Cenni biografici e premessa
Emiliano Brancaccio, nato a Napoli nel 1971, laureato in
science politiche nel 1988, l’anno dopo del conseguimento del mio dottorato, successivamente
consegue un master in economia a Torino nel 1999, nel 2000 completa un periodo
di formazione nella SOAS di Londra (un ambiente fortemente segnato dagli studi
sullo sviluppo, dalle aree studies e da tradizioni critiche/postcoloniali). Nel
2003 completa un dottorato in “Economia e politica dello sviluppo”. Entrato in
relazione con la scuola sraffiana, diventa economista accademico. Insegna
attualmente Economia Politica alla facoltà di Giurisprudenza della Federico II,
dopo aver svolto per anni insegnamenti alla Unisannio.
Si tratta di un percorso di formazione rispettabile e
piuttosto interessante. Gli fornisce una capacità di leggere la macroeconomia,
la politica monetaria e lo sviluppo in una chiave storico-istituzionale che si
intravede in alcuni dei suoi momenti migliori. Attiva una sensibilità per le crisi
e gli squilibri internazionali e la tradizione marxiana. Non appare dalle fonti
una formazione econometrica di punta, o in discipline matematiche hard; alcune
esasperazioni linguistiche potrebbero nascere da qui.
Negli ultimi venti anni ha costruito un programma di ricerca
coerente, continuo, riconoscibile e con un’identità teorica forte intorno ad un’unica
categoria, la “centralizzazione del capitale”, che ritiene essere di
derivazione marxiana. La catena teorica entro la quale rilegge la “tendenza
alla centralizzazione” è Marx (de Il Capitale), Hilferding (Il Capitale
finanziario), Lenin (L’imperialismo), Baran e Sweezy (Il capitale
monopolistico), conferma empirica della centralizzazione, individuazione di
una indefettibile “legge di tendenza della centralizzazione”. Un certo ruolo lo
svolge anche Thomas Piketty e una epistemologia costruttivista tratta
soprattutto da Imre Lakatos e Milton Friedman.
Ci sono almeno tre momenti da valutare, e separatamente,
nella sua produzione: il lavoro empirico, l’impianto categoriale e il programma
politico. Come ovvio sono intrecciati, ma hanno anche alcuni livelli di
semiautonomia.
L’avvio della sua opera pubblica avviene con l’opera del
2012, L’austerità è di destra[1], in questa fase è
attento e favorevole alle forme di controllo dei capitali, della pianificazione
e dell’imposizione di standard sociali. Poi su questo tema sposterà l’accento. Ho
condiviso completamente questo libro.
Nello stesso anno esce il manuale Anti-Blanchard[2], giunto alla quinta
edizione.
Dal 2015 al 2019 scrive una serie di paper sul Cambridge
Journal of Economics, o su altre riviste come Structural Change and
Economic Dynamics e Bulletin of Political Economy. Sviluppa analisi
empiriche sulla regola di solvibilità dei Banchieri Centrali, quindi sull’analisi
di rete sulla proprietà aziendale globale, usando dati riferiti essenzialmente
agli Usa e Ue da database pubblici (Eikon/net control), concentrati sul
controllo azionario delle aziende quotate. Si dedica a sviluppare quell’apparato
teorico di natura quantitativa che userà fino ad oggi. Come vedremo in
maggior dettaglio qui il problema non è nell’analisi, rigorosa e interessante,
quanto nell’uso politico sovraesteso che ne viene fatto.
Nel 2019 pubblica un nuovo libro: Il discorso del potere[3],
sul premio Nobel.
Nel 2020 pubblica il primo libro di sintesi organica. Non
sarà un pranzo di gala[4],
che è in sostanza una raccolta di dibattiti e saggi con una prima parte, “Crisi
e critica della politica economica”, nella quale Brancaccio costruisce un
apparato categoriale, ed un ultimo “Catastrofe o rivoluzione” che ha ambizioni
di prima sintesi teorico-politica. In mezzo interviste e dibattiti con esponenti
del mainstream economico, Lorenzo Bini Smaghi, Romano Prodi, Oliver Blanchard,
Mario Monti. Dibattiti di cui andrà molto fiero fino ad oggi. Qui comincia
ad emergere la prescrizione accelerazionista che caratterizzerà il percorso
successivo.
Due anni dopo, nel 2022, estende l’attenzione alla
dimensione geopolitica con La guerra capitalista[5]. La tesi è come
sempre semplice e robusta: la centralizzazione produce competizione tra capitali
su scala mondiale, questa competizione genera il conflitto imperialista. La guerra
è dunque strutturale.
In Democrazia sotto assedio[6], estende ancora la
diagnosi al piano della crisi della democrazia liberale. La centralizzazione
del capitale produce, inesorabilmente, la concentrazione del potere politico ed
entra in conflitto con i principi della separazione liberale. Si ripercorre la
tesi di Piketty con un linguaggio marxista.
Nel 2024 pubblica Le condizioni economiche della pace[7].
Nel quale viene mostrato come la condizione di guerra attuale sia correlata
con gli squilibri finanziari, figli della fase neoliberale. E viene proposta
una “regola di pacificazione”, da esercitare a livello internazionale, per la
quale il tasso reale di accumulazione sia ricondotto (via regolazione) ad
essere stabilmente superiore al tasso di interesse reale.
Infine, nel 2026, Libercomunismo[8], cerca di chiudere
il cerchio proponendo una conciliazione tra libertà individuale e piano collettivo,
ma nel contesto di una diagnosi classicamente “pauperista” dalla quale
scaturisce una prescrizione accelerazionista.
La parabola teorica è dunque molto chiara e semplice:
1-
In un primo momento recupera dall’analisi di
Hilferding (prefazione al Capitale finanziario, del 2011[9])
la cosiddetta “legge di tendenza” alla centralizzazione del capitale.
2-
Interpreta l’azione delle Banche centrali non
già come gestione del ciclo o dell’inflazione, quanto come regolatore delle
condizioni di solvibilità di sistema. Ovvero gestione della liquidazione di
alcuni capitali, determinando il ritmo della centralizzazione.
3-
In alcuni paper del 2018[10] e
2019[11]. La
network analysis sulla proprietà incrociata porta alla diagnosi quantitativa
per la quale il 2% dei maggiori detentori di controllo azionario o
organizzativo controllerebbe l’80% del complessivo net control sul capitale
delle società (osservate). Questi paper sono iscritti in una tradizione di ricerca
aperta nel 2011 da Vitali, Glattfelder e Battiston[12]
ed una ampia letteratura internazionale sulle reti di controllo societario,
interlocking directorates, financial networks e systemic risk.
4-
La mossa del cosiddetto “vincolo
epistemologico” (o “mossa di judo”), per la quale dato che la
centralizzazione produce omogeneizzazione del lavoro, si può solo ‘saltare’
nell’appropriazione collettiva del capitale già centralizzato (ancora
Hilferding dunque) escludendo che si possa o debba frenare. Sono escluse come
velleitarie e reazionarie ad un tempo sia la via keynesiana, sia la via
nazionalpopolare, sia la via dependestista (delinking aminiano[13]).
È quindi reazionaria la via di agire le “controtendenze”, incluso le molte
evidenziate da Baran e Sweezy nel loro classico del 1966[14].
5-
La più recente proposta del “libercomunismo”.
Ovvero dell’unione, proposta da Marx, del controllo della totalità delle forze
produttive unita al pieno sviluppo della totalità della capacità dell’individuo[15].
Il nodo centrale, la ‘centralizzazione’.
Quando Brancaccio si ancora a Hilferding, nella Prefazione
al famoso testo del 1910, enuncia espressamente il programma che non
abbandonerà mai: rigettare del marxismo tutto quel che non è utile per la
competizione nella scienza economica. Quindi la sociologia, antropologia,
filosofia e politica marxiana[16]. In
questa mossa originaria è contenuto anche un singolo slittamento: nel riferirsi
quasi esclusivamente a posizioni e dibattito secondointernazionalisti e
comunque degli anni di avvio del secolo XX, tende sistematicamente a scambiare
o appiattire il ‘controllo’, condizionato da regole ed esercitato su capitale
disperso e gestito (da imprese come Vanguard, Black Rock, etc.), con la marxiana
‘centralizzazione’. Ovvero su quello che in Marx è il controllo dei mezzi di
produzione, delle merci e della forza lavoro. Essenzialmente, per il Marx
sociologo, si tratta di un rapporto sociale. È pur vero che la distinzione è
accennata in alcuni passaggi, e che in una risposta recente nel contesto di una
polemica via social ha scritto: “il Collega incredibilmente fa confusione,
mescolando in un’unica massa informe la disuguaglianza proprietaria tra diversi
gruppi di redditi e la centralizzazione del controllo del capitale in sempre
meno mani. Ma queste sono due grandezze radicalmente diverse. La seconda è una ‘legge’
marxiana, la prima può esser considerata una versione molto edulcorata di
un'altra ‘legge’ marxiana”. La seconda sarebbe una conseguenza della tendenza
alla polarizzazione sociale ed alla separazione della società in due sole
classi, mentre la prima sarebbe la “vera” legge marxiana: la concentrazione del
‘controllo’ del capitale in sempre meno mani. Il punto sarebbe che, ancora dal
medesimo testo: “livelli anche accentuati di disuguaglianza sono in fin dei
conti compatibili con gli assetti di ripartizione dei poteri che costituiscono
la forma tipica delle classiche democrazie borghesi. La centralizzazione del
capitale, invece, non è compatibile con quegli assetti, poiché concentra il
potere capitalistico nelle mani di un manipolo troppo ristretto di soggetti, e
quindi ‘tende’ a erodere dall'interno, come un morbo, la divisione dei poteri
tipicamente declamata dalla democrazia borghese”. È interessante che la
torsione è politicista, qui Brancaccio, memore forse dei suoi studi originari,
indica il problema della ‘centralizzazione del capitale’ nello svuotamento del
meccanismo decisionale democratico. Un problema reale e gravissimo, chiaramente.
Tuttavia, qualificare come ‘legge marxiana’ la concentrazione del controllo è
fonte di molti problemi filologici e di slittamenti e distorsioni politiche,
come vedremo. Lo è anche, ma non solo, perché usa essenzialmente il network di rappresentanza
azionaria negli organi decisionali di un pool ampio, ma geograficamente e
temporalmente segnato, di grandi aziende quotate.
In Libercomunismo, Brancaccio qualifica inizialmente la
“centralizzazione” in modo filologicamente rigoroso come effetto della “bancarotta
dei capitalisti” e la liquidazione con assorbimento dei loro capitali (qui Marx
pensa evidentemente ai mezzi di produzione e alle merci, materie prime e
semilavorati, che sono per lui “il capitale”, di cui la forma monetaria è immagine).
La “concentrazione”, in questa accezione, è semplicemente la crescita dei
singoli capitali per effetto dell’accumulazione. Il capitale si accresce
internamente, reinvestendo plusvalore. I capitali che falliscono sono “messi
all’asta” per cui, alla fine, “pochi giganti finiscono per controllare la
totalità del capitale sul mercato”[17]. Brancaccio
si spinge fino a dire “se esistesse uno spirito del capitalismo sarebbe questo”.
