e del dollaro nella fattispecie). Lo
schema Harvey-Marini-Bond, insomma, potrebbe cogliere qualcosa della situazione
empirica, ma manca di individuare con esattezza la necessità dell’azione in
corso. Ovvero, come abbiamo visto con Lenin, manca di “analisi concreta” e,
alla fine, si rifugia nella “frase”.
La “frase” è però una guida rischiosa all’azione. Infatti,
anche ammesso che i Brics, o una loro parte, siano da considerare prigionieri
di un assetto “Subimperiale” (e, seconda tesi di Bond, che il
neoliberismo avesse in questa fase storica raggiunto un vicolo cieco[1]),
ciò non avverrebbe per effetto di un cedimento morale delle proprie élite,
quanto, se mai, per vincoli fattuali alla tenuta del valore. Vincoli che
rendono la disconnessione altamente pericolosa (di crollo generale e repentino
delle riserve di valore, spazialmente ed operativamente interconnesse) e di
fatto quasi impossibile, senza condizioni eccezionali (alle quali ci stiamo
avvicinando). Per bilanciare il tono a tratti involontariamente morale di Bond
giova allora a questo punto leggere il meccanismo interpretativo proposto dai
Patnaik[2]
che si muovono in una genealogia simile, ma non identica (sulla linea
Sweezy/Baran, Amin).
Utsa
Patnaki e suo marito, Prabhat Patnaki, sono due economisti che hanno studiato
in India, e che hanno lavorato per lo più al Center of Economic Studies and
Planning nella School of Social Sciences dell’Università Jawaharlal
Nehru di Nuova Delhi, dall’inizio degli anni Settanta. Il loro
perfezionamento è tuttavia avvenuto in Inghilterra, entrambi ad Oxford ma Utsa
in economia e Prabhat in filosofia, per la quale ha passato un periodo a
Cambridge. Sono stati protagonisti, tra l’altro, di una dura polemica
con lo stesso Harvey[3], e
poi con John Smith[4].
Per gli
economisti indiani l’imperialismo è definito come la pratica di mantenere
artificialmente bassi, con una serie di tecniche e pratiche, i prezzi agricoli -
e delle altre materie prime - a beneficio delle metropoli le quali, in
conseguenza, ricevono un flusso di valore reale che non pagano. Il capitalismo
globalizzato contemporaneo dipenderebbe da questi flussi, come è sempre
avvenuto. Senza questi continui impulsi deflazionari si innescherebbe, infatti,
una dinamica di inseguimento dei prezzi che di fatto farebbe cessare
l’accumulazione capitalista ed in particolare la forma globalizzata di questa.
L’argomento passa per il controllo della dinamica lavoro-merce, ma si manifesta
come controllo della moneta e del suo valore, via manipolazione delle “ragioni
di scambio”[5].
Il punto diagnostico è che le politiche neoliberali nascono
dalla disattivazione di quelle controtendenze alla tendenziale stagnazione dei
profitti che erano state messe in campo nei “trent’anni gloriosi” (kynesiani,
anni 1945-75) e che allora ostacolavano i profitti a breve termine (ma li assicuravano a medio e
lungo termine). Disattivazione sostituita funzionalmente dai sottoprodotti
della fase finanziaria e dal neo-colonialismo commerciale.
Nella fase
ascendente di questo modello, che chiameremo per semplicità ‘neoliberale’, il
“suplus produttivo” che si continuava ad espandere a causa dell’assetto
monopolista del capitalismo mondiale fu riciclato nel crescente settore
finanziario ed in parte in un nuovo ceto globale di intermediari di vario
genere (professional, manager, manipolatori di simboli e di spettacoli, …). La
necessaria ‘accumulazione originaria finanziaria’ (ovvero il passaggio della
massa di capitale dagli investimenti in fattori produttivi ad investimenti
meramente finanziari) è stata alimentata, in quel passaggio, dalla rottura
della parità, dai petrodollari ed eurodollari, e dal contesto della
deregolazione. Così facendo è stata progressivamente creata una forma di
capitalismo interamente concentrata sulla generazione parossistica di surplus e
sulla sua ‘intermediazione con appropriazione’.
