Questo post prosegue l’analisi della posizione sui Brics di
Patrick Bond della quale la Parte Prima è stata pubblicata il 2 maggio, a questo link, e la Parte Seconda
a questo.
Terza stanza: il triangolo e l’arena
Come abbiamo visto nella Prima e Seconda Parte, i problemi
della tensione tra le forme statuali e della logica di valorizzazione del
capitale sono di natura generale e si scalano costantemente sull’intero
“Sistema-mondo”. Ciò avviene anche ora, mentre si sta frammentando
gradualmente. “Sistema-mondo” è, tuttavia, un termine piuttosto ampio,
del quale sono possibili almeno due principali definizioni: in Braudel indica
uno spazio vasto, non esteso all’intero pianeta, nel quale gli scambi interni
prevalgono su quelli esterni e nel quale si determina una qualche autonomia e
autosufficienza. Secondo l’interpretazione di David Harvey, spazi dotati di un
certo grado di “coerenza strutturata”[1]. In
Wallerstein individua, invece, un sistema sociale che ha legami, strutture e
ruoli, schemi di legittimazione coerenti e omogenei; non è, quindi, da
intendere come entità economica (quale la considerava prevalentemente Braudel),
quanto politica. Un sistema mondiale è, per lui, un ente storico fondato
su una divisione del lavoro gerarchica tra centro, periferia e semiperiferie.
Dunque, sono possibili e presenti contemporaneamente diversi
“Sistemi-mondo”, ma dipende da come si intende il termine: sul piano delle
interazioni essenzialmente economiche e funzionali è esistito, almeno dal XVIII
secolo in poi un mondo egemonizzato dall’Occidente, con delle “isole” di
resistenza che progressivamente sono state innestate in modo subalterno (per
nominare le principali, l’India all’avvio del secolo e la Cina tra la fine e
l’avvio del successivo). Sotto questo profilo il mondo comunista, ad egemonia
sovietica tra il 1945 ed il 1989, non è mai stato realmente separato ed
indipendente. Ma partecipava in modo subalterno alla circolazione del capitale
occidentale[2]. Secondo alcune analisi
(ad esempio, secondo la critica di Guevara, alla metà degli anni Sessanta, ma
anche quella di Frank[3]
che la propose alla metà dei Settanta) il “capitale” sovietico doveva necessariamente
intermediare le materie prime della sua area di influenza con le tecnologie (in
particolare civili) occidentali e i prodotti semilavorati. Ciò pena l’impossibilità
di riprodursi. Insomma, assumeva sotto questo solo profilo una funzione
“semi-imperiale”, esportando le materie prime verso i paesi “capitalisti”,
mentre importava ciò che gli serviva per produrre beni che, a sua volta,
esportava verso le periferie entro la propria area di influenza. Invece sul
piano socio-politico i due “sistemi” erano separati, in quanto avevano
rispettivamente legami, strutture e ruoli, schemi di legittimazione coerenti e
omogenei (per usare i termini di Wallerstein).
Abbiamo citato
di passaggio la critica di Guevara, dopo aver descritto quella di Gunder Frank
nella Parte Prima. Si tratta di un pensiero che è stato oscurato dalla forza
mediatica e simbolica della sua aura romantica e morale. Chiaramente, in
particolare per la generazione a lui successiva, “Il Che” è diventato una
figura cristologica e questo ha completamente silenziato il suo pensiero. Un
pensiero non completamente strutturato ed articolato, che trovò una forma
sintetica nel discorso che, allora Ministro del governo rivoluzionario cubano, tenne
in una importante conferenza afroasiatica il 24 febbraio 1965 ad Algeri[4]. Il rivoluzionario argentino
esortò in tale occasione, con la sua tipica determinazione, i popoli
sottosviluppati a combattere contro colonialismo, neocolonialismo e
imperialismo, che per svilupparsi ne determinano il sottosviluppo.
Guevara dirà:
Lo
sviluppo dei paesi, che iniziano il cammino verso la liberazione
(dall’imperialismo) deve pesare sui paesi socialisti […] non può esistere il
socialismo se nelle coscienze non si opera un cambiamento che provochi un nuovo
atteggiamento fraterno di fronte all’umanità, sia di indole individuale, nella
società nella quale si sta costruendo il socialismo o è già stato costruito,
sia di indole mondiale, in relazione a tutti i popoli che soffrono
l’oppressione imperialista.
Quindi, inserendosi
consapevolmente nella discussione che nel campo socialista impegnava Urss e
Cina[5]:
Crediamo
che con questo spirito vada affrontata la responsabilità di aiutare i paesi
dipendenti. Non si dovrebbe più parlare di sviluppare un commercio di mutuo
beneficio basato sui prezzi forzati nei paesi arretrati dalla legge del valore
e dalle relazioni internazionali di scambio ineguale che derivano dalla legge
del valore[6].
Come può essere “reciprocamente vantaggioso” vendere ai prezzi del mercato
mondiale le materie prime che costano ai paesi sottosviluppati sudore e
sofferenza incommensurabili e acquistare ai prezzi del mercato mondiale i
macchinari prodotti nelle grandi fabbriche automatizzate? Se stabiliamo questo
tipo di relazione fra i due gruppi di nazioni, dobbiamo convenire che i
paesi socialisti sono, in una certa maniera, complici dello sfruttamento
imperialista. […] I paesi socialisti hanno il dovere morale di liquidare la
tacita complicità con i paesi sfruttatori dell’occidente. […].
Ne scaturiva una conseguenza
semplice, quanto ardua e pericolosa:
Il
vero compito consiste nel fissare i prezzi che consentiranno lo sviluppo. Un
grande cambio di concezione consisterà nel cambiare l’ordine delle relazioni
internazionali: non deve essere il commercio che stabilisce la politica,
bensì, al contrario, il commercio deve essere subordinato a una politica
fraterna verso i popoli.
La reazione della delegazione
sovietica fu immediata, al ritorno a Cuba Fidel e Raul Castro lo accolsero
solennemente. Ma in una riservata e lunga discussione fu deciso, di comune
accordo, di ridurre drasticamente l’esposizione del comandante Guevara a fianco
della rivoluzione cubana, per proteggerla dalle conseguenze. Gli fu affidato il
comando dell’intervento armato in Africa, precisamente in Congo, dove poco
prima era stato assassinato il presidente Lumumba[7], a sostegno del movimento
marxista dei Simba. La spedizione durò poco, solo fino a novembre; nell’anno
successivo Guevara, soggiornando sia in Europa sia a Cuba, preparò la
spedizione in Bolivia, dove arrivò a novembre 1966 insieme a un gruppo di circa
cinquanta guerriglieri e si insediò in una zona poco popolata con l’appoggio,
che poi si rivelerà ambiguo, del Partito Comunista boliviano. Nel marzo
iniziarono i primi scontri, inizialmente favorevoli. Ma, quando Debray e Bustos
furono arrestati e confermarono la presenza di Guevara, gli Usa mandarono un
contingente di Rangers e impegnarono la CIA nelle ricerche. In una serie
successiva di scontri, sempre più ineguali, si giunse così alla fine alla
cattura e fucilazione di Ernesto Che Guevara, il 9 ottobre 1967. Il suo corpo
tornerà a Cuba solo nel 1991, insieme a quelli di cinque compagni.
Ma torniamo al 1965. Anzi, a
qualche anno prima. La rivoluzione a Cuba aveva trionfato, Guevara da
comandante militare era diventato Ministro dell’Industria e quindi sulle sue
spalle pesava il problema immane di trasformare un’economia coloniale,
arretrata e dipendente dall’estero, imperniata sulla canna da zucchero e pochi
altri prodotti di trasformazione (rum e sigari), in un’economia industriale e
autosufficiente. E di farlo mentre gli Stati Uniti prendevano la via dell’ostilità
crescente, dell’embargo e dei tentativi di rovesciamento militare (come quello
represso dallo stesso Guevara a Santa Clara).
Tra il 1961 e il 1964 si tenne
un aspro scontro entro il comando cubano sul modello da seguire (il cosiddetto “Grande
dibattito”). La prima ipotesi di Guevara fu molto tradizionale[8]: bisognava uscire dalla
monocultura dello zucchero, che rendeva il paese dipendente dall’estero (anche
se ora lo era verso l’Urss e non più verso gli Usa), e andare a grandi tappe
forzate verso l’industrializzazione. Si trattava della stessa strada che, ma in
condizioni assolutamente diverse, aveva seguito Stalin in Urss negli anni Trenta
(alla quale altri opposero quella degli anni Venti[9]). Il fallimento di questo
tentativo, che in sostanza mancava delle necessarie dimensioni, portò Guevara a
sviluppare quei temi che lo renderanno amato da tutto il movimento degli anni Sessanta.
Andando in direzione opposta al mondo sovietico (pur senza avvicinarsi a quello
cinese) per Guevara bisognava infatti superare i limiti della burocratizzazione
e statalizzazione che stavano bloccando la vita economica dell’isola. A questo
fine richiamò i valori e lo spirito della rivoluzione, fece leva sulla
coscienza rivoluzionaria e l’uomo nuovo, quindi sugli incentivi immateriali, la
lotta alla miseria, ma anche l’alienazione. Come dirà nel 1964 nel suo discorso
all’Onu: “ogni vero uomo deve sentire sul proprio volto il colpo inferto sul
volto di qualsiasi uomo”.
Nel suo commento, a lungo
inedito, ai manuali sovietici di economia, Guevara appunterà che la “fraterna
collaborazione” che dovrebbe vivere nel Consiglio del mutuo aiuto economico era
ormai mutata anche nel campo socialista in “fenomeni di espansionismo, di scambio
ineguale, di concorrenza, finanche di sfruttamento e certamente di
sottomissione degli stati deboli ai forti”. Insieme allo spirito
internazionalista e al sostegno solidarista e fraterno, era necessaria dunque la
pianificazione delle risorse, come vedremo allargata a scala sovranazionale.
Ancora nel 1965-66, ovvero nell’ultimo contributo prima che la morte ne
interrompa la riflessione, la pianificazione era quindi ribadita come via
necessaria allo sviluppo del socialismo[10]. Ma una pianificazione nella
quale fossero le masse a essere coinvolte nell’elaborazione degli obiettivi.
Ovvero nella quale il popolo fosse messo in condizione di decidere le grandi
linee (tasso di crescita, divisione tra risparmio e consumo) mentre le scelte
per attuare le direzioni decise restavano agli specialisti.
Si trattava di un pensiero
ancora incompleto e poco sviluppato, che in sostanza propone una divisione del
lavoro tra la capacità di influenza e quella di decisione tecnica. Una tesi non
particolarmente innovativa. Viene avanzata anche da Jurgen Habermas in Fatti
e Norme[11],
certo con ben maggiore articolazione ed in forma diversa, ma resta una tesi che
va nella direzione di forme di pianificazione democratica e socialista le quali
resteranno a lungo all’attenzione della riflessione per tutti gli anni Settanta
e oltre[12]. Ovviamente a Cuba prevalse una linea più pragmatica:
quella filosovietica di Carlos Rafael Rodríguez. Riconoscendo l’impossibilità
di modificare le ragioni di scambio con l’Urss, confermava il ruolo centrale
dell’agricoltura e della canna da zucchero[13]. È chiaro ormai che l’isola, da
sola, restava comunque troppo piccola e dipendente[14]. D’altra parte, in questo modo
sopravvisse.
Dunque, quale è il dilemma?
Come disse Guevara nel 1960 a
una conferenza televisiva[15], ‘senza indipendenza economica
non hanno senso la sovranità nazionale meramente politica’. È una lezione
che già nel Settecento fu appresa da Haiti[16],
ma questa semplice regola si scala a tutti i livelli. Sull’altra
parte della bilancia pesava un semplice fatto. Anche il “campo socialista”
nel suo complesso aveva questa stessa, identica, dura necessità: salendo di
scala al livello di un sub-sistema mondo, questo doveva accumulare abbastanza
potenza per contrapporsi al campo capitalista. Ciò in particolare in quella
tornata di anni decisiva[17]. Il senso del richiamo di
Guevara è che non sembrava esserci spazio tra la relazione ineguale nei
confronti del capitale occidentale (rappresentato di volta in volta, secondo
l’area di influenza, dagli Stati Uniti, o da Francia e Inghilterra), e la
relazione ineguale che si riproduceva da sola, dentro i rapporti di scambio
governati dalla “legge del valore”, anche nei confronti del “capitale”
sovietico. In altre parole, la contrapposizione tra sistemi industriali
dominanti (che richiedono fornitori di materie prime subalterni, a basso costo,
e mercato di sbocco per il surplus) che informava di sé la guerra fredda stringeva
con la sua logica il mondo[18]. Sarà infatti crescentemente
difficile restare “non allineati”.