Di seguito, però, estende questa intuizione, per la quale
non dispone di ‘dati’ dai quali estrapolare ‘la tendenza’, al controllo azionario.
In questa direzione di ‘controllo’ può finalmente adoperare dataset, se pure
limitati nel tempo e lo spazio. Questa sarebbe allora la vera ‘centralizzazione’.
Marxianamente, tuttavia, la ‘centralizzazione’ è, piuttosto, la riunione di
capitali già esistenti, attraverso concorrenza, credito, espropriazione,
fusioni, acquisizioni, fallimenti. Il punto, per Marx è che non cresce
necessariamente il capitale sociale complessivo; cambia la distribuzione dei
capitali individuali. Avendo a mente che per Marx il capitale è, nella sua
essenza, un rapporto sociale, tutto questo movimento, dalla ‘concentrazione’
alla ‘centralizzazione’, è collocato entro il più generale processo dell’accumulazione
capitalistica. Ovvero, nel rapporto tra mezzi di produzione, forza-lavoro,
esercito industriale di riserva, comando capitalistico sul lavoro.
Anche Brancaccio emergerà da questa parte, ma al termine di un
percorso carsico che inavvertitamente sembra spostare il centro ontologico della
critica marxiana. Dal movimento ‘denaro, mezzi di produzione, forza-lavoro,
produzione di plusvalore, merce, realizzo, nuovo denaro accresciuto’ dove il
punto è il rapporto sociale che istituisce, si passa alla proprietà giuridica o
controllo societario per le dinamiche socio-politiche e democratiche.
Facendo riferimento soprattutto al Secondo libro del Capitale,
Brancaccio estende allora l’analisi al sistema bancario ed alle società per azioni,
che negli anni in cui Marx scriveva si stavano affacciando, ed in quelli nei
quali Engels compulsa il Secondo e Terzo libro (1897), erano in via di
espansione. In nessuno di questi anni, tra gli anni Sessanta e Novanta del Ottocento,
si era presentata la forma contemporanea dell’asset management (proprietà
dispersa, controllo delegato, diritti fiduciari, voto per conto terzi,
governance indicizzata) che è oggi la base fattuale dell’analisi di Brancaccio.
Al suo tempo erano, piuttosto, attive quelle che Marx chiama
“le metamorfosi” del capitale, da monetario a produttivo. La famosa “legge
della caduta tendenziale del saggio di profitto” compare qui, nella Terza
sezione del Terzo libro, ed in essa, nel Capitolo quattordicesimo, compare una
mezza paginetta sull’accrescimento del capitale azionario. Altrove (Libro
Primo, cap. 23) Marx stesso dichiara che “non si possono sviluppare qui le
leggi di questa centralizzazione dei capitali”[18],
ma subito prima evidenzia una tensione tra “attrazione” e “repulsione” dei
capitali. “da un lato l’accumulazione si espone come concentrazione crescente
di mezzi di produzione e di comando sul lavoro, dall’altro si espone dunque
come repulsione reciproca di molti capitali individuali”. La ‘Centralizzazione’
marxiana è dunque, essenzialmente, attrazione tra capitali per effetto della
tendenza dei mezzi di produzione a concentrarsi e, quindi, ad accrescere il loro
comando sul lavoro. Si vede bene che questa teorizzazione ha una base “fattuale”
(per usare le parole stesse di Marx) nel tempo e luogo in cui scrive (quello
della seconda rivoluzione industriale).
La prescrizione
Tutto questo lo conduce, e
necessariamente, a dover considerare “reazionaria” qualsiasi politica
nazionale-popolare, qualsiasi controllo dei capitali su base nazionale se non
coordinato in un piano internazionale, alleanza con i ceti intermedi minacciati
dalla centralizzazione. Sotto il profilo della composizione di classe emerge
nuovamente la classicissima tesi per la quale la “concentrazione del capitale”
porta all’omogeneizzazione di tutte le classi in una degli sfruttati, omogenea
ed indifferenziata. Classe che può, quindi, al termine del processo di
centralizzazione (che, per questo, deve accelerare) sollevarsi ed “espropriare gli
espropriatori”.
Di fronte alla minaccia della “legge
di tendenza”, che non ha possibili soluzioni, Brancaccio dunque si ritrae e si rifugia nella speranza in
quella che chiama una pratica yawara: rivolgere l’impeto dell’avversario
contro lo stesso, rovesciandolo con la sua stessa forza. La mossa è chiara nel
caso della lotta, ma più di centocinquanta anni da quando è stata concepita
dallo stesso primo Marx, e successivamente messa in dubbio dall’ultimo[19], non la rendono oggi più
chiara nella sua applicazione ai sistemi sociali e politici.
In altre parole, malgrado la veda come originale e mai
pensata, la via di uscita ha un sapore di déjà-vu. Si tratta di aumentare la
concentrazione del capitale, creare la classe rivoluzionaria come suo
sottoprodotto necessario[20], e saltare con un balzo
di tigre nella pianificazione generale delle forze produttive. Tuttavia, questa
pianificazione generale, memore dell’esperienza staliniana e sospettoso verso
quella cinese, è connessa con la “libertà individuale”.
Spostando il focus, nell’insieme dell’opera brancacciana resta
sottoteorizzata anche quello che sarebbe per certi versi il suo terreno
naturale per formazione: la teoria della catena imperiale, della relazione
centro-periferia, dell’estrazione di valore via ragioni di scambio, dei
dispositivi coercitivi che “sviluppano il sottosviluppo”[21].
Inoltre, la fissazione esclusiva sulla ‘concentrazione’,
della quale ritiene di aver trovato la chiave quantitativa, ovvero la marxiana “legge
di tendenza”, porta ad affrettare l’analisi anche in relazione a temi
dirimenti come la valutazione del modernismo-universalismo[22], la
composizione di classe, soggettivazione, mediazione istituzionale[23].
Per queste ragioni complessive il libercomunismo
salta quindi direttamente, come vedremo, dalla diagnosi all'esproprio senza
mostrare chi lo fa e come.
La sua ultima formula il “liberalcomunismo” resta come
mero slogan, senza teoria del soggetto politico che lo potrebbe
promuovere e senza istituzione capace di reggerlo e pensarlo. Una “frase
rivoluzionaria”, avrebbe detto Lenin[24]. Il
punto è, quando si propone una direzione strategica, come fa Brancaccio nel suo
“Libercomunismo”, indicare un soggetto plausibile che, dotato delle
sufficienti risorse potenziali, possa mobilitarsi e produrre effetti concreti
sul mondo. Ovvero, evitare di proporre analisi e direzioni sconnesse dalla
“analisi concreta della situazione concreta”. Produrre analisi rivolte
all’azione e non alla mera consolazione della propria identità.
Vediamo come la vedeva Lenin, nel momento in cui si trattava
di decidere se giungere a compromessi con la Germania del Kaiser o morire: cosa è la “frase rivoluzionaria”? Semplicemente è la ripetizione di parole
d’ordine senza tenere conto delle circostanze obiettive. La definizione è
perfetta: “parole d’ordine magnifiche,
attraenti, inebrianti, che non hanno nessun fondamento sotto di sé”. Le
parole d’ordine sono ‘magnifiche’ perché contengono solo “sentimenti, desideri,
collera, indignazione”, ma niente di altro. Quando si pronunciano ‘frasi
rivoluzionarie’, continuo a leggere da Lenin, “si ha paura di analizzare la
realtà oggettiva”. E, ancora, poco dopo, “se non sai adattarti, se non sei
disposto a strisciare sul ventre, nel fango, non sei un rivoluzionario, ma un
chiacchierone”, ciò non significa che piaccia, ma che “non c’è altra via”[25] che tenere conto della
realtà; la “rivoluzione mondiale”, che prevedrebbe di abbandonare la
costruzione del socialismo intanto dove concretamente si può tentare, per Lenin
arriverà pure, ma, scrivendo nel 1918, “per ora è solo una magnifica favola,
una bellissima favola”[26]; crederci nell’immediato
significa che “solo nel vostro pensiero, nei vostri desideri superate le
difficoltà che la storia ha fatto sorgere”.
Dunque,
le difficoltà che la storia fa sorgere devono essere superate. Ma non nel
pensiero, bensì nel fango, sul ventre, strisciando, secondo le immagini del
grande rivoluzionario russo. Cosa bisogna fare, invece? Ciò che va fatto è del
tutto diverso: bisogna “porre alla base della propria tattica, anzitutto e
soprattutto, l’analisi precisa della
situazione obiettiva”[27].
Quattro nodi critici
Nel merito possono essere enucleati alcuni punti di critica
specifica, con i quali giudicare se il paradigma brancacciano sta o cade:
1-
L’impostazione epistemologica che fa uso contemporaneamente
del “F-Twist” friedmaniano[28] e
delle “leggi di tendenza” di derivazione marxista, in chiave realistica e
strutturale;
2-
La “legge” r>g, ripresa da Piketty, e dunque
da un quadro categoriale non marxista, senza che la sutura sia valutata e
discussa adeguatamente; quindi la concentrazione del capitale, nei paper
tecnici e nei libri divulgativi, fondata su una definizione di “capitale” che
fa problema con quella strettamente marxiana (mentre non lo fa con quella
marxista del Novecento);
3-
Il rifiuto del keynesismo postulato e non
argomentato, la sua dichiarata impossibilità per assenza di una reale sfida
geopolitica, ‘dimenticando’ quella cinese (o, tacitamente attribuendo a quest’ultima
caratteri direttamente e completamente ‘capitalisti’). Coerentemente, la postulazione
del carattere “piccolo borghese” di ogni lotta volta a ottenere redistribuzioni
di tipo keynesiano. Redistribuzioni che, però, ricompaiono nel Manifesto
al termine di Libercomunismo. Qui gioca un classico della diagnosi anni
Settanta (anche del PCI e della Autonomia Operaia), il piccolo capitale è
intrinsecamente reazionario, mentre il grande capitale è progressivo[29]. Questa
operazione classicissima qualifica preventivamente come reazionario qualsiasi
tentativo di riterritorializzazione, qualsiasi politica di protezione e
qualsiasi tentativo di costruire un soggetto politico nazionale o regionale di
resistenza.
4-
Si registra qui quella che appare come una
confusione, o un deficit di tematizzazione esplicita, tra ‘centralizzazione’
del comando direttivo (e non già del capitale) e la ‘omogeneizzazione’ del
lavoro. L’esperienza contemporanea mostra che il capitale contemporaneo può
benissimo centralizzare il comando e, al contempo, frammentare il lavoro. Anzi,
è proprio uno dei suoi modi di funzionamento più efficaci. Si vede la crescita
continua di: lunghe catene di appalti, subappalti, forniture a rete decentrate,
piattaforme, lavori migrante o remoto, precarietà differenziata, lavoro
autonomo dipendente o connesso a piattaforme, filiere globali, … il “soggetto
rivoluzionario” è ben lontano dall’essere omogeneo o tendere ad esserlo.