È per
questa ragione che, negli anni Novanta-Duemila la divisione del lavoro a scala
mondiale ha visto progressivamente la base produttiva sparpagliarsi in tutte le
aree di minore resistenza, nelle quali poteva essere estratto il surplus con il
minimo di attrito, fidando su un “esercito di riserva mondiale” costantemente
accresciuto. Un ‘esercito’ che si è ampliato, sia nei paesi del ‘centro’ via
immigrazione, sia in quelli della ‘periferia’ via industrializzazione
subalterna (spesso con capitali che negoziavano condizioni di impunità e di
supersfruttamento della forza lavoro locale). Tutto ciò con relativo
disinteresse al problema del realizzo. Disintesse in quanto la domanda era resa
fluida e mondiale e in quanto il meccanismo di creazione delle bolle e gli
“schemi ponzi” potevano appianare le asperità, almeno temporaneamente, creando
nel breve termine domanda senza base produttiva. L’espansione del debito
surrogava, in altre parole, la chiusura stabile del ciclo keynesiano
appoggiandosi su “cicli Minsky” sempre più ampi e quindi sempre più veloci ed
instabili[6]. La circolazione del
valore muoveva dalla produzione, decentrata, divisa in catene di
approvvigionamento e montaggio sempre più lunghe ed intrecciate, quindi sempre
più fragili e costose da proteggere, e dal suo rimontaggio, amplificazione e
ricircolo nel sistema - mondiale ed interconnesso - di intermediazione
finanziaria. Un sistema interamente fondato sulla liquidità apparente.
Un sistema è il punto dei Patnaik[7], che era ed è, altamente
vulnerabile alla potenziale perdita di valore del denaro che potrebbe essere
trasmessa da un’inflazione dei valori ‘reali’.
Secondo i due economisti indiani è essenziale per la sopravvivenza del capitalismo, ovvero
del sistema sociale che questo rende in essere, che il “valore” espresso in
“denaro” sia conservato. Conservato in modo che possa moltiplicarsi il
capitale stesso, nelle forme liquide ed indefinitamente accumulabili, ‘astratte’,
che oggi ha.
Il capitalismo è
principalmente un sistema che utilizza denaro in cui gran parte della ricchezza
è detenuta sotto forma di denaro o come attività denominate in denaro, vale a
dire attività finanziarie. Perché il sistema funzioni, è essenziale che il
valore del denaro non continui a diminuire rispetto alle materie
prime; altrimenti le persone si allontanerebbero dal possesso di denaro, e
cesserebbe di essere non solo una forma di ricchezza, ma anche un mezzo di
circolazione[8].
Il punto
è che ci sono molti modi attraverso i quali l’assetto del capitalismo nella
forma finanziaria si impegna a garantire la stabilità del valore del denaro, e
quindi di sé stesso: uno è, come visto, il mantenimento, a portata di mano,
di un vasto e stabile ‘esercito di manodopera di riserva’ in tutte le periferie
del mondo. Ovvero sia nelle cosiddette “metropoli” (ma nelle cinture) sia nel
cosiddetto “terzo mondo”. La questione posta dai Patnaik è che la trasmissione
degli input deflazionari che la presenza di questa manodopera potenziale, ma
non attiva, producono esplica i suoi effetti attraverso il contenimento del
costo delle materie prime, dei semilavorati e delle componenti che circolano
nelle supply chain mondiali. In tal modo produce il contenimento del costo dei
salari monetari anche dei lavoratori delle “metropoli”. Questi ultimi subiscono
sia gli effetti della concorrenza sia quelli del deflusso dei capitali verso le
“periferie”. Si tratta di un circuito di produzione e circolazione intrecciato
esattamente a questo fine.