Questo sembra essere il medesimo
problema davanti al quale sono ora molti paesi Brics.
Insomma,
Guevara in questa fase decisiva pose implicitamente la questione che per
attuare la rivoluzione non bastava battere il “nemico immediato” della propria
borghesia, connessa con le ragioni di scambio ineguali che creavano dipendenza,
perché il “nemico strategico” restava la struttura imperialista in quanto
tale. Questo nemico era chiaramente individuato all’avvio del discorso.
Leggiamo,
infatti:
Cuba è qui a questa conferenza per parlare a nome dei popoli
dell’America Latina. Come abbiamo sottolineato in altre occasioni, Cuba parla
anche di un paese sottosviluppato e di quello che sta costruendo il socialismo.
Non è un caso che alla nostra delegazione sia permesso di esprimere il proprio
parere qui, nella cerchia dei popoli dell’Asia e dell’Africa. Un’aspirazione
comune ci unisce nella nostra marcia verso il futuro: la sconfitta
dell’imperialismo. Un passato comune di lotta contro lo stesso nemico
ci ha uniti lungo la strada. Questa è un’assemblea di popoli in lotta e la
lotta si sta sviluppando su due fronti altrettanto importanti che richiedono
tutti i nostri sforzi. La lotta contro l’imperialismo, per la
liberazione dalle catene coloniali o neocoloniali, che viene condotta mediante
mezzi politici, armi o una combinazione delle due, non è separata dalla lotta
contro l’arretratezza e la povertà. Entrambe sono tappe sulla stessa strada che
porta alla creazione di una nuova società di giustizia e abbondanza. È
indispensabile prendere il potere politico e sbarazzarsi delle classi
oppressive. Ma poi il secondo stadio della lotta, che può essere ancora più
difficile del primo, deve essere affrontato.
Il punto di
Guevara è che senza sconfiggere questo nemico, “al secondo stadio della lotta”,
i paesi sottosviluppati avrebbero necessariamente fallito nel compito di
“creare una nuova società di giustizia e abbondanza”, e avrebbero fallito nella
costruzione del socialismo, che definiva semplicemente come “l’abolizione
dello sfruttamento di un essere umano da parte di un altro”. La posizione
intransigente che propose traeva da questa definizione (l’unica valida a suo
parere), una conseguenza netta: “fino a che tale obiettivo non è raggiunto […]
non possiamo nemmeno parlare di costruzione del socialismo”.
E questa via,
di completa abolizione dello sfruttamento, per essere tale doveva essere
condotta da ogni paese “direttamente e consapevolmente”; “senza essere
complici”, attraverso la trasmissione della dipendenza delle “ragioni di
scambio” che determinano prezzi di sottosviluppo.
Ciò che la
delegazione cubana venne a proporre a questa Conferenza aveva dunque il sapore
di una proposta controegemonica. Un programma-mondo: fissare ragioni di
scambio multipolari che consentano l’effettivo sviluppo di tutti.
Per ottenerlo
bisognava, per Guevara, uscire dalla “logica del valore” e quindi entrare in
una prospettiva espressamente politica e internazionalista; rispondere a
una logica esigente che presupponeva una scelta di campo netta[19]. Una scelta che
cambiasse, interamente, “l’ordine delle relazioni internazionali”.
Questo è solo un inizio. Il vero compito consiste nel fissare
i prezzi che consentiranno lo sviluppo. Un grande cambiamento di idee sarà
coinvolto nel cambiare l’ordine delle relazioni internazionali. Il commercio
estero non dovrebbe determinare la politica, ma dovrebbe, al contrario, essere
subordinato a una politica fraterna nei confronti dei popoli.
Questa
posizione non priva di generosità e nelle condizioni date di eroismo, assomiglia
per qualche verso alla posizione di Bond e, prima, di Frank. Tuttavia, si
differenzia nettamente perché è avanzata con più articolazione, e,
soprattutto, con referenti concreti, statuali e sociali. Referenti inseriti in
un movimento di liberazione che attraversava, in quegli anni, il mondo intero.
Il progetto
prevedeva investimenti nei paesi sottosviluppati, ma in una logica
internazionalista e socialista e non capitalista, dunque, in una “vera
divisione internazionale del lavoro” che non fosse basata sui rapporti di forza
esistenti ma sulle potenzialità immense che, come dice Guevara, lo sviluppo
delle “forze nascoste nei nostri continenti” poteva scatenare. Il rapporto che
Guevara, insomma, propose tra i paesi sviluppati e dotati di surplus effettivo
impiegabile e i paesi da sviluppare al loro potenziale non era fondato sul
debito, che crea dipendenza e fragilità, ma su accordi di scambio paritari,
a prezzi e quantità concordati. Un patto fondato sull’interesse comune al pieno
scatenamento delle potenzialità di tutti. Ovvero di quello che Paul Baran aveva
chiamato il “surplus potenziale”.
Gli stati nei cui territori devono essere effettuati i nuovi
investimenti avrebbero tutti i diritti inerenti alla proprietà sovrana su di
essi senza alcun pagamento o credito. Ma sarebbero obbligati a fornire quantità
concordate di prodotti ai paesi investitori per un certo numero di anni a
prezzi fissi. Anche il metodo per finanziare la parte locale delle spese
sostenute da un paese che riceve investimenti di questo tipo merita studio. La
fornitura di beni negoziabili su crediti a lungo termine ai governi dei paesi
sottosviluppati potrebbe essere una forma di aiuto che non richiede il
contributo di una valuta forte liberamente convertibile.
Chiaramente
questa forma di internazionalismo socialista avrebbe dovuto prevedere
anche il sostegno tecnologico e il massimo potenziamento dell’istruzione.
Questo sviluppo, infine, andava pianificato.
La proposta che
Guevara, come parte della delegazione cubana, portò ad Algeri era insomma di “organizzare
un grande blocco solido”, il quale aiutasse i nuovi paesi[20] usciti dalla
relazione coloniale a liberarsi sia dal potere politico dell’imperialismo sia
dal suo “potere economico”. E di farlo garantendo la coesione rivoluzionaria di
tutti i paesi partecipanti nell’ambito di una divisione del lavoro di nuovo
genere, realmente paritaria e connessa con le proprie migliori caratteristiche
ed esigenze. Un meccanismo cooperativo non fondato sullo sviluppo del
sottosviluppo, bensì sulla crescita comune reciprocamente autosostenuta.
Naturalmente
c’era almeno un’esigente condizione:
dovremmo essere vigili nel preservare il carattere
rivoluzionario dell’Unione, impedendo l’ammissione in essa di governi o
movimenti non identificati con le aspirazioni generali del popolo e creando
meccanismi che consentano la separazione da essa di qualsiasi governo o
movimento popolare divergendo dalla strada giusta.[21]
Causa che è
chiaramente definita: l’indipendenza da ogni forma, per quanto travestita essa
sia, di imperialismo e colonialismo per il pieno sviluppo, libero e armonioso,
delle potenzialità e dell’umanità di ogni popolo, secondo la sua propria
misura.
Questa
posizione rende incompatibile la figura tragica e certamente romantica
di Ernesto Guevara con la necessaria realpolitik che Fidel Castro
dovette seguire per sopravvivere in un mondo grande e terribile.
Oggi, dopo circa sessanta anni, un unico “Sistema-mondo”
ereditato dagli anni ‘Unipolari’ seguiti al crollo sovietico si sta nuovamente
segmentando progressivamente. Fino alla crisi del 2008 appariva ancora
altamente interconnesso sul piano economico e funzionale; ogni area era parte
interdipendente della medesima totalità e nel loro insieme espressione
necessaria del medesimo modo di produzione allargato (capitalistico, se pure
plurale, ovvero con forma “renana”, “anglosassone”, “latina”, “orientale”,
etc.). Nell’ultimo ventennio, via via accelerando, si è progressivamente
frammentato, perdendo coerenza e coesione man mano che l’egemone Usa, e con
esso l’Occidente collettivo (in sintesi l’Europa, il Giappone, alcuni altri
paesi asiatici e dell’area del Pacifico e alcuni paesi del Sud del mondo
stretti alleati) perdevano l’assoluta centralità di cui godevano.
Guardiamo allora all’insieme dei contributi che abbiamo
ricostruito:
-
Patrick Bond critica i paesi Brics perché
non si distaccano dal “sistema mondo” capitalista e, quindi, partecipando ad
esso sul piano economico sono catturati dalla “logica del valore” che è, di
necessità, squilibrante. In definitiva, richiama le concettualizzazioni
principali della ‘Teoria della dipendenza’ (esplicitamente con Ruy Mauro Marini
ed il suo concetto di “Subimperialismo”) per diagnosticare che non ci sono
possibilità di sfuggire agli ‘scambi ineguali’ ed allo sfruttamento. Per tale
ragione, si rifugia nella “frase rivoluzionaria” (Lenin, come abbiamo visto) e
produce una non-prescrizione di disallineamento “apolare” affidato ai “movimenti
antagonisti”.
-
L’ultimo Andrè Gunder Frank, dopo Re-Orient[22], anticipa di
venti anni una mossa abbastanza simile, e dichiara l’impossibilità di uscire
dalla “logica del valore” estesa al “sistema-mondo” (e dunque dal “capitalismo”),
rifugiandosi nella lotta dei “movimenti” (in quel caso “No global”). Anche lui
non esce dal fascino della “frase rivoluzionaria” e per il medesimo motivo, il
senso della sconfitta che tutta la sua generazione vive come orizzonte.
-
I coniugi Patnaik producono una lettura
strutturale della medesima relazione, avendo tuttavia cura sia di aggiornare l’analisi
alle necessità di stabilizzazione del capitale “fittizio” nell’era della
finanziarizzazione, sia di mostrare l’intrinseca forza dei meccanismi di
auto-protezione del capitale, uscendo con ciò dalla lettura moralistica verso
la quale scivola a tratti la posizione di Bond. Tuttavia, nel momento della
prognosi non riescono a uscire dalla tentazione di affidarsi solo alle
periferie ed ai proletariati “esterni”. In sostanza quel che manca è un’analisi
concreta della situazione concreta che si muove dentro la dinamica di potere
effettiva.
-
Ernesto Che Guevara sessanta anni fa si
poneva di fronte ad un dilemma che assomiglia molto a quello espresso dalle
analisi di Bond e dai Patnaik, chiarendo la difficoltà dei paesi che si
riferivano al “blocco sovietico” di uscire da una logica di valorizzazione, la
quale di necessità gerarchizza e funzionalizza. Anche lui scivolava verso la “frase
rivoluzionaria”, ma in un diverso contesto e, soprattutto, avendo referenti
concreti nei neo-stato post-coloniali in una fase nella quale il “Movimento dei
paesi non allineati” sembrava avere forze, capacità e determinazione. Non erano
abbastanza forti, e lo dimostrarono, ma non erano meramente dei movimenti “controegemonici”.
Ora proviamo a immaginare come può essere capita nei termini
di oggi questa proposta, cercando di prenderla al suo meglio, o per le sue potenzialità
migliori. La proposta di Algeri anticipava, in forma embrionale, i tre piani
che oggi si possono concettualizzare come vertici di un triangolo:
-
un'architettura regolativa alternativa (prezzi
concordati, pianificazione sovranazionale),
-
un nuovo rapporto uomo-tecnica-mondo (‘l'uomo
nuovo’, se pure visto essenzialmente in termini etici),
-
e una riorganizzazione dello spazio
produttivo (la vera divisione internazionale del lavoro).