1-
La proposta epistemica
Con riferimento al primo campo, quello epistemologico,
la struttura “nucleo logico + cintura protettiva + infalsificabilità per
decreto metodologico” è ciò che effettivamente Brancaccio fa (mentre dichiara
di assumere il punto di vista del convenzionalismo strumentale di Milton
Friedman). Il nostro
“decreta” niente di meno che “la pretesa a pieno titolo dell’economia
nell’empireo della scienza tout court”. La cosa gli serve perché intende
porre alla base della sua costruzione politica un’affermazione forte di
esistenza di una dinamica nel mondo e di “leggi” di sviluppo dello stesso
meccanicamente necessarie. E, cosa importante e questa volta ben connessa con
la proposta di Friedman, una spiegazione capace di produrre una previsione
(invero eroica) sulla base di un numero molto limitato di assunzioni.
Si
tratta di quello che Paul Samuelson chiamò il “F-Twist di Friedman”: “per
essere importante, quindi, un'ipotesi deve essere descrittivamente falsa nei
suoi assunti; essa non tiene conto di, e rappresenta, nessuna delle molte altre
circostanze presenti, sin dal suo stesso successo dimostra che esse sono
irrilevanti per i fenomeni da spiegare”[30]. In altre parole, sembra
di capire, la teoria è buona se attiva una semplicità performativa, o, con le
stesse parole dell’economista di Chicago: “paradossalmente, la questione
rilevante per chiedere sulle ‘ipotesi’ di una teoria non è se sono
descrittivamente ‘realistiche’, perché esse non lo sono, ma se sono
approssimazioni a sufficientemente buone ai fini in campo. E questa questione
può essere risolta solo dal vedere se la teoria funziona, il che significa se
si producono previsioni sufficientemente accurate”. Una concezione che Mark
Buchanan, in Previsioni[31], giudica semplicemente
“folle”. In altre parole, ed in linea con il rigetto del Marx che non fa previsioni
“scientifiche” (ma crea concetti, analizza fatti sociali, studia l’uomo,
agisce), in effetti Brancaccio scivola nella disciplina economica dal difficile
criterio della verifica post-factum delle previsioni alla più confortevole
“accettabilità” ante-factum delle conseguenze previste[32]. Di fatto l’intero
argomentare ha un sapore inconfondibilmente riduzionista, economicista e
meccanicista, addirittura rivendicato in più luoghi[33].
Secondo le sue parole stesse, particolarmente chiare:
“è venuto alla luce uno
snodo della moderna scienza economica critica che forse, una volta superato,
consentirebbe di compiere qualche concreto passo avanti nell’ancora pressocché
inesplorato continente della storia. Lo snodo a cui mi riferisco è l’esigenza
di stabilire un collegamento fra la teoria della ‘riproduzione’ e della crisi
capitalistica da un lato, e la teoria delle leggi di ‘tendenza’ del capitale
dall’altro”[34].
Il punto di connessione tra la riproduzione del capitale,
la tendenza alla crisi e la tendenza alla concentrazione, è
rintracciato “al livello della struttura economica capitalistica” e
quindi di qui si può risalire a tutti i livelli sociali e politici. Con questa
concettualizzazione, invero molto tradizionale, del rapporto tra “struttura” e
“sovrastruttura” nel seguito Brancaccio spegnerà in un sol colpo ogni possibile
obiezione e/o manifestazione di controtendenza. La legge è indefettibile e
invincibile nei suoi effetti.
Insomma, la famosa “evidenza empirica” è certamente
“frastagliata” e non moltissimo “evidente”, se non altro (come è normale)
piuttosto controversa e molto dipendente dal quadro teorico assunto alla base
della selezione dei dati e delle tecniche adoperate per la loro selezione,
raccolta e soprattutto manipolazione. C’è un motivo per il quale nel complesso
dibattito epistemico degli anni Settanta, imperniato, tra le altre, sulla
controversia tra Popper e Kuhn, Feyerabend, e poi i pragmatisti si riferisca
sistematicamente al solo Imre Lakatos, oggi quasi dimenticato. Si tratta di una
teoria profondamente normativa che si sforza di distinguere tra programmi di
ricerca “regressivi” e “progressivi” e, soprattutto, cerca di proteggere il
nucleo logico dei paradigmi scientifici attraverso la decisione di assumerli
come “infalsificabili per decreto metodologico” (1970). Si tratta, in altri
termini, di costruire una “cintura protettiva” che sia capace di incorporare
contenuto empirico e corroborarne la coerenza con il nucleo logico-formale. La
cintura, d’altra parte, deve poter sopportare qualche confutazione episodica (o
“a tratti”) salvando la possibilità purtuttavia di aderire razionalmente al
programma di ricerca nel suo complesso[35].
Chiaramente questo metodo è disegnato e pensato per le
scienze della natura e non per le scienze umane, o per le ‘scienze sociali’[36]. Brancaccio seleziona le
sue fonti, anche teoriche secondo questo filtro ex ante. Inoltre, è quel genere
di economista molto in voga da parecchi anni nelle università di tutto il mondo
che vede nella propria disciplina una “scienza dura” e lo rivendica. Sulla base
di un’argomentazione scheletrica (sostanzialmente riferita ad un saggio degli
anni Settanta di Imre Lakatos[37]) ed un riferimento
all’autorità di Milton Friedman[38], il nostro liquida quindi
tutti i dubbi sullo statuto epistemico della disciplina sulla base
dell’argomento che la conoscenza cresce sempre in riferimento alla
criticabilità in base all’esperienza empirica (se pure in ultima
istanza). O, in altri termini, che “le proposizioni dell’economa e della
politica economica devono sempre essere collocate sul banco di prova
dell’analisi empirica”[39]. Ovviamente, come abbiamo
visto, sulla base di un nucleo logico assunto.
2-
Piketty e la concentrazione
Nel postulare la concentrazione del capitale, o meglio per
tentare di appoggiarsi su una base empirica strutturata, Brancaccio fa anche riferimento
all’opera di Thomas Piketty nel suo classico del 2014[40]. Ovvero alla tendenza
alla crescita della disuguaglianza fondamentale creata dal differenziale (proposto
sulla base di argomenti fondamentalmente empirici) tra il tasso medio di
rendimento del capitale e il tasso medio di crescita del reddito. Il punto di
connessione tra la teoria della riproduzione, fondata sulla solvibilità,
e la tendenza alla concentrazione si colloca qui. Più alto è il
differenziale (che per Piketty è necessario e comunque storicamente presente)
tra il tasso di interesse e quello di profitto, più i debitori saranno in
crescente difficoltà a sostenere la solvibilità dei prestiti. Cioè sarà “più
difficile onorare i debiti accumulati”. Ma allora ne seguirà una tendenza alle
insolvenze, alle bancarotte ed agli accorpamenti dei capitali più deboli, e il
loro assorbimento da parte dei più forti. Questo è “per l’appunto, il moto
della centralizzazione capitalista”.
Successivamente si vedrà che la principale funzione delle
Banche Centrali è, appunto, di regolare tale meccanismo, e quindi la
centralizzazione. In Le condizioni per la pace[41]
sarà questo il punto centrale.
Nei suoi paper, invece, gli indici empirici impiegati
(HHI, centralità di rete proprietaria, partecipazioni incrociate) misurano concentrazione
del controllo. Non la categoria marxiana di centralizzazione, che è
categoria di rapporto sociale (espropriazione di capitalista da parte di
capitalista, trasformazione di molti capitali in pochi come momento dei
rapporti di classe e di proprietà). Brancaccio gioca proprio
sull'identificazione tacita di queste due cose: con i dati di rete dimostra una
crescente concentrazione e con quella concentrazione “verifica” una categoria
di Marx che non è esattamente quella. Ciò che la network analysis di
Brancaccio e coautori misura è una centralizzazione del controllo su
proprietà dispersa. Il paper del 2018 misura, esattamente, la
centralizzazione in termini di “net control” in un universo rappresentato da un
database che si estende a Usa e Ue e in anni tra il 2001 ed il 2016. Misura la
centralizzazione del controllo netto societario in una rete globale di imprese
esaminate, non la distribuzione proprietaria dell’intero capitale mondiale. E la
grandezza è modellizzata da un proxy ben specifico riferito a dati osservabili
sul controllo azionario. Il paper usa il database Thomson Reuters Eikon e
introduce una definizione specifica di centralizzazione come network control.
Ad esempio, nella base dati consultata nel paper non
risultano imprese cinesi o del sud globale con un bilanciamento omogeno. Così
come non risultano bilanciamenti per categoria, settore industriale etc.
prendiamo il caso di un’impresa come Huawei, un grande capitale industriale
mondiale, strategico, tecnologico, geopoliticamente decisivo. Si presenta come
società privata interamente posseduta da dipendenti e beneficiari pensionati
tramite il proprio schema di partecipazione; al 31 dicembre 2025 dichiara
169.054 dipendenti ed ex dipendenti beneficiari e una quota di Ren Zhengfei
pari a circa lo 0,59% del capitale. Il punto è che un’analisi fondata su circa
70.000 imprese per lo più angloamericane ed europee è ben colta perché passa
per asset manager, fondi, banche, veicoli finanziari e partecipazioni quotate. Ma
fa fatica con imprese statali cinesi; grandi gruppi privati non quotati; imprese
con azionariato opaco; gruppi familiari; holding pubbliche; fondi sovrani; imprese
strategiche con controllo politico-amministrativo più che azionario; capitale
non societario o non quotato; capitale immobiliare e fondiario; reti di comando
industriale non espresse dal pacchetto azionario. Si tratta di una mappa della
finanziarizzazione proprietaria occidentale, molto meno del “capitalismo
mondiale”.
Anche il secondo paper, per sua esplicita ammissione, studia
gli effetti della politica monetaria della Federal Reserve e della BCE sulla
centralizzazione “in terms of network control” negli USA e nell’area Euro. Soffre
particolarmente per la Cina. Qui una quota enorme del comando economico passa
per proprietà pubblica, controllo statale, SASAC, banche pubbliche, imprese
locali partecipate, holding territoriali, imprese miste, partito-Stato. Questa
struttura non è assolutamente riducibile al modello occidentale di controllo
tramite pacchetti azionari quotati e asset manager. Anche il controllo, e
questo è decisivo, non deriva come da noi dai “proprietari”. Quanto può essere
politico-amministrativo, pubblico e territoriale, para-statale, ibrido. Infine,
anche sul piano quantitativo, nel 2017 il controllo del capitale totale delle
imprese cinesi era al 68% dello stato[42].
Peraltro, è anche discutibile che tutto questo possa essere
assimilato alla centralizzazione marxiana (espropriazione di capitalista
da parte di capitalista), la quale presuppone concentrazione della proprietà
prima ancora che del controllo. Sono due fenomeni distinti che richiedono
diagnosi diverse e che hanno implicazioni politiche diverse.