Tenendo
al centro dell’attenzione che qui si tratta sempre di abbondanza e contenimento
dei costi relativi (ovvero relativi alla produttività), la
deflazione dei redditi svolge allora, in particolare nelle “metropoli”,
l’essenziale funzione di impedire che al di là del costo di produzione
l’accumulazione di capitale disponibile produca un incremento dei prezzi
insostenibile almeno di alcune merci “scarse”[9]. L’indispensabile
deflazione del reddito (anche qui in senso relativo, rispetto alla posizione
nel processo di produzione del valore) viene ottenuta durante la lunga ascesa
del capitalismo in occidente attraverso vari espedienti (e semplice rapina)
volti a canalizzare surplus prodotto nella periferia verso il centro. Al
contempo, è condotta distruggendo, anche qui con vari espedienti, la produzione
locale (soprattutto esponendola alla competizione ineguale della metropoli[10]). Questo processo di
deindustrializzazione ed impoverimento ha prodotto storicamente il necessario
“esercito di riserva distante”.
Tutto
questo viene definito “imperialismo” dai Patnaik.
Certo
questa tendenza può essere controbilanciata anche, riducendo la soluzione
“imperialista”. Ovvero impegnando il capitale nel potenziamento territoriale,
nello ‘spazio’ e nella correlata dimensione sociale e comunitaria; ovvero in
tutte quelle forme di investimento infrastrutturale, tecnologico, che abilitano
maggiore produzione a parità di input naturale. Azioni di ribilanciamento che
andrebbero condotte dallo Stato con risorse pubbliche. In questo modo il
capitale pubblico contrasterebbe per due vie la tendenza inflattiva:
impegnandosi, riducendo la sovraccumulazione e competizione, ed espandendo
l’offerta di beni. La linea di ricerca da Lefebvre[11] ad Harvey[12] ha sottolineato questa
dimensione, o meglio l’importanza della costruzione di spazio nella
stabilizzazione dell’accumulazione.
La cosa
si presta, non bisogna farsi attrarre dagli esempi, ad
essere applicata anche entro il capitalismo, per usare lo schema dei Patnaik, ma
ai suoi margini diradati. Margini dove stazionano frazioni di classe distinte
ma contigue ai centri metropolitani. Non solo nel ‘terzo mondo’ quindi (peraltro
l’India non ne fa più parte da tempo, almeno nei suoi centri, apparendo più
come un centro “semi-imperiale” per usare una terminologia di Gunder Frank), quanto
nel “semi-primo”. Christophe Guilluy, in “La società non esiste”[13], ad esempio, identifica e
spazializza il fenomeno della crescente deflazione dei ceti intermedi
periferici nel centro d’ordine francese. Nessuno può credibilmente dire che la
Francia sia periferia vessata e colonizzata, ma tutti possono identificarla senza
difficoltà in uno dei centri propulsivi dell’imperialismo occidentale. Eppure
una specifica e sempre più riconoscibile geografia, identificata con le
periferie urbane e rurali, e sociologia, a sua volta riconducibile a
professioni, lavori, stili di vita e condizioni meno dinamici e meno
interconnessi, parla di una frattura in allargamento tra una periferia
ed un centro. La tenaglia tra i processi urbani e territoriali, e perciò
sociali, della gentrificazione e ghettizzazione, con i suoi intermedi, opera
incessantemente allargando le classi spazializzate che possono essere ormai
identificate come “popolari”. O, in altri termini, allarga
gli ambienti vasti nei quali prevalgono condizioni di marginalità e i relativi
atteggiamenti esistenziali e politici. Provoca l’ira delle periferie.
Si
manifesta qui pienamente il fenomeno descritto dai Patnaik. La deflazione provocata per conservare stabilità
all’accumulazione capitalistica e le relative gerarchie sociali, limitando al
minimo i terreni nei quali si può tollerare l’inflazione dei prezzi e dei
salari. Inflazione che provocherebbe un assorbimento di ricchezza e riduzione
del potere di acquisto del capitale.