Il suo fallimento storico fu determinato dall'assenza del
soggetto capace di sostenere simultaneamente i tre piani. Oggi la
frammentazione del sistema-mondo riapre la questione. Sta infatti riemergendo
uno schema di cooperazione, complesso e contraddittorio come quello nel quale
agiva Guevara, ed altrettanto se non più, pericoloso.
Come accadde in quegli anni orientarsi non è semplice. Non è,
infatti, ancora visibile il modo in cui esattamente si sta separando il mondo, come
non lo è la profondità delle differenze che si allargano e la natura dei
soggetti che vi si muovono. Ma appare abbastanza in superficie una riduzione
della semi-autonomia dell’economico rispetto al politico e quindi la
creazione di modelli di regolazione socio-politici rivali.
Al contempo, è evidente lo sforzo di vincere la competizione
per l’affermazione dei propri “Complessi tecnici”[23]
che possono trovare senso ed essere sviluppati entro un rispettivo “Sistema
tecnico”[24] il quale deve guadagnare
autonomia e vincere la competizione.
Vincerla, questa è la nostra tesi, articolando un
particolare stile di “incorporazione” tra economico, sociale e politico[25].
Questo complesso potrebbe essere concettualizzato come
triangolo tra Regolazione, Cosmotecnica, Spazio socialmente denso e
granulare.
In questo triangolo:
-
la Regolazione è il vertice delle forme
statuali nel senso pieno: non solo diritto positivo e politica fiscale ma
moneta, coazione, consenso, regime di riproduzione della forza-lavoro, gestione
del rapporto tra valorizzazione del capitale liquido e sua riconversione in
assetti territoriali. È il movimento attualmente in corso: dopo la fase ‘unipolare’,
scambiata per la sua forma fenomenologica dell’estensione dei circuiti di
scambio e della logica capitalista verso quella territorialista, a lungo
perdente, si passa ad una ripresa della seconda. È anche una questione di
competizione e sopravvivenza, promossa in particolare dall’occidente collettivo
che si sente sfidato e opposta, in un singolare rovesciamento, da forze come
quella cinese che si propone come ‘dialogica e responsabile’[26]. Più
che il ‘diritto positivo’, che prende lo spazio del discorso sui valori, qui si
tratta proprio di scivolamento sul piano della mera forza positiva; la dinamica
del valore viene sussunta in quella della forza e la coazione prevale sul
consenso. I regimi di riproduzione della forza-lavoro e la conversione del
capitale in assetti spaziali sono strategicamente governati.
-
Il secondo vertice, la Cosmotecnica, è da
intendere come il luogo dove si pone la questione di quale rapporto
tecnica-cosmo-essere si sta costruendo e riproducendo. Un piano del confronto
tra poli è quello della creazione di “Sistemi tecnici” e il loro rapporto con
mondi-di-vita[27]. Qui, ad un livello
diverso di quello del mero confronto di potenza e di scambio è in questione se
sia possibile una pluralità di tali rapporti (una tecnodiversità[28])
contro il monolito tecnologico del capitalismo occidentale. Non è questione di
sovrastruttura ideologica né della sola base tecnica hard (la lotta per i
microprocessori[29], quella per la
generazione e conservazione efficiente di energia[30],
per il dominio della raffinazione delle ‘terre rare’[31]).
È, letteralmente, il modo in cui la tecnica mondializza un cosmo — cioè determina
un ordine di relazioni uomo-natura-comunità-passato — e lo impone come
necessario. Come allude alla possibilità che si stia uscendo, o si possa
uscire, dal cosmo liberale e la sua tecnica. Come abbiamo visto l’autonomia
tecnica è identificata, sin dall’analisi della scuola americana di Baran e
Sweezy (con la loro enfasi sul dispositivo tecnico, sociale ed economico del
‘capitalismo monopolistico’[32])
e dalla ricezione di Ruy Mauro Marini, come di altri, come uno dei fattori
decisivi della riproduzione del capitale e della creazione di rapporti di
dipendenza. Senza il governo della tecnica nessuna possibilità di sfuggire dai
rapporti di estrazione, come ben sa la Cina.
-
Il terzo, lo Spazio, socialmente denso —
granulare, è il vertice della materialità concreta dei tessuti riproduttivi:
cooperative, comunità, circuiti corti, reti di cura, piccolissima produzione,
infrastrutture di prossimità. O, al contrario, nodi e vertici di catene lunghe,
densi centri che si connettono a periferie lontane, risonanze. Qui i Patnaik nei
loro contributi più recenti[33] provano
a ricostruire il soggetto politico[34] tramite
un’alleanza operai-contadini via cooperatizzazione volontaria. Ancorandosi,
quindi, a segmenti ‘interni’ ma subalterni del ciclo economico-produttivo. Bond
tenta di ancorare, molto più debolmente, la sua “anti-polarity” ai soggetti
antagonisti, ma liquidi ed integralmente ‘esterni’ (almeno nel momento dell’espressione
politica), dei contro-vertici 99%. Qui potrebbe essere richiamata anche la
tradizione che risale ad autori come Lefebvre[35],
riletti tra l’altro anche da David Harvey[36],
che identificano un potere collettivo alla formazione dello spazio e lo
riconoscono come forma di concentrazione – e riproduzione – del surplus
produttivo. Lo spazio non è un mero contenitore, quanto la condizione di una
esistenza prodotta socialmente attraverso pratiche e strutture di riconoscimento.
Ogni attività sociale, alle sue diverse scale, è sempre spazializzata.
In una prospettiva che ricerca il piede per rimettere in
questione il conflitto egemonico occorre comprendere la dinamica che si
istituisce tra questi tre vertici: Spazio, Cosmotecnica, Regolazione. Vertici
che si stabilizzano nel concetto di “Piattaforma tecnologica”[37]: un
costrutto di sintesi che cerca di tenere insieme questi piani. Sintetizzabile
come un set di funzionamenti essenziali, punti di convenienza e vantaggio per
diversi gruppi e ceti sociali determinati da network di tecnologie convergenti
e reciprocamente rafforzanti. Network di “sistemi tecnici” coordinati non
solo dall’insieme di skill favorite da queste e di know how privilegiati, ma
anche da norme sociali e giuridiche che si affermano nella sfera pubblica e
privata, e infine da pacchetti di incentivi pubblici e privati (entrambe, norme
e incentivi, coinvolti nell’affermazione del network di tecnologie). Una
“Piattaforma tecnologica” è, inoltre, sempre connessa con un assetto
geopolitico che la rende vincente (e in ultima analisi possibile). È connessa
strettamente con visioni del mondo, cosmologie, e con soggettivazioni sociali
e individuali.
Dato che il processo normale, fisiologico, del modo di
produzione (che è sempre produzione di senso e di umanità, oltre che di
merci) imperniato sul ‘capitale’ e l’appropriazione individuale è di sua natura
squilibrante esso crea continuamente, e dinamicamente, addensamenti e
diradamenti. In particolare, di tre generi:
-
Fisici (ovvero di capitale fisso sociale,
infrastrutture, patrimoni immobiliari),
-
Sociali (strutture di ineguaglianza e di
riconoscimento),
-
Culturali (densificazione di striature
comunitarie e loro continua riarticolazione e dissolvimento).
Addensamenti, si veda bene, che avvengono anche negli Spazi
che fisici in senso classico non sono, ma che hanno ormai una loro,
concreta, materialità, se pure sui generis (quelli delle reti, delle
piattaforme). Dunque, la dinamica che si istituisce e continuamente ricrea tra
i tre vertici istituisce margini diradati, sempre nuovi perdenti e sempre
rinnovati vincenti. Il modello centro-periferia, con la sua potente metafora
geografica, alla quale pensano, restandone contemporaneamente sia attivati sia
intrappolati, sia Bond come i Patnaik, trova in questa concettualizzazione
“triangolare” sia un’espressione sia una destabilizzazione. Ciò perché la sfida
consiste nell’abitare le tre dimensioni, e, talvolta, agire l’una verso
o contro l’altra.
In sostanza si può dire che Bond, ed anche i Patnaik
criticano i Brics, in quanto risposta statuale ad un’egemonia che opera entro
il “triangolo”, invece di esserne esterna. Ricercano, per questo, un soggetto
almeno parzialmente “esterno”, nei “margini”. Se pure questo soggetto è nei due
casi diverso (i militanti “liquidi”, post-classisti, dei “movimenti
internazionalisti”, da una parte, e la revisione dell’alleanza terzomondista
tra “lavoratori” contadini-operai intorno ad aggregazioni comunitarie
territoriali, spazializzate, e cooperativistiche, per i Patnaik), ha in comune
che è pensato “fuori” della dinamica triangolare nella quale oggi si pone la
questione del potere. Il modello dei Patnaik abita lo spazio, confligge per
la regolazione dei rapporti di riproduzione e lavoro, ma non scala al livello
al quale si può porre la sfida. Il livello del conflitto multipolare. Bond è su
posizioni ancora più ristrette, abbandona la lotta per la regolazione e per la cosmo-tecnica,
per sfiducia nella sua effettiva possibilità ed eccesso di critica, e si
rifugia nella tradizionale mossa del ‘Marxismo occidentale’, le mobilitazioni “moltitudinarie”.
Si tratta della solita ricerca un luogo “altro” dove in
purezza creare una propria ecclesia. E poi, da questa, avviare la transizione
ad un nuovo mondo (negoziando, nel modello federalista comunitario dei due
indiani con un centro “socialista”, o secondo un non ben chiaro salto
direttamente nel futuro post-statuale in quello del geografo sudafricano). Una
prospettiva che ricade nella critica leniniana alla “frase rivoluzionaria” che
abbiamo letto nella Parte Prima.
Da un lato è indubbiamente vero che il capitale
finanziario è intrecciato e distinguibile solo analiticamente o per la massa di
presa a terra (la localizzazione), con le sue forme spazializzate, come il
capitale industriale o quello territoriale. Come è vero che, per dirlo con i
Patnaik, “l'imperialismo è una componente essenziale del
capitalismo metropolitano”[38].
Ma, d’altro lato, ciò non coincide con un unico
centro geopolitico (ad esempio, con il network rappresentato pro-tempore da
Trump) bensì si distribuisce ed articola in molte arene, in parte competitive
in parte intrecciate. E alcune di queste sono i Brics stessi, anche qui
in modo differenziato e per diversi gradi di semi-autonomia.
Al massimo grado di semi-autonomia troviamo dunque il grande
sistema cinese, che solo molto marginalmente, e sempre meno, può essere inteso
come sub-imperiale rispetto all’egemone “Occidente”. Soprattutto nell’ultimo
decennio, e sempre più visibilmente dalla crisi del Covid ad oggi, in un
quinquennio nel quale si sono presentate sempre nuove crisi di riproduzione del
capitale e sempre più ampie ed accelerate, la Cina sta guadagnando sul piano Cosmotecnico
una sempre maggiore indipendenza e in alcuni caso preminenza. E lo sta facendo
senza rinunciare a proiettare esempi di forme sociali semi-comunitarie ad esempio
teorizzate da Fei Xiaotong con l'esperimento della ‘Cooperativa di
Kaixiangong’[39], nel quale Fei Xiaotong
propone una diversa modellazione cosmotecnica e spaziale, debole sul piano
regolativo[40]. Altro caso, il ‘riformismo
dall’alto’ di Liang Shuming (梁漱溟)[41].
Ancora, a livello urbano, con le ‘Comunità azionarie
urbane’ di Shenzhen[42],
che gestiscono aree incorporate nel velocissimo sviluppo urbano, o con modelli
di partnership rurale[43],
azionariati diffusi anche in grandi e grandissime imprese.
Prendiamo un caso più da vicino, Huawei[44].
La società non è quotata in borsa ed è formalmente “proprietà al 100% dei
dipendenti”. Il fondatore, Ren Zhengfei, detiene circa l'1% delle quote; il
restante 99% è detenuto dalla Union of Huawei Investment & Holding,
un'entità sindacale che gestisce le quote per conto di circa 130.000 dipendenti
ed ex dipendenti azionisti. Non esiste nessun investitore esterno, nessun
fondo, nessuno stato proprietario[45]. I
dividendi sono distribuiti annualmente — nel 2021 Huawei ha distribuito 61,4
miliardi di yuan (circa 9,65 miliardi di dollari) ai propri
azionisti-dipendenti. Questo produce un regime proprietario che non è
descrivibile in termini occidentali. Non è capitalismo azionario[46].