In “Crisi e centralizzazione del capitale finanziario”[43], un articolo del 2015 con
Orsola Costantini e Stefano Lucarelli, il termine viene definito con
riferimento a Marx e Hilferding, e precisamente non come creazione di nuovi
capitali, bensì come “concentrazione di capitali già formati”, che induce il
superamento della loro autonomia individuale e dunque l’espropriazione dei
capitalisti da parte di altri più potenti (ovvero liquidi). il saggio dice
onestamente che sorgono numerosi problemi di coerenza e congruenza dei dati, in
quanto rilevati nell’ambito di diverse cornici teoriche generali (quella
dell’equilibrio generale neoclassico). Dunque, il termine preferito dal nostro
“evidenza empirica” è di difficile utilizzo. Malgrado ciò, eroicamente (o Lakatosianamente),
viene comunque tenuto fermo che “l’evidenza empirica esistente mostra che,
laddove la concentrazione del mercato del credito è maggiore, la nascita di
nuove imprese procede più lentamente”.
Difficile, ed in certo modo inutile, seguire interamente
l’argomentazione, che si presenta articolata, complessa e non univoca. Ma il
punto è che assume il ruolo di arbitro di sistema il potere di regolazione
della politica monetaria delle Banche Centrali (che non è certo un attore
neutrale, né incorporato nel mercato ma parte del sistema politico complessivo)
tra capitali solvibili e non solvibili. Viene applicata una “Regola di
solvibilità” che di fatto favorisce la centralizzazione capitalistica, come
scrivono, “sotto il vincolo di un grado di solvibilità del sistema che possa
ritenersi ‘sostenibile’ sul piano politico”[44]. Dunque, come ammettono
nel saggio, è possibile che la coalizione dei capitali in passivo prenda il
sopravvento arrestando “ed al limite [imponendo] un arretramento” dei processi
di centralizzazione.
Come scrivono, insomma, “i destini del processo di
centralizzazione risultano dunque aperti”. Le “leggi” citate sembrerebbero,
risalendo ai paper tecnici degli stessi autori, tutt’altro che “inesorabili”.
Ovviamente i destini sono “aperti” nel senso che rinviano ad uno scontro
effettivo tra forze economiche che hanno una rappresentazione sociale e quindi
potere politico, almeno potenziale.
Nel saggio di quattro anni dopo che abbiamo già citato, “Monetary
policy, crisis and capital centralization in corporate ownership and control
networks: A B-Var analysis”[45] deriverebbe che una
politica monetaria restrittiva induca una maggiore centralizzazione del
capitale (favorendo la liquidazione dei capitali deboli ed il loro assorbimento
da parte di quelli forti), e che ogni 1% di aumento del tasso di interesse gli
azionisti al vertice del controllo netto delle grandi imprese cali del 5% nella
Ue e ben del 13% in Usa. Questi effetti porterebbero, infine, ad una riduzione
del Pil circa del 2%[46].
In definitiva, quel che effettivamente la network analysis
identifica non sono “azionisti” nel senso marxiano (capitalisti che possiedono
mezzi di produzione e ne estraggono plusvalore) ma asset manager:
BlackRock, Vanguard, State Street, Fidelity, le grandi assicurazioni, i grandi
fondi pensione, gli SGR italiani, i fondi sovrani. Soggetti che gestiscono
capitali altrui sotto mandato fiduciario. Essi non possiedono nulla, hanno
partecipazioni per conto di milioni di beneficiari (pensionati, risparmiatori
retail, fondi pensione, dotazioni universitarie, fondi sovrani, family office).
Sono tenuti a:
-
dovere fiduciario — atto giuridicamente
sanzionato di agire nell'interesse esclusivo dei beneficiari;
-
mandato — vincoli di investimento posti
dai clienti (concentrazione massima, rischio massimo, esclusioni settoriali);
-
vincoli regolamentari — UCITS, AIFM,
Solvency II, ERISA negli USA, codici di stewardship;
-
tracking sugli indici — per i fondi
passivi (che oggi sono la massa, oltre la metà dell'AUM mondiale) il
"controllo" è meccanico, replicato dall'indice;
-
concorrenza — i clienti possono spostare
il denaro altrove in qualsiasi momento.
Non incamerano il suplus, ma solo commissioni di gestione
(minime), e questo defluisce a milioni di effettivi proprietari.
Dunque ci sono, e contemporaneamente:
-
effettive concentrazioni di capitale come
controllo e relazione. la famiglia Arnault con LVMH, Musk con Tesla, Bezos con
Amazon, i Walton con Walmart, Gates, Zuckerberg, i Mars, le grandi holding
familiari europee. Ma è marginale e non determina alcuna “tendenza”.
-
Concentrazione di funzioni delegate di un
capitale enormemente disperso. Esiste una letteratura[47] che
l’analizza e lo identifica come diverso dalla centralizzazione marxiana.
Ma, se la diagnosi diventasse questa, allora il soggetto
storico da espropriare non sarebbe più una piccola classe di capitalisti che, “in
poche mani”, controllano tutto. Questo programma è chiaro (anche se astratto):
esproprio del grande capitale, pianificazione collettiva. Lo troviamo in Libercomunismo
e in quel che già Hilferding ed altri proponevano centodieci anni fa. Ma se la
gran parte del capitale è in realtà dei lavoratori-pensionati e investitori,
allora il problema diventa solo chi governa e come gli investimenti.
Il progetto cambia forma. Se si espropriassero i capitali di Black Rock ad
esserne colpiti sarebbero centinaia di milioni di investitori, anche piccoli, una
crisi fiduciaria globale, lo scongelamento di un asset pool di 11 trilioni di
dollari di proprietà di pensionati e fondi sovrani, e probabilmente un
trasferimento dei mandati verso altri operatori.
3-
Il keynesismo regressivo
La terza dimensione,
della sfida internazionale al modello occidentale. Questo è un vero e proprio
inciampo potenziale per la teoria del nostro. Infatti, la concentrazione è
dimostrata tramite “evidenze empiriche” che gli stessi paper tecnici giudicano “frastagliate
ed incerte”. Dall’altra sulla memoria storica ricostruita da Piketty[48]. Scheletricamente il francese descrive
un movimento storico che va dalla concentrazione nel periodo di espansione e
maturazione della rivoluzione industriale, più o meno fino alla Prima guerra
mondiale ed alla crisi del ’29, alla prevalenza della controtendenza per via
politica, nel ventennio tra gli anni Cinquanta ed i Settanta, alla ripresa
graduale della centralizzazione in particolare negli anni del nuovo millennio.
Resta la pietra di inciampo del periodo “keynesiano”, durante il quale,
seguendo una tendenza già visibile alla fine dell’XIX (e, infatti alla base
della “controversia Bernstein”) le classi medie hanno avuto un’espansione
durata almeno un cinquantennio. L’inciampo è agilmente saltato rifugiandosi
nella nota tesi che vede l’espansione di queste come interamente dipendenti
dalla sfida sovietica (anche se la cronologia non è perfetta) e quindi
essenzialmente esogena. Tesi nota, ma approssimativa[49]. Accettandola, a parere
di Brancaccio ne deriva la necessaria conseguenza che nessuna evoluzione
“keynesiana” è oggi possibile, in quanto il capitalismo non è davanti ad alcuna
sfida storico-epocale come quella. La Cina non perviene e, nella misura in cui
lo fa, sembra ricondotta ad un caso particolare di espansione del controllo del
capitale. Alla fine si tratta di lotta tra capitali.
Dunque, aggirate, più che altro con un salto, le
controtendenze espansive e capaci di dare forza ai lavoratori restano
ovviamente solo quelle proposte dai piccoli capitali. Ma queste sono da
respingere perché hanno segno reazionario. E questo segno si manifesta sia a
livello di una singola società, dove vengono a prevalere forze reattive e
difensive, sia a livello di sistema-mondo, nel quale si rischia la
frammentazione difensiva di network di controllo di capitali in grado di determinarsi
politicamente e quindi la riduzione del pianeta, peraltro come avvenne nel
citato periodo espansivo, in macrosistemi regionali parzialmente sconnessi.
Quelle che chiama “gabbie geopolitiche”, per fuggire alle quali resta
per differenza solo l’altromondismo.
In altre parole, la crescita della disperazione provocherà
la fine della pace welfarista, letta con Althusser come controllo e
assoggettamento sui generis, e questa indurrà alla fine una reazione dei
lavoratori, divenuti omogenei. È l’unica speranza di non doversi affidare, con
una forma di “codismo”, alla lotta borghese dei piccoli capitali. A Brancaccio
il “momento populista” appare infatti prevalentemente reattivo. È stato
abbastanza visibilmente egemonizzato da quei ceti al contempo sovraistruiti e
sottoutilizzati (i cosiddetti “lavoratori della conoscenza” e i ceti intermedi
variamente intrappolati nelle pieghe semiperiferiche del sistema di
riproduzione sociale) e che esprimono, nel vuoto dei quadri di senso
novecenteschi (persi da tempo, insieme ai corpi intermedi) una particolare miscela di individualismo edonista
frustrato, rancore cieco, e spinta alla socializzazione destrutturata[50].
Vediamo meglio questo punto decisivo, cosa è “regressivo” e
cosa è “progressivo”?
È regressivo il fatto che i processi di centralizzazione soffocano le
istanze rivendicative, in pratica scomparse da decenni, ma dentro questo
processo è anche nascosto il lato progressivo (con una mossa
“dialettica” che in Marx aveva una ben specifica ragione filosofica hegeliana).
Infatti, immaginando come esito di un ragionamento scientifico (perché
schematizzabile) quella che in origine è una deduzione filosofica di pura
scuola idealista[51],
Brancaccio, saltando eroicamente a piedi pari decenni di controprove, dichiara
la centralizzazione, inesorabilmente, essere attiva nel concentrare il
potere di sfruttamento in poche mani e “livellare le differenze tra gli
sfruttati”.
Lo schema riverbera Althusser[52] e più antichi teoremi
marxiani. O, con le sue parole, “che si tratti di donne o uomini, di nativi o
immigrati, man mano che si sviluppa il capitale tratterà questi soggetti in
modo sempre più indifferenziato, come pura forza lavoro universale”. E, “questo
processo di universalizzazione del lavoro mette in crisi le vecchie
istituzioni, disintegra gli antichi legami di famiglia basati sulla soggezione
della donna all’uomo e allenta sempre più i confini nazionali che dividevano la
forza lavoro interna da quella esterna. È un movimento che per forza di cose
abbatte gli antichi equilibri sociali basati sulle discriminazioni di genere e
di razza ma che al tempo stesso risulta guidato da una pura logica di
acquisizione di forza lavoro indifferenziata ai fini della intensificazione
dello sfruttamento. Donne e uomini, nativi e immigrati, col tempo il capitale
ci rende tutti uguali, e questo è il suo aspetto progressivo e universalistico,
ma ci rende uguali nello sfruttamento, e questo è il suo aspetto retrivo e
divisivo. Si tratta dunque di un movimento contraddittorio, come ogni altra
cosa nel capitale”[53].
Ancora una volta, una frase di chiaro sapore marxiano, ma ancora più tipica del
marxismo degli anni del primo riflusso. Una frase che nel tempo presente assume
però uno strano sapore, mentre era comprensibile nel suo progressismo
illuminista nel quadro temporale e biografico del grande rivoluzionario tedesco.