La
“Francia periferica”, ovvero,
designa tutti quei territori lontani
dalle prime quindici metropoli del paese, in cui vive quali il 60% della
popolazione francese. La categoria serve ad analizzare la ricomposizione
sociale dei territori e il ruolo delle classi popolari nel modello globalizzato,
ma questo non significa assolutamente che il cento per cento dei territori e
delle città della Francia periferica siano in declino o siano abitati
esclusivamente da classi popolari precarie, né che tutti i territori
metropolitani siano gentrificati. Piuttosto la categoria di Francia periferica
serve a descrivere dinamiche economiche che si ritrovano in tutti i paesi
sviluppati e sono caratterizzate da processi di concentrazione della ricchezza
e dell’arroccamento delle classi superiori in territori da cui vengono
progressivamente allontanate le classi popolari[14].
Tutto
questo viene designato come dinamica imperiale dai nostri. Ovviamente in ogni periferia, in ogni ambiente periferico, ovunque
esso sia, permane in posizione d’ordine, un segmento di borghesia che si nutre
dell’intermediazione e quindi si riproduce come classe. Un segmento che è a
cavallo ed in contatto con il capitale metropolitano e produce alcuni, se pure
limitati, ‘effetti alone’. In conseguenza ci sono zone e paesi che hanno
registrato un’elevata “crescita”. Normalmente ottenuta, data la posizione di
intermediazione, a spese della trasmissione di surplus e quindi spingendo
ancora più in basso i ceti produttivi subalterni.
Questo
genere di “imperialismo”, la cui funzione è proteggere l’accumulazione di
capitale tramite la salvaguardia del “valore del denaro”[15] e quindi la deflazione
del reddito nelle periferie è diventato ancora più pressante, pur essendosi in
qualche modo nascosto, nell’epoca della finanziarizzazione e globalizzazione.
Inoltre, esso si manifesta non solo sotto forma di scontro tra capitali nazionali
(come era focalizzato nella nota polemica Kautsky vs Lenin[16]), ma anche come capitale
finanziario direttamente internazionale. Mentre il vecchio imperialismo
colonialista, con controllo diretto o indiretto[17], estraeva surplus e
imponeva deflazione del reddito alla periferia con le tassazioni coloniali
dirette e la deindustrializzazione, il nuovo, a guida Usa, pur godendo
dell’estrazione di surplus tramite il monopolio tecnologico (e i brevetti e
diritti d’autore) ha essenzialmente bisogno delle politiche neoliberali.
La differenza tra le due concettualizzazioni è che, sul
piano della griglia teorica e analitica, Bond individua, con Harvey,
l’imperialismo meramente come risultato e causa della geografia fluida dei
flussi di capitale in cerca di una correzione spaziale alla loro tendenza alla
sovraccumulazione. Il nesso causale, in tal caso, è: la tendenza del capitale
ad amplificare i profitti (ovvero il plus-profitto marxiano) tenderebbe ad
inflazionarlo, erodendo il suo potere e alzando i salari; di qui la necessità
di esportarlo in condizioni di controllo e sicurezza; ciò proietta controllo e
garantisce l’estrazione e lo sfruttamento ad una scala territoriale. I cinque
sintomi di questa meccanica sono la concentrazione, finanziarizzazione,
sovraccumulazione, ri-primarizzazione, super-sfruttamento, e per questo Bond lo
diagnostica a carico dei Brics, a partire dal Sud Africa.
Uno dei problemi è che si tratta di un’analisi fondata su
una base empirica, ma in debito di una più profonda (o aggiornata) analisi di
funzionamento strutturale.