Non è proprietà statale, non è cooperativismo classico (non c'è il principio “una
testa un voto”). È un ibrido nel quale la proprietà collettiva dei lavoratori
coesiste con un potere fondativo del patriarca-fondatore, entro un quadro
giuridico socialista che non riconosce la proprietà privata del suolo ma
riconosce la proprietà collettiva dell'impresa. Sul piano regolativo, il punto
cruciale è che questa struttura impedisce la scalata ostile, la
pressione degli azionisti istituzionali per la massimizzazione del valore a
breve, la fuga di capitale dall'azienda verso rendimenti finanziari superiori.
Il capitale resta dentro e viene reinvestito. Huawei spende circa il 25% del
fatturato in R&D. È questa struttura che ha reso possibile la corsa
tecnologica che ha portato Huawei dalla posizione di assemblatore di centraline
nel 1987 a leader mondiale nel 5G nel 2019 — e che ha reso possibile la
sopravvivenza sotto le sanzioni americane dal 2019 in poi, quando qualsiasi
azienda quotata sarebbe stata smembrata dal panico degli investitori.
L’azienda ha una cultura interna che chiama “del lupo” (lánglì
wénhuà[47]) ma
i dipendenti lavorano anche per sé stessi in un contesto duro[48]. Peraltro,
questo si lega con una pressione socio-collettiva che è in parte tradizionale
(suzhi), in parte derivante da un modello comunista (dianxing). La struttura
che ha consente di pensare a lungo termine. Quindi investe somme enormi per
scalare tecnologie come i semiconduttori o i sistemi operativi, vincendo sfide
che in occidente sono considerati impossibili[49]. L’azienda
incoraggia la permanenza a lungo termine della sua forza lavoro intellettuale
(nel campus Bantian a Shenzhen, lavorano e vivono decine di migliaia di
ricercatori).
L’azienda sta costruendo infrastrutture di comunicazione in
tutto il Sud globale e non intermedia surplus per conto dell’occidente. Marini
nel 1965 diceva del Brasile: “l'irrazionalità dello sviluppo capitalistico
deriva dall'impossibilità di controllare il suo processo tecnologico”. Huawei è
la risposta cinese a quella impossibilità, passando per i tre nodi della regolazione
collettiva della proprietà, una cosmotecnica autonoma e una spazialità sociale
e fisica densa e proiettiva.
In senso più generale, sul piano della Regolazione, la
Cina cerca di conservare contemporaneamente le relazioni funzionali con
l’Occidente, con il quale è strettamente intrecciata (e non potrebbe e dovrebbe
essere diverso) e al contempo salvaguardare le proprie forme di
organizzazione del lavoro, del sociale e, ovviamente, del politico, come si
è visto.
Sul piano dello Spazio, si sforza di gestire processi
secolari e millenari di assorbimento/omogeneizzazione delle immigrazioni
interne[50],
rapporti con paesi ‘tributari’ di fatto esterni[51],
processi di costruzione di capitale fisso sociale e infrastrutture sempre più
rapido[52],
riequilibrio centro-periferia e città-campagna che restano problemi di grave
momento[53].
A livelli, via via meno separati, e più intrecciati in modo
subalterno (ovvero “Semi-periferico” o “Sub-imperiale”, secondo il punto di
vista) troviamo grandi paesi di primo piano come l’India[54],
a cavallo tra i sistemi, la Russia[55]
che da alcuni anni si è sempre più radicalmente separata, dopo aver preso negli
anni di Putin una netta autonomia Regolatoria e rivendicato autonomia spaziale,
spostando l’attenzione sul suo vasto Est.
Ma tra i Brics troviamo anche paesi nettamente neoliberali,
come il Sud Africa[56],
o paesi storicamente filoOccidentali come l’Arabia Saudita[57],
l’Egitto[58], e via dicendo. In tali
casi comunque appare evidente che il decentramento, la dematerializzazione ed
il controllo della finanza stanno perdendo la loro capacità di controllo e
ricatto. Ne sono esempi recenti la sostanziale inefficacia delle sanzioni senza
precedenti alla Russia[59],
la sopravvivenza di lungo periodo di paesi grandi come l’Iran, che sotto
sanzioni riesce ad armarsi e sfidare la potenza combinata di Usa e Israele[60],
la costruzione delle contromisure come il sistema CIPS[61],
la riduzione delle riserve in dollari[62].
Poi troviamo paesi grandi ed importanti come il Brasile. È
il caso originario del subimperialismo di Marini ed è il caso che più di ogni
altro mostra la natura oscillatoria della posizione semi-periferica. Il Brasile
di Lula (2003-2010, poi 2023-oggi). Il presidente brasiliano ha tentato una
parziale autonomia regolativa[63],
senza mai rompere con il regime neoliberale di fondo[64].
Sul piano Cosmotecnico, il Brasile resta
strutturalmente nella posizione diagnosticata da Marini: dipendente dalla
tecnologia importata nei settori avanzati, con eccezioni settoriali
significative ma non sistemiche (Embraer nell'aeronautica, tecnologia
petrolifera in acque profonde di Petrobras, agricoltura tropicale ad alta
tecnologia). La ri-primarizzazione dell'economia — l'agribusiness della soia,
la carne, il minerale di ferro verso la Cina — conferma la diagnosi di Bond
sulla catena del valore: il Brasile esporta materie prime e commodities e
importa manufatti e tecnologia, con un surplus commerciale che maschera una
subalternità strutturale nella divisione del lavoro.
Sul piano Spaziale, la frattura è tra il Brasile
dell'agribusiness latifondistico[65] e
il Brasile del MST[66],
delle favelas, del Nordeste, dell'Amazzonia. Il MST è il caso più vicino alla
proposta patnaikiana del 2025 di alleanza worker-peasant via cooperatizzazione
volontaria: ha cooperative di produzione, scuole proprie, formazione politica,
circuiti di distribuzione — ma opera in un regime regolativo che non lo
protegge e spesso lo ostacola. Sotto Bolsonaro (2019-2022) le occupazioni di
terra sono state criminalizzate e le politiche agrarie riorientate verso
l'agribusiness. Sotto Lula III la situazione è migliorata ma il MST resta
interstiziale — costruisce spazio denso e granulare ma non scala al livello
della regolazione nazionale. È, in questo senso, il caso che conferma
simultaneamente la forza della diagnosi patnaikiana (il soggetto esiste, è
radicato, ha materialità) e il suo limite (non governa il vertice regolativo e
non controlla la cosmotecnica)[67].
Conclusione: la finestra, orizzonti
Per concludere, ciò che si può vedere, con questa lente, è
che l’oggetto Brics non è tale. Ogni suo attore è sia partecipe sia
in tensione con l’imperialismo (e quindi il capitalismo) e la sua modalità
di Regolazione, le sue Cosmotecniche e le modalità di espressione Spaziale.
Dipende da cosa si guarda, da quale spigolo.
Nel suo complesso l’aggregato dei Brics, con l’enorme
eterogeneità che lo contraddistingue, non è però completamente omologabile al
sistema centrale, imperiale, pur partecipando ad alcuni suoi aspetti, e
competendo per altri.
È, quindi, l’area nella quale, intendendola come Arena di
scontro, una parte non secondaria della lotta per un mondo diverso può
essere combattuta.
In una prospettiva di costruzione dell’orizzonte di
possibilità del post-capitalismo (o, è lo stesso, del post-imperialismo, o
almeno di una forma con essi meno compromessa nella quale si possa porre la
questione dell’uomo e del sociale) immaginare il soggetto-di-trasformazione
è una delle mosse più classiche dell'analisi marxista. Tuttavia, occorre evitare
un errore: esso “non sorge dalla terra”. Deve essere costruito, e non è
immaginabile come un monolite secondo la tradizione dell’idealismo europeo[68]. Per
costruirlo serve abitare in modo diverso nel triangolo. In una prospettiva
che non può essere meramente reattiva/riproduttiva. Non solo delinking (o
questo più al modo del Guevara del Discorso di Algeri[69],
di relazioni intrecciate, che alla Amin[70]),
e non, sicuramente, a-polismo alla Bond.
Se infatti, da una parte, è sicuramente vero che i Brics
sono strenuamente impegnati nella conservazione del loro capitale e minacciati
dai “quattro meccanismi” di Patnaik, è pure da considerare che sono costantemente
un’arena. E, precisamente, arena cosmotecnica che, almeno nel caso
cinese[71],
possono essere allusione ad un uomo e mondo diverso. Ovvero, secondo la
prospettiva generosamente e tragicamente al tempo stesso proposta da Guevara,
muovere dal comune interesse alla sicurezza reciproca e al pieno scatenamento
delle potenzialità di tutti. Cioè all’espressione di quello che Paul Baran
chiamava il “Surplus potenziale”[72]
di tutti.
All’indipendenza da ogni forma di imperialismo e
colonialismo per il pieno sviluppo, libero e armonioso per quanto possibile (e
lo sarà sempre in modo imperfetto e conteso) delle potenzialità e dell’umanità
di ogni popolo secondo la sua propria misura.
D’altra parte, quel che di fatto sta già accadendo in questi
ultimi anni è che il Sistema-mondo sta uscendo dalla sola logica del valore
(ovvero dall’unipolarismo imperiale universalista della mondializzazione), ma
per la porta del mero potere. Per sfuggire torniamo a guardare a ciò che
Guevara, di fronte all’incipiente fallimento anche del ‘campo socialista’, propose.
Sul vertice della Regolazione, una nuova architettura (prezzi
concordati, quantità programmate, crediti a lungo termine senza valute
convertibili, proprietà sovrana sugli investimenti, pianificazione a scala
sovranazionale). Sul vertice Cosmotecnico, immaginava che alla base ci
dovesse essere un “uomo nuovo” nel rapporto tra uomo, lavoro, tecnica e mondo,
fondato su un’etica del riconoscimento. Sul vertice spaziale, restava
troppo in alto ed indeterminato, senza essere in grado di liberarsi dei suoi
presupposti industrialisti che condivideva con tutta la sua generazione.
Ciò deriva dalla circostanza che si trattava, in fondo, di
un abbozzo. Nella Cuba degli anni Sessanta le tensioni spaziali e le forme di
socializzazione relativa (e riproduzione) erano profonde. Il latifondo che era
la forma spaziale dell’economia di piantagione e dei bateyes, ereditato dal
colonialismo spagnolo e neocolonialismo americano, faceva sì, al momento della
rivoluzione, che il 46% della terra fosse posseduta dall’1,5% della
popolazione. Ai Centrales (gli zuccherifici) si opponevano i bateyes
(comunità-dormitorio di braccianti). Qui lo spazio produttivo e riproduttivo
era diretta emanazione della catena del valore internazionale[73].
Nelle montagne orientali (la Sierra Maestra, dalla quale
partì la rivoluzione) esistevano piccole comunità di precaristas e squatters,
senza proprietà e dediti ad economia di sussistenza e modesti scambi basati su
caffè e tabacco. Esistevano prima della rivoluzione numerose piccole
associazioni che furono incorporate nel movimento rivoluzionario.
La prima mossa fu la “Legge n.3 dell’Esercito Ribelle”, che
attribuiva la terra ai lavoratori. Poi razionalizzata dalla Riforma agraria del
1959 (400 ettari come limite al possesso di terra) e costituzione dell’INRA di cui
Guevara fu il primo Presidente. Nel 1961 esistevano 622 cooperative di canna da
zucchero, 263 fattorie statali (Granjas del pueblo) e 31.425 titoli di
proprietà privata distribuiti gratuitamente a contadini (lotti da 28 ha). Poi nel
1963 si va verso una maggiore statalizzazione, le centrali di produzione
zuccheriera erano ibridi tra cooperazione e controllo statale, con l’INRA come
supervisore.