Quel che si chiama qui “vecchia istituzione” è infatti l’università pubblica in
presenza, contrapposta al Mooc nel quale pura forza-lavoro universale compete
per pochi euri a vendere ore di lezione ad un pubblico pagante e
tendenzialmente uniforme, oppure quel che si chiama “antico legame di
famiglia”, è la famiglia stabile del novecento nella quale una coppia paritaria
e progressista (e non già “patriarcale”) disponeva dei mezzi economici e della
stabilità necessaria per allevare ed educare figli, o, ancora, quel che si
chiama “confine nazionale” divideva la forza lavoro, ma forniva anche sostegno,
welfare, certezza e stabilità, e, con esse, forme democratiche non perfette ma
certamente mai viste prima.
Tutto questo è visto semplicemente come “ripugnante”.
Si tratterebbe di “vecchie certezze” che “si reggevano sulle
discriminazioni interne della classe lavoratrice”. Questa è, in effetti, una
mossa althusseriana per il quale lo sviluppo determinato nel trentennio
welfarista, lungi dall’essere un progresso normativo fondato sul riconoscimento
della dignità dei lavoratori e cittadini, era strumento di uniformazione ad
aspettative comportamentali funzionali alla riproduzione di sistema[54]. È dunque lo Stato che
“interviene come ancella del capitale” (Althusser, citato dal nostro[55]). Una critica di vasta
estensione, ma tale da richiedere un aggiornamento. Sono passati decenni, da
quando la svolta neoliberale (utilizzando per i suoi fini anche l’energia
critica che il generoso libertarismo della Nuova Sinistra italiana e francese[56]) ha destrutturato le ‘conquiste’
del trentennio glorioso, disgregando le identità sociali giudicate troppo
omogenee di quella fase (il sindacato, i grandi partiti di massa, le
associazioni di base). Di fronte al “compromesso keynesiano”, che caratterizzò
la risposta del dopoguerra alla crisi degli anni Trenta, si ebbe dunque una “revoca”.
Dal lato neoliberale e da quello della New Left fu considerato un movimento di
liberazione da vincoli oppressivi di conformazione dell’umano a modelli. La forma
che prese, nei decenni tra gli anni Settanta e i Dieci del nostro secolo,
questa “revoca” fu il ribellismo soggettivista (su sfondo naturalista). Ovvero il
richiamo sistematico al potenziale di ribellione individuale come fonte di emancipazione.
In un certo senso, per ogni gruppo l’angelificazione di sé stessi e l’inserimento
dell’altro da sé in una demonologia. Al centro del movimento ci fu una
specifica forma di ‘conflitto delle libertà’ in sé non certo condannabile. Ma oggi
questo vasto movimento è giunto ad un punto di estenuazione finale. Siamo di
fronte alla “revoca della revoca”. Oggi, la nostra tesi, sottoposto ad analisi precisa
della situazione concreta ed a un giudizio storicamente dato, il conflitto
delle libertà proprio della fase della “revoca del compromesso keynesiano” è
problematica sotto il profilo della complessiva lotta per l’emancipazione di
tutti e tutte. Occorre superare l’arroccamento del “politicamente corretto” e
le posture identitarie che lo contraddistinguono. Ma il populismo non è la
soluzione. Infatti, per oltre un decennio il cosiddetto “momento populista” è
stato al centro della fase di superamento-estenuazione della “revoca” (ovvero
di quel che qui chiamo la “revoca della revoca”[57]). Brancaccio, ed anche
io, lo ritiene un’occasione persa.
Ma divergiamo sulla prognosi. O, in altro modo, su quali “rami
secchi” tagliare. Uno di questi rami permane in Libercomunismo, è la
natura ‘cristologica’ del proletariato. Ovvero dell’unica classe che assume su
di sé il peso della rivoluzione, in quanto “classe generale”. E lo è, “generale”,
in quanto per Marx il comunismo è la riconquista dell’essere generico, né solo
un sistema di organizzazione della produzione o una modalità di soddisfacimento
di bisogni individuali e collettivi. È negazione della proprietà (le categorie
procedono in Marx per via di contraddizioni, opponendosi le une alle altre)[58]. Superare questa
meccanica teorica porta su posizioni più vicine a un Labriola o Gramsci, la
rivoluzione non sarà regalata dalla storia: per attivare il potenziale della
formazione e trasformazione di una diversa società ci vogliono le condizioni, e
la forza di intendere che sono mutabili. Ma anche, in modo decisivo, la
capacità di indicare come lo sono[59]. La religione della
crescita, della dinamica automatica dello sviluppo delle ‘forze produttive, che
sono al tempo stesso forze sociali, non solleverò dalla fatica di scegliere e
combattere.
Come propongo, al contrario,
Il soggetto rivoluzionario, dunque,
non ci sarà regalato dal capitalismo. Bisognerà lavorarci. Ci tocca il compito
di tastare bene le pietre del guado, una a una, unendo soccorso e protezione alle esigenze umane di base (lotta concreta
per una buona sanità, per un fisco più equo, per salari degni, per servizi
decenti), tensione a unire un “blocco
storico”[60] a partire
da queste rivendicazioni concrete e lotta
per la liberazione nazionale da ogni forma di dipendenza. Parafrasando una
nota formula di Mao: l’uomo vuole vivere, la classe vincere, la nazione
prosperare[61].
Nella sua “furia del dileguare”, per Brancaccio tutto
questo deve essere spazzato via, esattamente come vorrebbero i più conseguenti
dei suoi discussori neoliberali, perché alla fine, dalla disperazione emerga la
rivoluzione, dai molti uno. Come accade nei molti casi stigmatizzati da
Losurdo nel suo ultimo libro, Il marxismo occidentale[62],
del quale il nostro è un coerente esponente, riconnettendosi alla sua radice
utopica, finisce per considerare ogni distruzione reale come passo necessario
verso il progresso[63]. Ne deriverebbe, per
deduzione logica, che il massimo dello sfruttamento e dell’uniformazione
costrittiva contenga (per virtù dialettica, ovvero per effetto della
contraddizione della contraddizione) anche il massimo del progresso potenziale.
Ovvero universalismo e progressismo si toccano agli estremi con la schiavitù.
In questa “inesorabilità”, e “gigantesca distruzione
creatrice”[64],
deriva che bloccare il processo è, appunto, ripugnante. Bisogna correre
avanti. Superare le contraddizioni in avanti.
4-
Tra ‘centralizzazione’ e ‘omogeneizzazione’
In Libercomunismo questa posizione, consolidata già
nelle opere precedenti, trova una forma che da una parte di regge sulla cosiddetta
“evidenza empirica” di cui abbiamo già detto, dall’altra viene qualificata come
“puro caos che avanza nel buio”[65] e come “tendenza allo
schiacciamento dei ‘medi’, alla polarizzazione tra le classi. Relativa e talvolta
anche assoluta”[66].
Sulla base di scheletrici, e mal interpretati[67], rapporti della World Bank,
deriva che “il tipico risentimento piccolo borghese” deriverebbe dalla modernizzazione.
È esattamente la medesima tesi che Giovanni Arrighi, quando militava nel Gruppo
Gramsci avanzò nel 1972 e che abbiamo visto precedentemente[68]. Per Brancaccio
“il punto è che
la centralizzazione dei capitali, tanto tende a concentrare il potere di
sfruttamento in poche mani quanto tende a livellare le differenze tra gli
sfruttati […] man mano che si sviluppa il capitale tende a trattare questi
soggetti in modo sempre più indifferenziato, come pura forza lavoro universale.”[69]
Da questa tesi classicamente marxiana, concepita nelle condizioni
sociali e tecnologiche dell’Europa (Francia, Germania e soprattutto Inghilterra)
della metà del XIX secolo, ne fa derivare che
“il risultato è
che l’occupazione, i redditi e le condizioni di lavoro di queste diverse
tipologie di persone dovrebbero tendere a somigliarsi sempre di più. Quali che
siano il genere, l’orientamento sessuale, la provenienza, l’etnia, la religione,
col tempo, il capitalismo rende tutti gli umani uguali”[70].
Precisamente, “li rende uguali nello sfruttamento”. Ovvero,
ha un aspetto “progressivo e universalistico” (rende tutti “uguali”,
dissolvendo ogni tradizione, differenza, cultura, caratteristica), ed uno “retrivo
e divisivo” (li sfrutta tutti).
Ora, nel momento in cui per Brancaccio, in questo
classicamente illuminista (o, meglio, archetipicamente illuminista, che
qualsiasi illuminista concretamente vissuto avrebbe avuto problemi con questa
formulazione così sicura di sé), l’essere uguali, dall’ultimo atollo oceanico
al centro di New York, è universalismo e progresso. In conseguenza, e
necessariamente, chi si oppone a questa “tendenza livellatrice” è preda di sole
‘emozioni’ (anziché di ‘ragione’). Precisamente è posseduto da un “rigurgito
razzista, misogino, queerfobico, fanatico, nemico delle libertà”[71]. Un sentimento che si
diffonde “nella classe lavoratrice maschia, bianca ed eterosessuale”. Questa tesi
è esplicitamente raccordata dall’autore all’Engels de L’Origine della
famiglia[72],
o quelli che chiama “gli studi di avanguardia” di Kimberlé Williams Crenshaw[73] ed altri[74].
Brancaccio individua così la logica di riproduzione del capitale e la tendenza interna
al suo laboratorio di centralizzarsi. Centralizzazione è il “movimento
oggettivo che tende ad annientare i piccoli capitali”[75] e, facendo ciò,
“contribuisce ad accrescere le contraddizioni tra forze produttive e rapporti
di produzione, a restringere le condizioni di riproducibilità e a moltiplicare
gli inneschi della crisi”. In sostanza una testuale ripresa del testo marxiano
(meno i “rami secchi” che intende espungere).
Dato che i capitali tendono a concentrarsi e su scala
mondiale (tra breve vedremo a cosa esattamente si allude), allora i piccoli
capitali ne vengono necessariamente spiazzati. Ci si trova davanti ad una lotta
grandiosa tra il grande capitale internazionale e tendenzialmente sempre più
integrato e il “piccolo capitalismo frammentato e in affanno”. Nel linguaggio
che è familiare ad una letteratura che pure il nostro cita in alcuni paper, la
lotta tra il capitalismo monopolistico e il capitalismo competitivo[76], o, non è identico, ma
silenziosamente si traduce, tra ‘capitale internazionale’ e ‘capitali locali’.
Il punto specifico è che in questa lotta tra capitali se dovessero prevalere i
secondi la lotta di emancipazione dai vincoli internazionali assumerebbe
“pressocché inevitabilmente caratteri reazionari, potenzialmente neofascisti”[77]. Nuovamente, la
contraddizione sarebbe respinta, e quindi la sintesi allontanata.
In questo passo di demarcazione e segnavia l’alternativa
risalta netta e drastica:
-
da
un lato abbiamo
la centralizzazione, la quale ovviamente scatena la competizione su scala
mondiale per l’attrazione dei capitali e questa ostacola le lotte e crea
l’ambiente nel quale in tutti questi anni il lavoro è stato costantemente
precarizzato, indebolito, umiliato;
-
ma
dall’altro lo
stesso processo che schiaccia i lavoratori, costringendoli ad accettare le
condizioni del capitale, spiazza anche i piccoli proprietari e ridimensiona i
ceti medi.