Il modello dei Patnaik prima descritto contribuisce a
mostrare come non esistano, senza interessare l’intero arco della meccanica di
sviluppo e riproduzione (allargando la competizione al livello sistemico della Regolazione,
dei Complessi tecnici e della Proiezione Spaziale), facili vie di
uscita. Etichettare tutto come “Sub-imperialismo” può essere consolante, ma non
particolarmente utile. Se, infatti, l’imperialismo fosse la risposta del
capitale alla tendenza alla sua deflazione, come vogliono i due economisti
indiani, la risposta diventerebbe particolarmente difficile senza attraversare
una crisi maggiore. Il “Capitalismo” centrale, alla fine, “si difende”
(ovviamente senza un progetto, come dinamica senza testa) con quattro potenti
meccanismi che nessuno può ignorare senza pagarne il prezzo:
1.
fuga di capitali ‘spontanea’ prima ancora
dell'insediamento del governo ostile;
2.
sanzioni commerciali estese (in Iran, Venezuela,
Cuba, Russia);
3.
colpi di stato parlamentari più o meno nascosti (in
America Latina, nella Europa dell’Est, in paesi del Medio Oriente, in Africa);
4.
guerra economica e poi militare (in Venezuela,
in Iran, in Russia e Ucraina).
Tornando a Lenin, ma anche ai Patnaik, i BRICS dunque sulla
base di questa diagnosi, non scelgono la collaborazione, o almeno non è
possibile dirlo, ma di fatto sono schiacciati dalla struttura di
coazione che il capitale finanziario internazionale esercita.
La “anti-polarity” di Bond, se non vuole essere solo una
“frase rivoluzionaria”, deve perciò esporsi ad una domanda: se anche un
soggetto compatto come la Cina ha margini strettissimi per disconnettersi, che
margini ha esattamente un contro-vertice People's 99%?
La risposta è: nessuno.
Il punto cruciale, sul quale spenderemo la Terza parte, è
che ci sono sempre margini di azione, ma quel che non c'è mai è l'azione
libera. Ovvero quella che non si confronta con i vincoli. Per fare un esempio,
chiaramente se si volesse davvero la transizione fuori del 'sistema-dollaro' (e
non ne sono sicuro), sarebbe necessario arrivarci costruendo contemporaneamente
un'alternativa funzionale e funzionante.
Altrimenti si precipiterebbe nella guerra. Cosa che, tra l'altro, sta accadendo.
[1] -
Sovrapproduzione globale cronica, impossibilità di stimolo fiscale per via
dell'opposizione del capitale finanziario globalizzato mobile, bolle come unico
dispositivo anticrisi temporaneo, ultima quella della AI anglosassone.
[2] - Utsa Patnaik e Prabhat Patnaik,
“Una teoria dell’imperialismo”, Columbia University Press, 2017
[3] -
“Un
dialogo sull’imperialismo: David Harvey e Utsa e Prabhat Patnaik”,
Tempofertile, 28 febbraio 2020.
[4] -
“Dibattiti
sul problema dell’imperialismo: John Smith contro David Harvey”,
Tempofertile, 5 luglio 2020.
[5] -
Si intende per “Ragioni di Scambio”, secondo una linea interpretativa
che risale a Keynes e Myrdal, queste rappresentano il prezzo relativo delle
merci nelle diverse piattaforme di scambio e possono essere manipolate in una
varietà di modi a vantaggio del centro: trasferimenti di capitali;
trasferimenti di “capitali umani” dai satelliti, che hanno investito nella
formazione, al centro metropolitano che ne utilizza i servizi; tariffe e
servizi più o meno nascosti, monopoli di vendita o di acquisto (monopsoni),
proprietà intellettuale, tecnologia.