Per quanto riguarda le città, l’Avana in particolare, da
città-periferia globale (casinò, turismo internazionale, servizi, economia
informale, analfabetismo) si passò ad un imponente tentativo di suturare il
rapporto con la campagna, tramite una campagna di alfabetizzazione del 1961,
operando sulla regolazione, il rapporto tra conoscenza, lavoro e comunità, la
riduzione con la periferia.
Questo è il contesto dello scontro citato, tra il 1961 ed il
1964, del “Grande dibattito”. Si opponeva il modello della industrializzazione
rapida alla Guevara a quello della specializzazione zuccheriera alla Rodríguez.
Il modello di tecnica-mondo-produzione proposto da Guevara presupponeva l’importazione
di tecnologia (sovietica), mentre quello di Rodríguez presupponeva accettazione
della posizione nella divisione internazionale del lavoro. Entrambe determinavano
una subalternità: il primo cosmotecnica, e quindi il rischio di estrazione via
ragioni di scambio ineguali (la critica di Marini sul Brasile); il secondo regolatorio
sul piano internazionale, Cuba restava in uno spazio funzionale.
Questa ed altre esperienze mostrano che quando si sposta un
sistema di regolazione si creano dei vuoti. In questi si determina una tendenza
alla crisi sociale che potrebbe essere molto difficile da gestire (in
particolare in presenza di un controegemone esterno pronto a sfruttarla). Il caso
storico più rilevante e facile è quello della perestrojka. Gorbačëv
destabilizzò la Regolazione (e la sua immagine simbolica ed ideologica) senza
avere una Cosmotecnica autonoma (anzi, contando su quella occidentale), né uno Spazio
sociale capace di assorbire le tensioni della transizione. Il risultato fu l’allargarsi
della distanza tra città e campagna e tra le diverse Repubbliche, ed il
collasso.
Questa è la ragione primaria della prudenza cinese. In
particolare, della strategia di procedere tastando le pietre (la formula
di Deng): non spostare la Regolazione prima di avere un appoggio nello Spazio,
non accelerare la transizione cosmotecnica prima di aver consolidato la base
sociale. Ma anche di quella indiana.
In questo quadro una cosmotecnica autonoma (ovviamente in
senso parziale) crea le condizioni di controllare le proprie modalità di
produzione dell'umano e del valore (le due cose insieme), e quindi di modulare
i termini della transizione. Ma bisogna operare su tutte e tre le dimensioni
contemporaneamente. Delle tre la Cosmotecnica è la condizione abilitante —
perché controllare le proprie modalità di produzione dell'umano e del valore
permette di modulare i tempi della transizione invece di subirli.
In definitiva, il punto è che ogni possibilità reale
non potrà che essere ‘sporca’, fatta di fango nel quale strisciare, come
scrisse Lenin, ma al contempo dovrà alzare lo sguardo. E rischiarsi nel
triangolo in cui le mere “frasi rivoluzionarie” non servono, se non a
consolarsi. Su arene cosmotecniche e di potere in cui la scommessa non è
difendere un esistente ma costruire un'alternativa che, per esserlo, deve
essere simultaneamente regolativa (potere statuale capace di proteggere
lo spazio di sperimentazione dai quattro dispositivi coattivi), cosmotecnica
(rapporto tecnica-cosmo non riducibile al modello occidentale) e radicata
nello spazio denso (tessuti granulari che fanno da sostanza materiale).
Nessuna nostalgia può abitare in questo spazio, non quella
per il movimentismo del Novecento che abita il discorso di Bond, né la generosa
difesa interstiziale, così radicata nella cosmotecnica e spazialità indiana, di
Patnaik nel 2025.
Se quello dei Brics è un mito, e per molti versi lo è,
bisogna evitare di ricadere in uno più antico, l’idea che la salvezza possa
darsi fuori del mondo.
[1] -
Cfr. Visalli, A., Dipendenza. Capitalismo e transizione multipolare, Meltemi,
Milano 2020, p. 416
[2] - Se
quello sovietico fosse “capitale” in senso marxiano sovietico è questione
altamente complessa e che esula largamente dagli scopi di questo testo. Sotto
un certo profilo non lo era, nella misura in cui non poteva essere mobilitato
internamente per l’acquisto di mezzi di produzione. Ma si può provare a dire
che, pur non essendo soggetto alla spinta immanente all’autoaccrescimento (e,
per questo, giudicato ‘stagnante’ in Occidente), la tendenza immanente al potenziamento
delle forze produttive, e quindi per necessità alla necessaria accumulazione di
capitale (almeno “fisso”) a questo scopo orientato, era trasmessa dalla
competizione geopolitica vitale con il sistema capitalistico. Quindi, se pur
non in via prioritaria ma indiretta, alcune dure logiche transitarono nel
sistema socialista e si irradiarono a tutti i suoi livelli, generando ai
livelli di minore differenziazione e potenza una sorta di “dipendenza” sui
generis.
[3] -
Cfr., Visalli, A., Dipendenza, op.cit., p. 184.
[4] - Il discorso: https://www.marxists.org/archive/guevara/1965/02/24.htm
[5] - A partire dalla morte di
Stalin (1953) e dagli esiti del XX Congresso del PCUS, la dirigenza cinese
aveva cominciato a divergere dalla linea sovietica. La critica inizia con Sui dieci grandi rapporti, pubblicato ma
Mao Tse Tung nel 1956; la traiettoria sovietica diventa “un monito”. Bisogna
sviluppare l’agricoltura e anche l’industria, ma quando nel 1958 il “grande
balzo in avanti” mostrò i suoi limiti, le relazioni sino-sovietiche entrarono
in difficoltà. Nel 1960 l’Urss denunciò i contratti esistenti e ritirò gli
esperti dalla Cina. Segue un processo di svolta a sinistra, volto a riaffermare
la lotta di classe nel partito che accelera fino alla “rivoluzione culturale”
annunciata nel 1966. La svolta arriverà con l’XI Comitato Centrale del PCC che,
nel 1978, elesse Deng Xiaoping.
[6] - Qui si tratta di un passaggio
di grande densità teorica, direttamente connessa con la “teoria dello scambio
ineguale” a quell’epoca avanzata dalla scuola di Baran e Sweezy (con il quale
era in contatto) e dagli economisti sudamericani Furtado, Dos Santos, Ruy
Marini e altri. Nel discorso Guevara indica la necessità di avviare scambi
rapportati alle esigenze di sviluppo dei paesi e non fondati sul cosiddetto “valore
di mercato” (ovvero sui rapporti di forza globali), di completare l’offerta
seguendo la catena del valore e non limitandosi alla esportazione delle materie
prime, di avviare nuove relazioni di cooperazione nel campo socialista per
fornire tecnologie, competenze e capitali adatti a questo sviluppo (in cambio
di accordi pluriennali di scambio di merci a prezzi politicamente fissati), e,
non certo ultimo, di avviare una pianificazione a scala regionale (ovvero
sovranazionale).
[7] - Patrice Lumumba (1925-1961) è
stato leader del processo di indipendenza congolese e primo ministro della
Repubblica del Congo da giugno a settembre 1960. Nazionalista e panafricanista,
guidò il Movimento Nazionale Congolese dal 1958. Dopo l’indipendenza dal Belgio
scoppiò una rivolta nell’esercito (i katangan) durante la quale egli si rivolse
per aiuti prima alle Nazioni Unite (e quindi agli Usa) e poi all’Urss. Questa
mossa gli costò la vita, per cui quando diventò presidente Mobutu (ex capo di
stato maggiore e non lontano dai katangan), con la supervisione e l’appoggio
dell’ex paese coloniale, il Belgio, e degli Usa, fu incarcerato e giustiziato.
Divenne un mito: in tutte le manifestazioni panafricane negli anni Sessanta,
l’immagine di Lumumba, insieme a quelle di Ho Chi Minh e, dopo il 1967, di Che
Guevara erano onnipresenti.
[8] - A chi proponeva nel 1961 una
sorta di “Nep”, un socialismo di mercato nel quale si lasciasse autonomia alle
aziende nella ricerca del profitto, Guevara opponeva – anche confusamente – una
pianificazione centralizzata, con beni e servizi in parte gratuiti.
[9] - Peraltro, nel suo slancio
Guevara attribuì i problemi del socialismo all’implementazione della stessa
Nep, grazie alla quale “i quadri si sono alleati al sistema, costituendo una
casta privilegiata”, e condusse a riradicare, a suo dire, il capitalismo nella
Urss di Brèžnev. Una tesi evidentemente leggerina sul piano storico.
[10] - Nel discorso del 1965 dirà,
in proposito: “La pianificazione è una delle leggi del socialismo e senza di
essa il socialismo non esisterebbe. Senza una corretta pianificazione non vi è
alcuna garanzia adeguata che tutti i vari settori dell’economia di un paese si
combinino armoniosamente per fare i passi avanti richiesti dalla nostra epoca. La
pianificazione non può essere lasciata come un problema isolato di ciascuno dei
nostri piccoli paesi, distorti nel loro sviluppo, possessori di alcune materie
prime o produttori di alcuni prodotti fabbricati o semilavorati, ma carenti
nella maggior parte degli altri. Fin dall’inizio, la pianificazione dovrebbe
assumere una certa dimensione regionale al fine di mescolare le varie economie nazionali
e quindi realizzare l’integrazione su una base che è veramente di reciproco
vantaggio”.
[11] -
Habermas, J., Fatti e norme, Contributi a una teoria discorsiva del diritto
e della democrazia, Guerini e Associati, Napoli 1996 (ed. or. 1992).
[12] - Si veda M. Löwy, Compagno di viaggio, in “Il Manifesto”,
7 ottobre 2007.
[13] - Anche se bisogna dire che furono
scambiate con Urss e Cina a valori superiori al prezzo di mercato.
[14] - Certo manifestò anche momenti
di indipendenza, come quando appoggiò in Angola i rivoluzionari, contro la
linea dell’Urss, ma si piegò ad appoggiare l’invasione della Cecoslovacchia
(1968) e iniziò a smarcarsi solo nel 1987, quando Fidel, al ventennale della
morte del Che, ne rievocò la figura marcando la sua figura eretica.
[15] - “Tutti questi concetti di
sovranità politica, di sovranità nazionale sono fittizi se non c’è, accanto a
essi, l’indipendenza economica. La sovranità politica e l’indipendenza
economica vanno di pari passo. Se non c’è economia propria, se si è dominati
dal capitale straniero, non si può essere liberi dalla tutela del paese dal
quale si dipende, tanto meno si può fare la volontà del paese se questa urta
contro i grandi interessi della nazione che lo domina economicamente”.
[16] -
La prima rivoluzione
anticoloniale della storia fu quella guidata da Touissant Louverture, che
riuscì a scacciare i dominanti francesi da Santo Domingo ed Haiti. Dopo aver
vinto militarmente il giacobino nero si pose il problema della indipendenza
economica e, a tal fine, ben prima di Lenin, cercò di utilizzare anche i saperi
ed i tecnici “bianchi” per far funzionare l’industria dell’isola, ovvero la
produzione e raffinazione dello zucchero per esportazione. Ma per ragioni
interne ed esterne fallì e l’isola ripiombò in una dura economia di
sussistenza, gravata da ingenti debiti esteri, resi necessari per raggiungere
un compromesso militare. La Francia, in questo modo, ripristinò per via
economica il controllo, al quale in seguito subentreranno gli Stati Uniti.
Domenico Losurdo, La lotta di classe, Laterza, 2013, p.308.
[17] - Si possono leggere le
riflessioni condotte nel corso degli eventi dai “Monthly Review”,
raccolti in La controrivoluzione globale, e quelle di pochi anni
successivi di A.G. Frank in Riflessioni sulla nuova crisi economica globale.
La divisione del lavoro che si istituisce a partire dagli anni Settanta,
e che a Cuba è evidente a partire dalle conseguenze della “baia dei porci” e
della “crisi dei missili”, prevede che i paesi socialisti si connettano alla
catena di trasmissione del capitalismo mondiale grazie alla creazione di un
sempre maggiore surplus verso i paesi sottosviluppati d’area.