Risalta in questo punto un testo di gusto letterario che
sembra direttamente una parafrasi di notissimi passaggi marxiani della metà del
secolo XIX:
sgombra
il campo dai residui sociali del vecchio regime, accresce le dimensioni
complessive complessive della classe lavoratrice e per questa via contribuisce
a ricreare le condizioni favorevoli per una ripresa dell’antagonismo con il
grande capitale[78].
Il suono è familiare. Ma, se scritto alla vigilia dei moti
del ’48, o dopo la Comune di Parigi, questo modo di argomentare ha un preciso
senso, ed il “vecchio regime” è ben identificabile ed incarnato nella corte di
Vienna, o in quella dello Zar, nei ceti nobiliari della famiglia della moglie
dello stesso Marx, o nei tanti polverosi palazzi sopravvissuti al movimento
borghese aperto dalla Rivoluzione francese, modello davanti agli occhi dei
rivoluzionari di tutt’Europa, oggi, nel 2020 che cosa è? Il “vecchio
regime” è forse l’ultimo residuo resistente del cosiddetto “compromesso
socialdemocratico”? Ovvero, il “vecchio regime” è quello che ancora determina
il privilegio insostenibile per il quale un professore universitario, ad
esempio, è un dipendente pubblico assunto a tempo indeterminato e con un
salario fisso e stabile, invece di essere, come il mercato internazionale
vorrebbe, un precario con contratto semestrale, o a cottimo (certo, moderno),
definito dalla concorrenza, tramite Mooc (Massive Online Open Course)? Quel che
il professore in effetti ci sta dicendo è che dobbiamo smettere di resistere
all’impoverimento ed alla precarizzazione, perché quando saremo tutti eguali
nella disperazione, avendo perso tutto, allora ci ribelleremo. Era, in effetti,
una idea presente in alcune pagine di Marx, in particolare del giovane ed
ancora inesperto Marx.
Singolare concordanza tra opposti, per cui
l’altermondialismo rivendicato del vecchio militante di Porto Alegre, nel
timore che la fine dell’impero “marino” porti a richiusure “terrestri” in nuove
‘gabbie geopolitiche’, similmente all’epoca socialdemocratica si rifugia nella
comfort zone del più tradizionale progressismo come un qualsiasi esponente
della sinistra mainstream. È, in effetti, una profonda concordanza, la quale
sceglie di selezionare nella vasta e non omogena tradizione del socialismo
occidentale quegli elementi progressisti, scientisti e antihegeliani i
quali meglio si prestano alla prosecuzione ed accelerazione del progetto della
modernità. Si tratta, evidentemente, di un’intera prospettiva culturale nella
quale tutti gli elementi pur condivisi di analisi contestuale, o di singoli
moduli interpretativi, trovano collocazione. Ad esempio, il timore che la
de-mondializzazione per grandi aree di influenza in corso, nella contrapposizione
totale che si prepara tra “cicli di egemonia” (Arrighi[79]) provochi conflitti
militari è, nella prospettiva di Brancaccio, sostenuta ed attraversata,
potenziandola, dall’adesione alla prospettiva assiale della modernizzazione. Probabilmente
non per caso tutte le guerre incorso sono lette come “interimperialiste”[80].
Così
giungiamo al ‘Momento Lenin’. È il nome che assegneremo a quell’angoscioso
punto di precipitazione degli eventi, quel lungo attimo di terrore collettivo,
in cui lo sviluppo centralizzato della competizione capitalistica
internazionale esonda verso uno scontro armato su larga scala. Una guerra imperialista
dagli esiti difficilmente prevedibili. È quella che altrove abbiamo definito
una ‘centralizzazione imperialista’ del capitale internazionale[81].
Uno scontro che “selezionerà il capitalismo più forte”[82]. Ovvero, in ultima analisi,
un momento dialettico del progresso (direbbe qualcuno più cinico del nostro).
Oppure, la soluzione di superare “in avanti” la macchina
stritolante della modernità capitalistica e le meccaniche pure anatomizzate
dallo stesso, che emergerà al termine del libro, deriva interamente dall’horror
vacui della perdita del riferimento a questa assialità. L’illuminismo, entro la
grande ombra del quale tutto il marxismo del nostro resta, è da sempre in
conflitto con sé stesso. Come scrivono in un’opera famosa -e certamente non
condivisa dal nostro- Horkheimer e Adorno, è totalitario, riconosce a
priori “come essere e accadere solo ciò che si lascia ridurre a unità; il suo
ideale è il sistema, da cui deduce tutto e ogni cosa”[83].
Tuttavia, e qui si viene alla contraddizione interna dell’ultimo
testo. Mentre tutta la dinamica descritta è provvidenziale e “catastrofica”,
trova la salvezza al punto di massimo dolore, compare nelle ultime pagine la
Ragione. Ovvero compare “il Piano”. Non più l’automovimento della storia (anche
essa una forma di Ragione, ovviamente, ma provvidenziale), ma proprio un “piano
di governo coordinato e non di mercato”. Leggiamo:
un
futuro ordine di pace si potrà ottenere solo attraverso un piano di governo
coordinato e non di mercato, una regolazione politica, e non di mercato, degli
squilibri finanziari internazionali sorti nell’epoca del vecchio liberismo
deregolato e non risolti ma esorcizzati nella fase attuale, del nuovo
protezionismo universale e guerrafondaio[84].
Totalmente in accordo.
“una pratica cooperativa perseguita in primo luogo
attraverso il blocco della libertà di movimento dei capitali e il governo
politico degli squilibri internazionali”.
Ed ancora.
Per
quanto sconcertante, per quanto all’apparenza inattuale, sembra esserci solo
una via in grado di sciogliere l’intrico. Consiste nel riconoscere che, nell’epoca
del capitale centralizzato, solo una nuova direzione assegnata all’accelerazione
tecnico-scientifica potrà condurre al trionfo della piena libertà dell’individuo,
e questa inedita liberazione potrà avvenire solo grazie al cervello visibile di
una rinnovata intermediazione politica, una inusitata intelligenza
collettiva, un inedito genio comune. Insomma, contro l’ottuso individuale,
edificare il genio collettivo. Che certo non significa riesumare la rigida
avanguardia bolscevica, né significa consolarsi nel lasco spontaneismo
movimentista. Piuttosto, nel solco dei teorici di una continua dialettica tra
verticale e orizzontale, serve creare una nuova forma del partito. L’intelligenza
di una nuova lotta di partito[85].
Al termine di un percorso nel quale sono stati pochi i punti
di accordo compare la pienezza di questo. La nuova forma di partito è l’oggetto
del mio Classe e partito, mentre la nuova direzione alla tecnica uno di
quelli di Oltre l’Occidente, vol 1. Ma, la differenza è nei dettagli, l’accelerazione
tecnico-scientifica, non lo sviluppo della tecno-scienza (o della “Cosmotecnica”,
come scrivo nell’ultimo libro). O la “intelligenza collettiva”, non il
riconoscimento reciproco tra diversi.
L’autore immagina un futuro monista. Solo una intelligenza,
una accelerazione, il diventare Occidente del mondo, abbastanza evidentemente,
tutto ricondotto all’Uno. Una tendenza, scriverà, “che non ammette esodo, non
contempla zone franche, non prevede inversioni di rotta”[86]. Soprattutto,
che va sempre avanti e “non torna indietro”. Un cammino della storia, unico,
progressivo, certo, “ineluttabile”.
Per questo, malgrado il recupero meramente nominalistico del
momento “politico”, alla fine resta solo la Yawara. Perché “ogni reazione alla
tendenza va combattuta. Dalla tendenza vanno tratte le estreme conseguenze”.
Al contempo, leggiamo nel Manifesto, che mentre si “combatte
ogni retrograda reazione alla tendenza” (che, ricordo, schiaccia i salari, crea
condizioni di lavoro precarie, distrugge garanzie e protezioni, espone alla
durezza della vita) e
“si traggano dalla tendenza del capitale tutte le estreme
conseguenze”, si deve “lottare per l’espansione dei costi del progresso
sociale: salari, stipendi, contributi sociali, reddito universale, intensificazione
dei controlli a tutela della sicurezza e della salute delle lavoratici e dei
lavoratori, inasprimento dei vincoli ambientali alla produzione, rilancio delle
tutele normative e sindacali, drastica riduzione del tempo di lavoro a parità
di retribuzione”[87].
Insomma, mentre si promuove con la mano destra l’accelerazionismo
futurista più utopico, con la sinistra si tiene viva l’agenda
socialdemocratica. Quella medesima agenda ovunque tacciata di “regresso”. La motivazione
è esile, in questo modo si accelera la tendenza selettiva perché molti capitali
falliranno. Qui lavora l’idea che il Grande capitale sia progressivo ed i
piccoli regressivi. Vecchia idea che ha al minimo cinquanta anni.
Ma chi dovrebbe riprendere in mano questa agenda
socialdemocratica? Ovviamente la coalizione di tutte le rivendicazioni. Dei movimenti
di emancipazione civile, sociale, ambientale, internazionale e intersezionale. Ovvero
l’agenda degli ultimi trenta anni.
È vero che l’unione, a suo dire “mai tentata” di
Pianificazione e Libertà individuale, dovrà portare al tradizionale “esproprio
dei grandi capitali”, ma, questa volta, non deve andare come a Mosca. “Il
controllo della totalità delle forze produttive deve implicare il pieno
sviluppo della totalità della capacità dell’individuo in termini diretti ed
immediati”[88].
Come?
Bisognerà aspettare, temo, il prossimo libro. La rivoluzione
dovrà attendere.
Conclusione
Insomma, quella di Brancaccio è la più tradizionale delle
posizioni. Malgrado il suo tono è l’unione di ricette che hanno centocinquanta,
o centoquindici, anni, con altre che ne hanno trentacinque. Anche le sue
proposte hanno sempre un sapore di vecchi teoremi (di Hilferding, del primo
Lenin, della Politica della Vita anni Novanta, etc..) riproposti strutturalmente
eguali e rivestiti di esili strati di empiria (seguendo le note) e un poco di
matematica.
Una parabola intellettuale che, nel tentativo di
accreditarsi come “massimamente avanzata” ed eterodossa, finisce per rivelarsi
come una delle operazioni più radicalmente conservative e tradizionaliste del
panorama economico contemporaneo.
La pianificazione collettiva moderna è, infatti, la
posizione progressista standard dal 1936 (Lange), passata per il Per un
nuovo Welfare State di Holland negli anni Settanta, per Sraffa-Garegnani
sulla distribuzione politica, per la Mazzucato dell'Entrepreneurial State, fino
al “Manifesto accelerazionista” Williams-Srnicek. Molti autori e
posizioni non per caso citati. Brancaccio, è vero, li riformula in linguaggio
marxista più ortodosso ma non aggiunge una struttura concettuale propria.