[6] - Si veda Minsky H., Keynes e l’instabilità del capitalismo, Bollati Boringieri, Torino 1981
(ed.or. 1975). Citare Hyman Minsky significa suggerire una naturale tendenza
del capitalismo all’instabilità ed al crollo. Una instabilità che per l’autore
nasceva negli stessi istituti che rendono possibile il capitalismo; Minsky,
come Keynes, intravedeva infatti la presenza di una sorta di “schermo
monetario” che finisce per accumulare e distribuire debito, provvedendo alla
sua valutazione con criteri non stabili. Il debito è quindi concepito come l’elemento
cruciale in un sistema dinamico destinato ad evolversi nel tempo e di
introdurre un elemento di incertezza nei calcoli economici. Al contrario della
convinzione che ha informato la “grande moderazione” e gli ideologi liberisti,
il debito non è controllabile senza rischi dal mercato e modulabile
indirettamente dalle politiche monetarie. L’incertezza è irriducibile:
essa, infatti, lavora in modo diametralmente opposto nelle fasi positive, in
cui la promessa di crescita continua e di lauti guadagni acquieta le paure e
genera esaltazione, e nelle fasi negative, in cui spinge gli attori economici
(in preda a depressione e, a volte, senso di colpa) a limitare i prestiti ed a
accumulare capitale. Di qui, un “Momento Minsky” è l’attimo nel quale muta
in modo cruciale il sentimento dei mercati e si passa repentinamente da un tono
ottimista ad una generale avversione al rischio, ad un irresistibile desiderio
di smantellare le piramidi di leva finanziaria da cui erano dipesi i profitti
fino a poco tempo prima. Durante questo “momento”, quando crollano le “piramidi
del debito” (a causa di un qualsiasi elemento scatenante) lo stop asciuga il
credito per tutti. Nel mutato clima emotivo avviene allora un brusco contatto
con la realtà ed aziende e creditori solvibili si trovano improvvisamente a non
esserlo più. La conseguente corsa alle liquidazioni delle attività provoca una
riduzione accelerata di prezzo, e questo alimenta ulteriormente la caduta.
[7] - Patnaik, U., Patnaik, P., Una
teoria dell’imperialismo. Il viaggio delle merci, Meltemi, Milano 2021
(ed.or. 2016).
[8] - Utsa Patnaik, Prabhat Patnaik, “L’imperialismo nell’era della
globalizzazione”,
Monthly Review, vol. 67, n. 3 luglio 2015.
[9] - Occorre notare che nel gergo
marxista “merce”, quando si tratta di guardare alla complessiva circolazione
del capitale è anche la “forza-lavoro”, e quindi qui si tratta anche di
scarsità di competenze. Ovvero si tratta anche dei “lavoratori della conoscenza”.
[10] -
Apparentemente l’argomento è imperniato sul caso storico
della produzione agricola, ed in particolare della produzione agricola
tropicale, ma ha valenza più generale. La questione non è neppure solo relativa
al tasso di profitto decrescente ricardiano (e marxiano), ma è che al crescere
dell’accumulazione le risorse scarse, o comunque non altrettanto velocemente
espandibili per effetto di un innesco di “rendimenti decrescenti”, tenderebbero
a veder crescere il loro prezzo in termini “reali”. Ma se l’espansione del
valore del denaro nella forma liquida fosse sopravanzato dall’espansione del
valore di alcune merci cruciali (l’esempio è, appunto, il cibo e quindi la
terra che lo produce con l’insieme dei potenziamenti e delle strutture che lo
facilitano), allora, dicono gli autori, “nessuno deterrà la ricchezza nella sua
forma monetaria”.
[11] - Lefebvre, H., Il diritto alla città, Marsilio, Editori, Venezia 1970
(ed.or. 1968), e Lefebvre, H., Spazio
e politica, Ombre
Corte, Verona 2018, (ed. or. 1974).
[12] - Harvey, D., Geografia del dominio. Capitalismo e
produzione dello spazio,
Ombre Corte, Verona 2017 (ed. or. 2001).
[13] - Guilluy, C., La società non esiste, Luiss University Press, Roma
2019 (ed. or. 2018).
[14] - Idem
[15] - “Valore del denaro” non è
meramente, o solo, protezione dall’inflazione, anche se in questa si manifesta
con particolare chiarezza la minaccia, ma protezione del ruolo e della capacità
disciplinante del capitale. Cioè dell’accumulo di potenza che questo
rappresenta.
[16] - Lenin, V.I., L’imperialismo fase suprema del
capitalismo, Editori
Riuniti 1974, (ed.or.1916).
[17] - Si tratta dei due modelli
ottocenteschi, il controllo diretto di stampo francese o quello indiretto
(tramite le élite locali) inglese.

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