[18] - Questa dichiarazione, 1960,
era rivolta al capitale americano, ma può essere estesa: “I capitali
stranieri non si muovono per generosità, non si spostano per fare un nobile
gesto di carità, non si muovono né si mobilitano per il desiderio di
affratellare i popoli. Il capitale straniero si muove solo per il desiderio di
aiutare sé stesso. Il capitale privato straniero è l’eccedente in un paese che
si trasferisce in un altro allo scopo di ottenere guadagni maggiori. Quello che
muove il capitale d’investimento privato straniero non è la generosità, ma il
guadagno”. E ancora: “Il fenomeno dello scambio diseguale tra paesi
industrializzati ed economicamente dipendenti si manifesta nei suoi aspetti più
brutali con il colonialismo. Però i paesi completamente indipendenti
rischiano anche di trovarsi chiusi nella prigione del mercato capitalista,
poiché i grandi paesi industrializzati si impongono sulla base dell’elevato
sviluppo tecnico. I grandi paesi sviluppati cominciano, dopo l’indipendenza, a
esercitare sugli Stati liberati una specie di ‘succhiamento’ e dopo alcuni anni
sono maturate le condizioni per una dominazione politico-economica. Intervista concessa a “Révolution Africaine”,
Algeri, 23 dicembre 1964.
[19] - Nel discorso chiarisce che
bisogna stare in un campo interamente, non giocare di sponda con l’altro,
pensando che prendere il meglio risponda al proprio interesse. Chiarisce il
rischio degli investimenti diretti capitalisti, che sembrano aiutare ma accentuano
la concorrenza tra i poveri e la specializzazione non pianificata, o meglio
pianificata da altri, per gli interessi del capitale monopolistico e dunque, a
lungo termine, soggetto al rischio di ritiro, alla trappola del debito,
all’approfondimento della dipendenza. Tutte cose che puntualmente si
verificheranno, in particolare dopo il ciclo di richiamo degli investimenti
diretti e dei capitali negli anni Ottanta. Del resto, come tutta la letteratura
della dipendenza mostra, lo sviluppo per vie esterne, basato sui crediti e sul
capitale occidentale, in quanto mosso per le esigenze di valorizzazione del
mercato mondiale, da attori operanti su di esso (le aziende multinazionali),
spesso stabilisce una base industriale “sproporzionata rispetto alle attuali capacità”,
e produce merci che non sono consumate internamente.
[20] - La conferenza cadde in
qualche modo a metà del processo di decolonizzazione, quando in numerosi paesi
erano in corso lotte anticapitaliste o comunque anticolonialiste. Guevara citò
in proposito il Laos, la Guinea portoghese, il Sudafrica, la Palestina, il
Venezuela, il Guatemala e la Colombia.
[21] - Sembra di leggere echi
lontani della polemica tra Urss e Cina, che si manifesta in evidenza nel XXII
Congresso del PCUS (1961) intorno al caso dell’Albania. I cinesi sostenevano
che il campo socialista dovesse evitare di disperdere forze aiutando paesi “non
allineati”, al contrario concentrando le risorse sui paesi più bisognosi (la
Cina stessa, ovviamente, o Cuba, l’Algeria). I sovietici, rigettando la tesi
della “tigre di carta”, sostennero l’esistenza e la rilevanza di un “terzo
campo”, e quindi tennero in vita rapporti di aiuto e cooperazione verso paesi
come l’India e l’Egitto.
[22] -
Frank, A.G., ReOrient: global economy in the Asian Age, University of
California Press, Berkley, 1998.
[23] -
Possiamo chiamare “Complesso tecnico”
un dispositivo che eroga un set di funzioni coordinate. Un ciclo produttivo
altamente automatizzato, un nuovo genere di centrale atomica, o di sistema di
accumulo di energia, nuove reti di trasmissione, sistemi portuali
particolarmente efficienti.
[24] -
Possiamo individuare come “Sistemi
tecnici” l’insieme di tecnologie con le strutture produttive che queste
utilizzano, e il sistema giuridico, amministrativo, sociale, che coopera a
rendere possibile l’output. Qualcosa stabilizzato intorno ad un punto di
equilibrio
[25] -
Cfr., Visalli, A., Oltre l’Occidente. Vol I, op.cit., Capitolo Primo.
[26] -
Il rovesciamento è notevole: nella retorica della fase unipolare (1991-2008)
l'Occidente si presentava come portatore di ordine giuridico internazionale
fondato sul consenso (rules-based international order) mentre i paesi emergenti
erano accusati di revisionismo territorialista. Oggi gli USA sotto Trump II
procedono per atti unilaterali di forza (sanzioni secondarie, aggressione
militare in Venezuela e Iran, dazi come strumento di coazione, congelamento di
riserve sovrane, minacce territoriali a Panama, Groenlandia, Canada), mentre la
Cina si presenta sistematicamente come difensore del multilateralismo e del
diritto internazionale — si vedano i “Cinque principi di coesistenza pacifica”
riaffermati da Xi Jinping nel 2024 al 70° anniversario della loro formulazione
originaria (1954), e la postura diplomatica nella guerra in Ucraina (piano in
dodici punti del febbraio 2023). Il fatto che questa presentazione sia in parte
strumentale non la invalida sul piano analitico: mostra che nel vertice
Regolativo la dialettica forza/consenso si è invertita rispetto all'assetto
unipolare. Cfr. Visalli, A., “Marco Rubio a Monaco: il ritorno del suprematismo
civilizzazionale”, Tempofertile, 2026; per la formulazione cinese, cfr. Yan
Xuetong, Ancient Chinese Thought, Modern Chinese Power, Princeton
University Press, 2011; per il rovesciamento della retorica rules-based, cfr.
Koskenniemi, M., “The Politics of International Law”, European Journal of
International Law, 1(1), 1990.
[27] -
Il concetto di “mondo-di-vita” (Lebenswelt) è qui usato nel senso
husserliano ripreso da Habermas: l'orizzonte pre-teorico di pratiche,
aspettative e significati condivisi entro il quale gli attori sociali operano.
Un “Sistema tecnico” non si limita a produrre output materiali: configura il
mondo-di-vita di chi lo abita, determinando tempi, ritmi, competenze richieste,
forme di socialità, rapporto con la natura. Il passaggio dal telaio a mano alla
fabbrica tessile meccanizzata non è solo un incremento di produttività ma una
riconfigurazione del mondo-di-vita di milioni di persone — e così il passaggio
dalla piattaforma logistica occidentale (Amazon) a quella cinese (Pinduoduo,
Temu), o dal modello di generazione distribuita (solare su tetto) a quello
centralizzato (nucleare di IV generazione). Cfr. Hui, Y., The Question
Concerning Technology in China. An Essay in Cosmotechnics, Urbanomic, 2016;
per il concetto di sistema tecnico, cfr. Gille, B., Histoire des techniques,
Gallimard, Paris 1978.
[28] -
Termine che si deve a Yuk Hui, filosofo taiwanese e allievo del francese
Stiegler, cfr. Visalli, A., Oltre l’occidente, op.cit.
[29] -
La competizione sui semiconduttori è oggi il nodo più visibile dello scontro
cosmotecnico. Il CHIPS and Science Act americano (2022, 52 miliardi di
dollari), le restrizioni alle esportazioni di macchinari litografici ASML verso
la Cina (ottobre 2022, poi estese nel 2023), il blocco dei chip avanzati Nvidia
per il mercato cinese, e la risposta cinese con lo sviluppo accelerato di SMIC
e dei chip Kirin di Huawei configurano una biforcazione tecnologica che non ha
precedenti dalla Guerra Fredda. La posta in gioco non è solo economica (il
mercato dei semiconduttori vale oltre 600 miliardi di dollari) ma cosmotecnica:
chi controlla la filiera dei chip controlla l'infrastruttura computazionale
sulla quale si costruiscono AI, reti di comunicazione, sistemi d'arma, e quindi
il “Sistema tecnico” nel suo complesso. Cfr. Miller, C., Chip War: The Fight
for the World's Most Critical Technology, Scribner, 2022; per la risposta
cinese, cfr. Fuller, D.B., Innovating in China's Semiconductor Industry,
Cambridge University Press, 2023.
[30] -
La Cina produce oggi oltre l'80% dei pannelli fotovoltaici mondiali, oltre il
60% delle turbine eoliche, domina la filiera delle batterie al litio (CATL,
BYD) e ha lanciato il più ambizioso programma di centrali nucleari di IV
generazione (reattore a letto di sfere HTR-PM operativo a Shidaowan dal 2023).
Al contempo ha costruito la più estesa rete di trasmissione in ultra-alta
tensione (UHV) al mondo, che consente di trasportare energia rinnovabile dalle
regioni occidentali (Xinjiang, Tibet, Mongolia Interna) ai centri di consumo
costieri su distanze di migliaia di chilometri. Questo “Complesso tecnico”
energetico non ha equivalenti occidentali per scala e integrazione. Sul piano
dell'accumulo, la Cina domina anche la produzione di batterie stazionarie e
veicoli elettrici (BYD ha superato Tesla come primo produttore mondiale nel
2024). Cfr. Visalli, A., “Strutture, energia, gioco imperiale: lo shale gas”,
Tempofertile, 2026; per un quadro d'insieme, cfr. Yergin, D., The New Map:
Energy, Climate, and the Clash of Nations, Penguin, 2020.
[31] -
Le terre rare (Rare Earth Elements, REE) sono un gruppo di 17 elementi
indispensabili per magneti permanenti, motori elettrici, turbine eoliche,
elettronica avanzata, sistemi d'arma e catalizzatori. La Cina controlla circa
il 60% dell'estrazione mondiale e oltre l'85% della raffinazione — un
quasi-monopolio costruito in trent'anni di investimento strategico mentre
l'Occidente esternalizzava per ragioni di costo e impatto ambientale. Nel
2023-2024 la Cina ha introdotto restrizioni all'esportazione di gallio,
germanio e grafite come risposta alle restrizioni americane sui semiconduttori,
dimostrando che il controllo della raffinazione è un'arma simmetrica a quella
del controllo dei chip. Il tentativo occidentale di ricostruire filiere
alternative (miniera di Mountain Pass in California, progetti in Australia e
Canada, accordo UE-Ucraina sulle materie prime critiche) richiederà anni e
investimenti ingenti. Il punto cosmotecnico è che il controllo della
raffinazione — non dell'estrazione — è il passaggio chiave: è la trasformazione
tecnica che inserisce la materia prima in un Sistema tecnico, e questa
trasformazione è oggi prevalentemente cinese.
[32] -
Baran, P., Sweezy, P., Il Capitale Monopolistico. Saggio sulla struttura
economica e sociale americana, Einaudi, Torino, 1968 (ed.or. 1966).
[33] -
Patnaik, P., Patnaik, U., “The
Worker-Peasant Alliance in the Transition to Socialism Today”, Monthly
Review, Vol. 77, No. 3, luglio-agosto 2025.
[34] -
Richiamando il Lenin delle Due tattiche della socialdemocrazia nella
rivoluzione democratica, Ed. Bosco 1973.
[35] -
Lefebvre, H., Il diritto alla città, Marsilio, 1970 (ed.or. 1968);
Lefebvre, H., Spazio e politica, Ombre corte, 2018 (ed.or.1974).
[36] -
Harvey, D., Il capitalismo contro il diritto alla città, Ombre Corte,
Verona, 2012.
[37] -
Cfr.Visalli, A., Oltre l’Occidente, op.cit., p. 24
[38] -
Patnaik, P., Patnaik, U., “The worker-peasant alleance”, op.cit.
[39] -
La sociologia rurale cinese muove dallo studio sul campo del villaggio Kaixiangong,
sulla costa Sud-Est del lago Taihu nella contea Wujiang,
provincia del Jiangsu. Fei Xiaotong vi conduce la ricerca sul campo nell'estate
del 1936 e ne trae Peasant Life in China (1939). Il villaggio era
intrappolato in un doppio vincolo regolativo. Dall'alto, la struttura
imperiale-repubblicana lasciava i contadini formalmente proprietari di piccoli
appezzamenti ma sostanzialmente dipendenti dai mercanti di seta che
controllavano l'accesso al mercato e fissavano i prezzi. Il problema non era
solo economico ma tecnico-culturale. L'industria serica giapponese aveva
soppiantato quella cinese grazie a metodi moderni di trattura del filo
(svolgimento del bozzolo). Ma — e questo è il punto cosmotecnico —
l'inserimento di tecniche moderne in un tessuto sociale tradizionale non era
un'operazione neutra. Il villaggio di Kaixiangong aveva una struttura spaziale
determinata dalla risicoltura irrigua e dalla sericoltura. Le famiglie
possedevano piccoli appezzamenti (la riforma agraria non era ancora avvenuta),
allevavano bachi in casa, vendevano i bozzoli ai mercanti. La vita sociale era
organizzata intorno alla parentela estesa, al sistema delle jia
(famiglie-lignaggio), alle reti di mutuo aiuto per la coltivazione e la
raccolta.