Siamo davanti a quello che potremmo definire un paradosso di
posizionamento: per sfuggire all'accusa di proporre una sociologia romantica o
un'utopia priva di fondamento materiale – accuse che il mainstream
scaglia da decenni contro il pensiero critico –, compie un'operazione di
arroccamento disciplinare. Il prezzo di questo arroccamento è, però, una
vistosa regressione verso forme di determinismo ottocentesco o del primo
Novecento (rivestite di costruttivismo anni Settanta). Nelle note dei suoi
paper tecnici, i dati e le tecniche econometriche avanzate (come la network
analysis applicata ai legami azionari) non servono a scoprire, né a
mettere davvero in discussione il paradigma, ma agiscono esattamente come la “cintura
protettiva” di Imre Lakatos. Servono a corroborare un nucleo logico-formale
assunto come indiscutibile a priori. I dati vengono selezionati e
ritagliati affinché confermino il vecchio teorema della centralizzazione
capitalistica. Quando la realtà devia vistosamente – come nel caso della
transizione multipolare cinese o della resistenza dei ceti medi welfaristi –,
l'inciampo viene liquidato come “esogeno”, transitorio o, peggio, “moralmente
reazionario”.
Più specificamente, riprendere Hilferding o le prime tesi
leniniane sull'imperialismo, congelandole e applicandole linearmente al
capitalismo algoritmico, delle piattaforme e della frammentazione globale,
significa scambiare un'astrazione d'epoca per una legge di natura eterna. La “legge
di riproduzione e tendenza” brancacciana funziona quasi come un orologio
meccanico in un'era di sistemi complessi, caotici e reticolari. L'idea che la
centralizzazione proceda in modo così geometrico e lineare da livellare
deterministicamente le soggettività in un'unica massa omogenea ignora un secolo
di studi sulle forme di frammentazione, sulle economie di scala flessibili, e
sulle asimmetrie strutturali che non uniformano affatto, ma differenziano
e gerarchizzano per dominare.
Questo approccio rivela qualcosa di molto interessante. Questa
è la ragione per la quale vi abbiamo dedicato quasi centomila battute: il
vicolo cieco in cui si trova una parte del marxismo accademico occidentale. L'illusione
che, per vincere la battaglia contro l'ortodossia neoliberale, si debba giocare
sul suo stesso terreno, esibendo manuali alternativi (Anti-Blanchard),
formalizzazioni simmetriche e la medesima pretesa di oggettività
performativa. Ma l'economia, quando si pretende “scienza dura” e si separa
dalla storia, dalla geopolitica e dalla concretezza dei corpi e delle
istituzioni territoriali, finisce sempre per descrivere un mondo spettrale.
Dunque, concordiamo sulla concentrazione, la
centralizzazione, la crisi della democrazia liberale, il dominio dei grandi
apparati finanziari, la compressione del lavoro, la colonizzazione della vita. Ma
Brancaccio ne fa una legge indefettibile con una spiegazione monocategoriale
(la ‘concentrazione’ di capitale e controllo operante attraverso una manciata
di meccanismi[89]). Quindi una volta che la
centralizzazione diventa “legge”, tutto ciò che la contrasta appare necessariamente
arretrato, illusorio o reazionario. Le controtendenze non sono più materiali
politici da selezionare e organizzare, non sono la base del lavoro, se pure
difficilissimo, del partito nella classe[90];
diventano deviazioni rispetto al corso della storia. Bisogna dunque lasciare
che il capitale accentri tutto (pratica yawara), per poi ereditare la
struttura già pronta. Si passa così dall'analisi di un problema drammatico alla
rinuncia terapeutica a difendere i lavoratori nel “qui e ora”. Qui c’è un
problema interno: il Piano coordinato, il blocco dei movimenti di capitale, la
nuova forma di partito, sono controtendenza. Ma era stata proibita, dichiarata
reazionaria. Ricompare, insieme al solito altermondismo della sinistra
mainstream occidentale. È uno strano movimento, proibisce di frenare per tutti
i testi e poi frena nell’ultima pagina.
Il perno centrale è la conversione di una tendenza
(giocata, contesa, reversibile) in una legge (indefettibile, a direzione
necessaria). Se la tendenza, come riteneva nel 2015[91], fosse
solo l’esito di un rapporto di forze storicamente determinato allora la
politica la potrebbe piegare. Non sarebbe una operazione insieme velleitarie e “retrograda”.
Ma quel che scrive nei paper scientifici, in cui è molto più prudente e non
assume posizioni assolute, lo nega nei testi divulgativi. L’accelerazionismo di
questi ultimi vive nella retorica. Nella “frase rivoluzionaria” leniniana.
E vive in una mossa specificamente marxiana, questa sì. Ma non
‘scientifica’, bensì ‘metafisica’: la negazione della negazione. Il
massimo dello sfruttamento contiene il massimo del progresso “per virtù
dialettica”. Questa è deduzione idealista hegeliana presentata come legge
scientifica.
In quel mondo spettrale, la “mossa di judo” rischia di
essere solo un'elegante piroetta teorica eseguita mentre il pavimento reale
della società viene smantellato.
[1] -
Brancaccio, E., Passarella, M., L’austerità è di destra. E sta distruggendo
l’Europa, Il Saggiatore, Milano 2012.
[2] -
Brancaccio, E., Anti-Blanchard. Un approccio comparato allo studio della
macroeconomia, Milano, Franco Angeli, quinta edizione 2021 (prima edizione
2012)
[3] -
Brancaccio, E., Bracci, G., Il discorso del potere. Il premio Nobel per
l'economia tra scienza, ideologia e politica, Milano, Il Saggiatore
2019
[4] -
Brancaccio, E., Non sarà un pranzo di gala. Crisi, catastrofe, rivoluzione, Meltemi,
Milano 2020.
[5] -
Brancaccio, E., La guerra capitalista. Competizione, centralizzazione, nuovo
conflitto imperialista, Mimesis, Milano, 2022.
[6] -
Brancaccio, E., Democrazia sotto assedio. La politica economica del nuovo
capitalismo oligarchico. 50 brevi lezioni. Piemme, Milano 2022.
[7] -
Brancaccio, E., Le condizioni economiche della pace, Mimesis, Milano
2024.
[8] -
Brancaccio, E., Libercomunismo. Scienza dell’utopia, Feltrinelli, Milano
2026.
[9] - Hilferding, R., “Il capitale
finanziario”, Mimesis 2011 (ed. or. 1910).
[10] -
Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti, Milena Lopreite, Michelangelo Puliga,
“Centralization of capital and financial crisis: A global network analysis of
corporate control”, Structural Change and Economic Dynamics, vol. 45,
2018, pp. 94–104, DOI: 10.1016/j.strueco.2018.03.001.
[11] -
Brancaccio, Giammetti, Lopreite, Puliga, “Monetary policy, crisis and capital
centralization in corporate ownership and control networks: a B-VAR analysis”, Structural
Change and Economic Dynamics, vol. 51, 2019, pp. 55–66.
[12] -
Stefania Vitali, James B. Glattfelder, Stefano Battiston, “The network of
global corporate control”, PLOS ONE, 2011
[13] -
Amin, S., Lo sviluppo ineguale, Einaudi, Torino 1973, Amin, S., Oltre
la mondializzazione, Eitori Riuniti, Roma 1999.
[14] -
Cfr. Visalli, A., Dipendenza. Capitalismo e transizione multidisciplinare,
Meltemi, Milano 2020, cap.1 “Radici: Baran, Sweezy, Myrdal, Perroux”. Si veda
anche, cap. 2 “Semi: Hobson, Hilferding, Lenin”.
[15] -
Brancaccio, E., Libercomunismo. Scienza dell’utopia, Feltrinelli, Milano
2026, p.143.
[16] -
Nella Introduzione, firmata da Brancaccio e Cavallaro, gli autori scrivono: “Si
tratta di ripartire dal nucleo del paradigma marxista, da identificarsi
a nostro avviso nel titanico risultato di aver gettato le basi per una
teoria scientifica della storia […] solo riannodando i fili con il nucleo della
teoria marxista della storia (e abbandonando al loro destino di rami secchi tutte
le diramazioni del marxismo che non siano funzionali all’avanzamento di tale
risultato) si potrà restituire al paradigma alternativo la capacità di
progredire e di tornare a competere efficacemente con il paradigma neoclassico
dominante”, Brancaccio, E., Cavaliere, L., Introduzione, a Hilferding, R., Il
capitale finanziario, op.cit., p. XX..
[17] -
Brancaccio, E., Libercomunismo, op.cit., p. 25.
[18] -
Marx, K., Il Capitale, vol 1, Einaudi, Torino 2024, p,.637.
[19] - Come si può
leggere nella prefazione del 1882 all’edizione russa de “Il Manifesto”,
la linearità
astratta dello sviluppo, espressione della presunta “teoria
storico-filosofica del percorso universale fatalmente imposto a tutti i popoli,
indipendentemente dalle circostanze storiche in cui si trovano i posti”, si
inceppa su un punto di resistenza. Ma una resistenza che può mettere alla prova
la verità del pensiero individuato nel testo del 1848, una resistenza che è un
“problema”. Dalla lettera a Vera Zasulic lo leggiamo: o prevarrà “l’elemento
della proprietà privata sull’elemento collettivo” o il contrario, il collettivo
sulla proprietà. Ma non avverrà per via astratta, per imposizione dall’altro,
bensì da dentro. Nella prefazione, e prima nella lettera, l’idea è
chiarita così: il fatto che la Russia sia nella possibilità di trarre esempio,
ispirazione e sostegno dalla produzione capitalistica, che nel frattempo si è
comunque sviluppata (al prezzo di grandissime sofferenze) nell’Europa
occidentale, rende possibile che appropriandosi dei risultati positivi di
questo modo di produzione, essa si trovi, dunque, in grado di sviluppare e
trasformare, invece di distruggere, la forma ancora arcaica della sua comune
rurale. In questo caso, senza passare sotto le forche caudine del sistema
capitalistico, i contadini ne potrebbero utilizzare ed integrare le
acquisizioni positive. Così come non è necessario superare tutte le fasi
tecnologiche (dal telaio meccanico, a quello a vapore, poi ai bastimenti a
vapore, poi le ferrovie, e via dicendo) od organizzative (prima le fiere, poi
le borse merci, poi le banche, le società per azioni, …) per impostare un
sistema economico avendole ormai davanti pronte tutte.
Questo è il senso, a ben vedere, in
cui si capisce l’ultima frase della prefazione: “la sola risposta oggi
possibile [al problema] è questa: se la rivoluzione russa servirà di segnale a
una rivoluzione operaia in occidente, in modo che entrambe si completino,
allora l’odierna proprietà comune rurale russa potrà servire di punto di
partenza per un’evoluzione comunista”.
[20] - Nel 1859 Marx scrive nella
prefazione a “Per la critica dell’economia politica”: “tanto i rapporti
giuridici quanto le forme dello Stato non possono essere compresi né per se
stessi, né spiegandoli con la cosiddetta evoluzione generale dello spirito
umano, ma hanno le loro radici, piuttosto, nei rapporti materiali
dell’esistenza il cui complesso viene abbracciato da Hegel, seguendo l’esempio
degli inglesi e dei francesi del secolo XVIII, sotto il termine di ‘società
civile’; e che l’anatomia della società civile è da cercare nell’economia
politica. […] nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano
in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in
rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo
delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di
produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale
su cui si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale
corrispondono determinate forme sociali della coscienza. […] non è la coscienza
degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere
sociale che determina la loro coscienza”. Una formulazione potente, ed anche
illuminante, ma che va letta nella temperie del suo tempo ed entro gli scopi
dati dell’autore, per i quali conviene esercitare nettezza, prendendo il
rischio ma correndo verso il premio. La prefazione si chiude in modo molto
significativo con il richiamo a un verso di Dante:
Qui
si convien lasciare ogni sospetto
Ogni
viltà convien che qui sia morta.