[40] -
Al primo problema, il vincolo regolativo, Fei risponde con un
esperimento cooperativo nella produzione della seta che eliminasse gli
intermediari. Al secondo, cosmotecnico, propose un adattamento della
tecnica giapponese che non la replicasse nella forma sociale (senza andare
neppure in direzione della ‘fabbrica’ occidentale), ma si organizzasse intorno
a quattro principi — le famiglie contadine partecipano all'industria senza
abbandonare l'agricoltura; le attività industriali sono disperse nei villaggi,
non concentrate in fabbriche urbane; la proprietà è cooperativa, non
individuale né statale; la materia prima è prodotta dai contadini stessi. Il terzo
problema, spaziale, è rapportato al concetto di chaxugeju (差序格局) — la struttura sociale cinese
come cerchi concentrici di relazioni che si diradano dal sé verso l'esterno,
diversamente dalla società occidentale organizzata per gruppi discreti. Lo
spazio sociale era denso, intimo, fondato sulla prossimità e sulla reciprocità,
ma anche gerarchico e vulnerabile allo sfruttamento da parte di chi controllava
i nodi di connessione.
[41] -
Liang Shuming è un pensatore confuciano che pubblica nel 1921 Le
civiltà orientale e occidentale e le loro filosofie. In questo testo cerca
una propria via alla modernizzazione. Dirige tra il 1931 ed il 1937 l'esperimento
di Ricostruzione Rurale (xiangcun jianshe) nella contea di Zouping,
nella provincia dello Shandong, con l'appoggio del signore della guerra locale
Han Fuju. Distrutto dalla invasione cinese, si scontra con Mao e resta in disgrazia
fino alla morte, nel 1988. Istituisce Unità di governo e insegnamento,
confuciane (nelle quali il governo è legittimato dalla virtù morale, non dal
mandato elettorale né dall'appartenenza di classe). Sul piano cosmotecnico parte
dall’idea che la civiltà cinese ha scelto una via diversa da quella occidentale
— l'armonia interiore, l'adattamento (tiaohe), la coltivazione della
relazione tra uomo e cosmo — che è stata sopraffatta storicamente ma non
invalidata. Per lui la scienza non serve a dominare la natura ma a migliorare
le condizioni di vita comunitaria. Sul piano spaziale l'intervento di Liang era
conservativo-rigenerativo: non costruire nuovo spazio (come Cuba con le
cooperative zuccheriere) ma restaurare il tessuto comunitario esistente
dandogli nuove funzioni e nuova vitalità.
[42] -
Shenzen è il caso di urbanizzazione più vasto e rapido della storia dell’umanità:
da 30.000 abitanti in villaggi di pescatori nel 1979 a megacittà modernissima
da 17 milioni di abitanti nel 2025. Sopravvivono al suo interno 1.700 chengzhongcun,
ovvero “villaggi nella città”: nuclei insediativi originari dei contadini
nativi che sono stati inglobati dall'espansione urbana senza essere dissolti. Ne
fanno parte le Shareholding Cooperative Companies che sono
organizzazioni economiche collettive che gestiscono in forma azionaria i beni
comuni. Non sono né imprese private, né enti statali, né cooperative nel senso
occidentale. La proprietà è indefinibile ed è contemporaneamente un adattamento
ed una resistenza al capitalismo. Le SCC mantengono al centro il lignaggio
(zongzu) che si è tradotto in azioni non commerciabili fuori di esso. Fisicamente
sono stati infrastruttura abitativa informale per milioni di lavoratori
migranti (mingong). In questo senso, la “tecnica” di produzione dello
spazio abitativo non è quella del developer capitalista (costruzione di
complessi residenziali sul libero mercato) né quella dello stato socialista
(edilizia pubblica pianificata) ma quella della comunità che auto-costruisce
sul proprio suolo collettivo. È un terzo modello. Dal punto spaziale si tratta
di spazi riconoscibili. Tessuti edilizi densissimi, strade strette, edifici di
6-8 piani costruiti uno accanto all'altro con interstizi minimi (le cosiddette “case
che si stringono la mano”, woshoufang, perché dai balconi opposti ci si
può stringere la mano). Sono il contrario spaziale della città pianificata:
organici, incrementali, auto-costruiti, funzionalmente misti (commercio al
piano terra, residenza ai piani superiori, laboratori artigianali nei retro).
[43] -
Si può vedere sia alcuni residui, come le cooperative rivoluzionarie e le
imprese TVE degli anni ’80, quanto, di recente, il Nuovo Movimento di
Ricostruzione Rurale (Xin xiangcun jianshe) emerso dal 2003 in
avanti intorno alla figura di Wen Tiejun. Ovviamente si deve partire dal fatto
che la terra non è mai di proprietà privata, ma collettiva in Cina. La Legge
sulle Cooperative Contadine del 2007 consente cooperative volontarie, gestite
dai contadini, che però non possiedono individualmente la terra, che quindi non
può essere espropriata. A volte si associano a imprese esterne, concedendo
diritti d’uso in cambio della divisione dei profitti. Wen rifiuta due modelli:
l'agribusiness su larga scala (modello americano) e la collettivizzazione
forzata (modello maoista). Propone invece un terzo modello fondato su tre
principi che chiama le “tre P del popolo” (renmin yuanze): sussistenza
del popolo, solidarietà del popolo, diversità culturale del popolo. L’idea è di
integrare la conoscenza tradizionale dei 240 milioni di piccoli contadini
cinesi e la scienza ecologica contemporanea. In pratica: cooperative di
produzione biologica, circuiti corti di distribuzione (Community Supported
Agriculture, CSA), turismo rurale comunitario, formazione di giovani
contadini (xin nongmin “nuovi contadini”), recupero delle pratiche
agricole tradizionali come risorsa di innovazione.
[44] -
Huawei Technologies è il più grande produttore mondiale di
infrastrutture di telecomunicazione, con circa 200.000 dipendenti e un
fatturato di oltre 700 miliardi di yuan.
[45] -
Le quote non sono liberamente negoziabili sul mercato: sono acquistate dai
dipendenti a un prezzo calcolato sul valore patrimoniale dell'anno precedente.
Quando un dipendente lascia l'azienda, deve rivendere le quote. Le quote non
sono ereditabili (con eccezioni limitate per chi ha superato i 45 anni).
[46] -
Le azioni non circolano sul mercato, non esiste controllo esterno da parte di
fondi o azionisti istituzionali, non c'è pressione sul valore di borsa a breve
termine.
[47] -
Competizione interna feroce, orari estremi, gerarchizzazione meritocratica,
dedizione totale all'azienda.
[48] -
Ma è una pressione strutturalmente non dissimile da quella che si esercita in
aziende occidentali di consulenza strategica come McKinsey o nelle grandi
banche d'investimento, dove la stessa dedizione totale è richiesta e la stessa
selezione darwiniana opera. Il punto rilevante non è che il modello cinese sia
umano e quello occidentale disumano, o viceversa; è che la struttura
proprietaria di Huawei trattiene il valore prodotto da quella pressione dentro
l'azienda e i suoi lavoratori-azionisti, mentre la struttura McKinsey lo
distribuisce ai partner e agli azionisti esterni. L'intensità del lavoro è
simile; il regime distributivo del suo prodotto è radicalmente diverso.
[49] -
Nel 2019 gli USA hanno improvvisamente tagliato l’accesso ai chip avanzati.
Invece di retrocedere l’azienda ha fatto un passo avanti. Riorientando le
risorse verso l'autosufficienza tecnologica — un processo che nel 2025 sta
dando risultati con i chip Kirin prodotti da SMIC. In un'azienda quotata in
borsa questa transizione sarebbe stata impossibile: il crollo del fatturato
avrebbe prodotto un crollo del titolo, la fuga degli investitori, e
probabilmente lo smembramento.
[50] -
Il sistema hukou,istituito nel 1958, divide la popolazione in registrati
urbani e rurali, creando una cittadinanza differenziata interna. Circa 300
milioni di lavoratori migranti (nongmingong) che vivono nelle città
senza pieno accesso a servizi, istruzione e sanità del luogo di residenza. Le
riforme in corso dal 2014 (Nuovo Piano di Urbanizzazione) mirano a concedere
gradualmente hukou urbano, ma il processo è lento e differenziato per
dimensione delle città. Si veda Chan, K.W., “The Chinese Hukou System at 50”, Eurasian
Geography and Economics, 50(2), 2009. Per il dato aggiornato, cfr. il
Rapporto annuale dell'Ufficio Nazionale di Statistica (NBS) sulla popolazione
migrante.
[51] -
Il riferimento è alla rete di relazioni asimmetriche ma non coloniali che la
Cina intrattiene con paesi dell'Asia centrale, del Sud-est asiatico e
dell'Africa, spesso strutturate intorno a infrastrutture BRI, prestiti
concessionali e accordi di fornitura di materie prime. Cfr. Zhao Tingyang, Tianxia.
Filosofia della politica mondiale, 2021; Visalli, A., Oltre l'Occidente,
vol. 1, op. cit., Cap. III.
[52] -
La Cina ha costruito tra il 2008 e il 2024 circa 42.000 km di ferrovie ad alta
velocità (più del resto del mondo combinato), oltre 160.000 km di autostrade, e
la più estesa rete mondiale di trasmissione in ultra-alta tensione (UHV). Per
l'interpretazione di questa costruzione come “correzione spaziale” harveyana si
veda Harvey, D., Seventeen Contradictions and the End of Capitalism,
Oxford University Press, 2014; per la specificità cinese del processo, cfr.
Hung, H., The China Boom: Why China Will Not Rule the World, Columbia
University Press, 2015.
[53] -
Il divario di reddito urbano-rurale in Cina, pur essendosi ridotto dal rapporto
3,3:1 del 2009 a circa 2,4:1 nel 2023, resta tra i più alti al mondo. La
politica di rivitalizzazione rurale (xiangcun zhenxing), lanciata
nel 2017, mira a ridurlo tramite investimenti infrastrutturali, internet
rurale, e sostegno alle cooperative. Il problema dei “villaggi svuotati” (kongxincun)
resta acuto nelle province interne. Si veda il Documento Centrale n. 1 del 2023
(Zhongyang Yihao Wenjian), interamente dedicato alla questione rurale;
per un'analisi critica, cfr. Wen Tiejun et al., “Eight Crises: Lessons from
China”, in Monthly Review, vol. 71, n. 5, 2019.
[54] -
L'India è il caso più genuinamente “a cavallo”. Sul piano Regolativo, il
governo Modi dal 2014 ha approfondito la liberalizzazione neoliberale (le tre
leggi agrarie del 2020, poi ritirate sotto pressione del movimento kisan,
la privatizzazione di asset pubblici, le zone economiche speciali), ma al
contempo ha mantenuto e rafforzato la proiezione geopolitica autonoma (acquisto
di petrolio russo sotto sanzioni, rifiuto di condannare l'invasione
dell'Ucraina, partecipazione simultanea al Quad con gli USA e alla SCO con Cina
e Russia). Sul piano Cosmotecnico, l'India è simultaneamente piattaforma di
outsourcing per il tech occidentale (Bangalore come back-office del Silicon
Valley) e costruttrice di sistemi tecnici propri di scala nazionale (Aadhaar,
il più grande sistema biometrico al mondo con 1,3 miliardi di registrati; UPI,
il sistema di pagamento digitale che ha processato oltre 10 miliardi di
transazioni mensili nel 2024; la missione spaziale Chandrayaan e il programma
nucleare civile). Sul piano Spaziale, resta il caso patnaikiano per eccellenza:
800 milioni di persone dipendenti direttamente o indirettamente
dall'agricoltura, 60 milioni di espropriati, il supersfruttamento documentato
dall'AIKSCC, i suicidi contadini. La dialettica tra l'India di Bangalore e
l'India rurale è la frattura centro-periferia interna più vasta del mondo. Cfr.
Patnaik, U. e Patnaik, P., Una teoria dell'imperialismo, op. cit.; per
il movimento kisan 2020-21, cfr. Jodhka, S., “The Farmers' Protest and
Rural India”, Journal of Peasant Studies, 48(7), 2021; per la posizione
geopolitica, cfr. Jaishankar, S., The India Way: Strategies for an Uncertain
World, HarperCollins India, 2020.
[55] -
La Russia rappresenta un caso di separazione accelerata e traumatica. La
sequenza è: autonomia regolatoria graduale sotto Putin dalla metà degli anni
2000 (riacquisizione del controllo sulle risorse energetiche, sottrazione di
asset strategici agli oligarchi della prima ora, costruzione di riserve
valutarie, riduzione del debito estero); rottura con l'ordine regolativo
occidentale nel 2014 (Crimea, prime sanzioni) e poi radicale nel 2022
(invasione dell'Ucraina, congelamento di 300 miliardi di riserve, esclusione da
SWIFT); rivendicazione di autonomia spaziale con il “pivot verso Est” (Povorot
na Vostok), la costruzione del corridoio logistico settentrionale (Rotta
Marittima del Nord), lo sviluppo della Siberia orientale e dell'Artico come
nuova frontiera di risorse. Sul piano Cosmotecnico, la Russia è il caso più
debole tra i grandi BRICS: dipendente dalla rendita fossile, con un settore
tecnologico civile ancora largamente subordinato (importazione di
semiconduttori via circuiti paralleli, dipendenza da software e hardware
occidentali parzialmente sostituiti dal 2022), e con un'industria militare che
è il settore di maggiore autonomia tecnica ma che non genera trasferimenti
tecnologici civili sufficienti. La convergenza tra rendita fossile russa e
rendita fossile USA (shale) che sta ristrutturando lo spazio
geoeconomico è un fattore di complicazione ulteriore. Cfr. Visalli, A., “Strutture,
energia, gioco imperiale: lo shale gas”, Tempofertile, 2026; per il pivot verso
Est, cfr. Gabuev, A., “Russia's Pivot to Asia Revisited”, Carnegie Endowment,
2024; per la debolezza cosmotecnica, cfr. Connolly, R., Russia's Response to
Sanctions, Cambridge University Press, 2018.
[56] -
Il caso di Bond stesso. L'ANC post-apartheid ha adottato nel 1996 il piano GEAR
(Growth, Employment and Redistribution), di impostazione esplicitamente
neoliberale (austerità fiscale, liberalizzazione commerciale, privatizzazioni
parziali), abbandonando il precedente RDP (Reconstruction and Development
Programme) di ispirazione più redistributiva. Il risultato è stato una
crescita delle disuguaglianze che ha reso il Sudafrica il paese con il
coefficiente di Gini più alto al mondo (0,63 nel 2024), con il 66% della
popolazione sotto la soglia di povertà a 5,50 dollari/giorno. La contraddizione
performativa tra la denuncia del genocidio di Gaza all'ICJ e il contemporaneo
commercio di carbone con Israele, documentata da Bond, è il sintomo della
frattura tra retorica antimperialista e struttura economica neoliberale. Cfr.
Bond, P., Elite Transition, op. cit.; Marais, H., South Africa Pushed
to the Limit: The Political Economy of Change, UCT Press, 2011.
[57] -
Membro BRICS dal 2024, ma alleato strategico degli USA dal Patto del Quincy
(1945) e pilastro del sistema del petrodollaro. La Vision 2030 del
principe Mohammed bin Salman è un progetto di diversificazione economica che
resta interamente dentro il paradigma neoliberale (megaprogetti come NEOM
finanziati dal fondo sovrano PIF, privatizzazione parziale di Aramco,
attrazione di investimenti esteri). L'ingresso nei BRICS è leggibile come
copertura geopolitica — diversificazione delle alleanze in un momento di
relativa instabilità del rapporto con Washington — più che come scelta di
campo. Tuttavia, la partecipazione saudita agli accordi OPEC+ con la Russia e
il rifiuto di aumentare la produzione su richiesta americana nel 2022 segnalano
margini di autonomia regolatoria crescenti. Cfr. Hertog, S., Princes,
Brokers and Bureaucrats: Oil and the State in Saudi Arabia, Cornell
University Press, 2010.
[58] -
Sotto al-Sisi dal 2014 (dopo il colpo di stato contro Morsi), l'Egitto è
strutturalmente dipendente dagli aiuti americani (1,3 miliardi di dollari annui
in assistenza militare) e dai prestiti del FMI (tre programmi dal 2016,
l'ultimo di 8 miliardi di dollari nel 2024). L'ingresso nei BRICS non ha
modificato questa dipendenza ma l'ha affiancata a una diversificazione dei
creditori (prestiti cinesi per la Nuova Capitale Amministrativa, investimenti
emiratini a Ras el-Hekma). L'economia resta sotto controllo militare (le forze
armate egiziane controllano tra il 25% e il 40% del PIL secondo le stime). È il
caso più puro di paese BRICS che resta pienamente dentro il regime regolativo
occidentale, con un'adesione che ha valore di posizionamento diplomatico più che
di riorientamento strutturale.
[59] -
Dopo il febbraio 2022 l'Occidente ha imposto alla Russia il più esteso
pacchetto sanzionatorio mai applicato a un'economia di queste dimensioni:
congelamento di circa 300 miliardi di dollari di riserve della Banca Centrale,
esclusione delle principali banche da SWIFT, embargo sul petrolio (con price
cap a 60$/barile), restrizioni sulle esportazioni di tecnologia. Il PIL russo è
calato del 2,1% nel 2022, ma è rimbalzato nel 2023 (+3,6%) e nel 2024 (+3,1%
stimato), trainato dalla spesa militare e dal riorientamento delle esportazioni
energetiche verso Cina e India. Il rublo, dopo un crollo iniziale, si è
stabilizzato. Le importazioni di tecnologia sono continuate tramite paesi terzi
(Turchia, Kazakistan, Emirati). Il caso dimostra che i quattro dispositivi coattivi
dei Patnaik, pur potenti, hanno limiti di efficacia quando applicati a un paese
di dimensioni continentali con risorse energetiche proprie e alleati
disponibili a intermediare. Cfr. Sonnenfeld, J. et al., “Business Retreats and
Sanctions Are Crippling the Russian Economy”, SSRN, 2022 (la tesi
ottimista sull'efficacia, poi smentita dai dati); Connolly, R. e Hanson, P., “Russia's
Response to Sanctions”, Russian Analytical Digest, 2023.
[60] -
Sotto sanzioni americane praticamente ininterrotte dal 1979, intensificate nel
2012 (sanzioni nucleari) e poi nel 2018 (ritiro unilaterale di Trump dal
JCPOA), l'Iran ha sviluppato un modello di economia di resistenza (eqtesad-e
moqāvemati) che combina autarchia parziale, mercato nero organizzato, e
alleanze strategiche (Cina, Russia). Ha costruito un programma missilistico
balistico tra i più avanzati del Medio Oriente, una rete di proxy regionali
(Hezbollah, Houthi, milizie irachene), e mantiene un programma nucleare civile
avanzato — tutto sotto il regime sanzionatorio più duro al mondo dopo quello
nordcoreano. Il fatto che l'Iran abbia potuto sfidare direttamente la potenza
combinata USA-Israele nel 2024-2025 dimostra che i dispositivi coattivi hanno
rendimenti decrescenti nel tempo quando il paese sanzionato ha dimensione
sufficiente (88 milioni di abitanti), risorse proprie (petrolio, gas), e una
cosmotecnica militare autonoma.
[61] -
Il Cross-Border Interbank Payment System (CIPS), lanciato dalla Banca
Popolare Cinese nel 2015, è l'alternativa cinese a SWIFT. Nel 2024 ha
processato circa 175.000 miliardi di yuan (circa 24.000 miliardi di dollari) di
transazioni, con oltre 1.400 istituzioni finanziarie partecipanti in 113 paesi.
Non sostituisce SWIFT — molte transazioni CIPS transitano ancora attraverso
SWIFT come canale di messaggistica — ma riduce la dipendenza dal sistema
occidentale e offre un'infrastruttura di riserva in caso di esclusione. È il
caso più visibile di costruzione cosmotecnica nel campo finanziario: non
un'alternativa completa al sistema dollaro-centrico, ma un'infrastruttura
parallela che riduce l'efficacia del secondo dispositivo coattivo dei Patnaik
(sanzioni commerciali e finanziarie).
[62] -
La quota del dollaro nelle riserve valutarie globali è scesa dal 71% nel 2000
al 58-59% nel 2024 secondo i dati COFER del FMI. La discesa è graduale ma
costante. I principali acquirenti alternativi sono oro (le banche centrali
hanno acquistato oltre 1.000 tonnellate l'anno nel 2022 e 2023, con Cina,
India, Turchia e Polonia in testa), yuan (entrato nel paniere SDR nel 2016, ma
ancora al 2,3% delle riserve globali), e in misura minore euro e yen. Il dato
va letto con cautela: il dollaro resta dominante, la dedollarizzazione è un
processo di decenni non di anni, e la mancanza di un'alternativa liquida e
sicura al Treasury americano limita strutturalmente la velocità del processo.
Tuttavia, la tendenza è inequivoca e accelera dopo il congelamento delle riserve
russe del 2022, che ha dimostrato ai paesi non-occidentali che le riserve in
dollari sono confiscabili — trasformando un asset sicuro in un rischio
geopolitico.
[63] -
Bolsa Família, aumento del salario minimo reale, BNDES come strumento di
politica industriale, protagonismo nei BRICS e nel G20 di Rio 2025.
[64] -
Indipendenza della Banca Centrale, metas de inflação, avanzo primario come
vincolo fiscale, apertura ai capitali.
[65] -
Mato Grosso, Goiás, Cerrado — poche migliaia di operatori su milioni di ettari,
meccanizzazione spinta, integrazione nelle catene globali.
[66] -
Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra, 1,5 milioni di aderenti,
450.000 famiglie insediate su terre occupate.
[67] -
Cfr. Marini, R.M., Il subimperialismo
brasiliano, op. cit.; Stedile, J.P., “Land, Cooperation, and Socialism”
(intervista), Monthly Review, vol. 77, n. 3, luglio-agosto 2025; Morais,
L. e Saad-Filho, A., “Neo-Developmentalism and the Challenges of Economic
Policy-Making under Dilma Rousseff”, Latin American Perspectives, 39(4),
2012.
[68] -
Questa è, in sostanza, la tesi che un testo come Classe e partito, cerca
di derivare dalla lettura del dibattito italiano tra Labriola e Croce e la
ricezione di Antonio Gramsci. Il lavoro attraversa dall’interno le formazioni
sociali che non sono solo determinate dalla “struttura” senza esserlo dalla
“sovrastruttura”. Si veda il capitolo 6.2.
[69] -
Cfr. Visalli, A., Dipendenza, op. cit., p. 178 e seg.
[70] -
Cfr. Visalli, A., Dipendenza, op. cit., p. 278 e seg.
[71] -
Cfr. Visalli, A., Oltre l’Occidente, vol.1, Meltemi, Milano, 2026 (in
uscita).
[72] -
Baran, P., Il surplus economico, Feltrinelli, Milano, 1962 (ed.or.
1957), cit. in. Visalli, A., Dipendenza, op.cit., p. 25 e seg.
[73] -
https://muse.jhu.edu/article/853963/summary
; https://ask.ifas.ufl.edu/publication/FE481
; https://cuba-solidarity.org.uk/news/article/4232/the-agrarian-reform-the-first-law-of-the-revolution
; https://www.theinfolist.com/html/ALL/l/I/INRA_(Cuba).html
; https://www.scienceopen.com/hosted-document?doi=10.13169/intejcubastud.17.1.0002
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