[21] -
Secondo la famosa formula di Gunder Frank, cfr. Visalli, A., Dipendenza,
op.cit.
[22] -
Oggetto del mio Visalli, A., Oltre l’Occidente, vol 1, Meltemi, Milano
2026.
[23] -
Oggetto del mio Visalli, A., Classe e partito, Meltemi, Milano 2023.
[24] -
Lenin disse una volta che “la frase
rivoluzionaria sulla guerra rivoluzionaria può causare la rovina della
rivoluzione”, Vladimir I. Lenin, “Rivoluzione
in occidente e infantilismo di sinistra”, ed. Riuniti, 1974, p.3. Il
libretto è in realtà una raccolta di interventi diversi nell’aspro dibattito
che nel 1918 si tenne sulla pace separata con la Germania, che Lenin difende
dalle critiche rivolte in nome della necessaria “guerra rivoluzionaria” e
dell’imminente aiuto da parte del proletariato tedesco. Quando a gennaio 1918
la Germania avanza un ultimatum, chiedendo condizioni molto dure in termini di
perdite territoriali e versamenti in natura, si apre un dibattito nel quale gli
allora alleati dei bolscevichi, i ‘socialisti-rivoluzionari di sinistra’, propongono,
insieme a Nikolai Bucharin, la prosecuzione della guerra. Contro tutte queste
opposizioni Lenin scrive a febbraio l’articolo “Sulla frase rivoluzionaria”, mentre l’esercito di oltre sei milioni
di uomini russo era stato smobilitato, per sostituirlo con un esercito
volontario più efficace (la “Armata Rossa”), da Lev Trotsky e la Germania aveva
ripreso l’avanzata. Il 3 marzo Lenin, che aveva proposto le sue dimissioni,
impone la firma del Trattato, perdendo circa 56 milioni di abitanti, ovvero il
32% della popolazione, un terzo delle ferrovie, tre quarti dei minerari ferrosi
e il 90% della produzione di carbone. Fortunatamente la successiva sconfitta
della Germania, che aveva occupato i territori nominalmente indipendenti, porta
al ritiro delle truppe e quindi alla loro contesa nella guerra civile russa che
infurierà fino al 1923.
[25]
- In “Rapporto sulla guerra e la pace”,
7 marzo 1918, op. cit. p.69
[26]
- Continua: “comprendo benissimo che ai bambini piacciono le belle favole, ma
mi domando: è dato ad un rivoluzionario serio credere alle favole?”
[27]
- In “Rapporto sulla ratifica del
Trattato di pace”, 14 marzo 1918, op. cit., p.99.
[28] -
In
particolare, Milton Friedman, “La metodologia dell’economia positiva”,
1953. Nel quale l’autore di Chicago riprende nel clima neopositivista del suo
tempo il programma schiettamente positivista del padre di Keynes. Quel John
Neville Keynes che aveva cercato nel 1890 di distinguere tra una scienza
positiva che riguardasse “ciò che è”, da una normativa che riguardasse “i
fini”. La “distinta scienza positiva” che Friedman cerca necessita di una
demarcazione, ponendo l’assioma centrale per il quale “l’economia positiva
è in linea di principio indipendente da qualsiasi posizione
etica o da giudizi normativi”. L’assiomatica disciplinare è posta. E dove è
precisamente posta e fondata? Per il testo del 1953 semplicemente “sul
successo”. Per Milton,
infatti, se l’economia “positiva” deve fare questo ne consegue che “Il suo
compito è di fornire un sistema di generalizzazioni che può essere
utilizzato per effettuare previsioni corrette circa le conseguenze di
un eventuale cambiamento delle circostanze”. Si tratta dello stesso successo
che storicamente fonda l’immenso prestigio e potere della fisica newtoniana
sulle altre scienze (e ne farà financo un modello per la filosofia).
Ma questo successo va guadagnato. Per questo, se vuole demarcare il campo
positivo della disciplina, è ovvio che “la sua prestazione è per essere
giudicata dalla precisione, la portata e la conformità con l'esperienza delle
previsioni che procura”. Cioè, come la mette: “in breve, l'economia positiva
è, o può essere, una scienza ‘oggettiva’, esattamente nello stesso senso di una
delle caratteristiche delle Scienze fisiche”. È chiaro; l’economia
“positiva”, per avere ad oggetto “ciò che è”, realmente, deve poter effettuare
previsioni corrette e solo su questo, come le scienze fisiche, va giudicata.
[29] -
Lo stesso Giovanni Arrighi, nella fase in cui riflette sulla trasformazione
capitalista in corso in Occidente, nel 1972, e prima della svolta nella quale
affianca una “logica territorialista” ad una “capitalista”, su Rassegna
Comunista, l’organo del Gruppo Gramsci, individua come tendenze il
rafforzamento dei settori “avanzati” a scapito di quelli “arretrati”, che
chiedono protezione dalla competizione. I piccoli e medi imprenditori sono
associati al capitale “arretrato”, che si giova di privilegi garantiti nella
fase monopolistica degli anni Cinquanta e Sessanta e portatori di consumi “improduttivi”.
Molto esplicitamente Arrighi conclude i suoi saggi del 1972 con una formula
netta che è oggi riverberata da Brancaccio: “tutta la nostra analisi si regge
sull’ipotesi che la fase attuale dello sviluppo capitalistico è caratterizzata
da uno spostamento dei rapporti di forza tra lavoro e capitale a favore del
primo che non è di natura congiunturale e quindi transitorio ma bensì di
natura strutturale e quindi permanente”. Cfr. Visalli, A., Dipendenza,
op.cit., p. 252-262.
[30] - Milton Friedman, “La
metodologia nell’economia positiva”, cit.
[31] - Mark Buchanan, Previsioni.
Cosa possono insegnarci la fisica, la meteorologia e le scienze naturali
sull’economia, Malcord, 2014.
[32] - Ad esempio il premio nobel
William Sharpe nel 1964, per difendere il modello CAPM (non esattamente una
teoria disincarnata o senza “premi” all’estensore, dato che riguarda i mercati
finanziari e presumibilmente è accompagnata da ricchissime consulenze e
finanziamenti privati): “non c’è bisogno di dire che questi siano indubbiamente
assunti non realistici [che tutti gli investitori accedano agli stessi tassi e
che tutti abbiano gli stessi obiettivi] poiché il test più appropriato di
una teoria non è il realismo dei suoi presupposti ma l’accettabilità delle sue
implicazioni, e poiché questi presupposti implicano le condizioni di equilibrio
che sono alla base della gran parte della dottrina finanziaria classica, non è
chiaro perché questa formulazione debba essere rifiutata, specialmente alla
luce dell’assenza di modelli alternativi che portino a simili risultati” (cit.
in Buchanan, p.130).
[33] -
Ad esempio, in Liberalcomunismo, p. 21, dove dichiara la critica al ‘determinismo’
essere “una parola epistemologicamente misera, un vacuo spaventapasseri
anti-marxista”. Attribuendo alle posizioni prudenti di Chomsky, Zizek,
Preciado, Harvey, Heinrich, l’appellativo di “buio epistemologico,
irrazionalismo”.
[34] - Brancaccio, “Catastrofe o
rivoluzione”, p.5
[35] - Per una ricostruzione del
dibattito sufficientemente vicina ai fatti si veda, ad esempio, D. Gillies, G.
Giorello, La filosofia della scienza nel XX secolo, Laterza, 1993.
[36] - Per una discussione, coeva ai
termini fissati dai riferimenti del nostro, di questa posizione si può leggere
il seminale libro di Gunnar Myrdal, Il valore nella teoria sociale,
Einaudi, 1966 (ed.or. 1958).
[37] - Imre Lakatos, Musgrave, Critica
e crescita della conoscenza, Feltrinelli 1976 (ed. or. 1970).
[38] - Milton Friedman, “La metodologia dell’economia positiva”, 1953
[39] - Brancaccio, Non sarà un
pranzo di gala, op.cit., p.179.
[40] - Thomas Piketty, “Il
capitale del XXI secolo”, Bompiani 2014. Un testo che ha molti meriti, in
particolare come stimolo al dibattito, ma anche il difetto di porre come “di
ferro” (il termine è di Rodrik) una relazione r>g che potrebbe essere
benissimo rovesciata nel tempo. Ad esempio (esempi di Rodrik) per eccesso di
capitale sua svalutazione, anche traumatica, o per incremento del tasso di
crescita economica. La stessa critica al determinismo ed all’estensione su
periodi lunghissimi di “leggi” stilizzate viene avanzata da Ann Pettifor e
Geoff Tily. In sostanza l’economista francese sembra presumere che nel
lunghissimo periodo una semplice curva di crescita della produzione sia
ipotizzabile, senza prestare attenzione alle infinite crisi, salti, cambi di paradigma,
radicali mutamenti di regime, immani distruzioni, assetti sociali, modi di
produzione, relazioni di potere che si sono susseguite. Francamente, con tutto
il rispetto possibile, un grafico del genere è sconcertante. Implica
tacitamente che l’essenza sia catturabile da un numero sintetico (peraltro
tirato ad indovinare ad essere gentili). Credo che lo scetticismo su questo
risultato degli autori sia ben motivato, il tentativo di definire una
regolarità registrata su brevi periodi e in alcune economie relativamente
simili e molto interconnesse (come l’Europa allargata agli USA negli ultimi due
secoli) come “legge del capitalismo”, e poi di estenderla addirittura oltra il
capitalismo ai sistemi economici e sociali premoderni passa il segno e forse dice
qualcosa dell’impresa tentata. Come per il caso del Marx del 1859 il sonetto di
Dante è un esergo appropriato.
[41] -
Brancaccio, E., Le
condizioni per la pace, op.cit.
[42] -
Si veda, ad esempio, Gabriele, A., L’economia cinese contemporanea. Imprese,
industria e innovazione da Deng a Xi, Diarkos, Sant’arcangelo di Romagna,
2024; Cheng E., Dialettica dell’economia cinese. L’aspirazione originale
della riforma, Marx Ventuno, Bari 2024; Zhang Boying, Il socialismo con
caratteristiche cinesi perché funziona?, Marx Ventuno, Bari 2019; Bertozzi,
D.A., La Cina popolare. Origini e percorsi del socialismo con
caratteristiche cinesi, LAD 2020; Arlacchi, P., La Cina spiegata all’Occidente,
Fazi Editore, Roma, 2025.
[43] - Emiliano Brancaccio, Orsola
Costantini e Stefano Lucarelli, “Crisi e centralizzazione del capitale
finanziario”, in “Moneta e credito”, vol. 68, n. 269, marzo 2015.
[44] - Brancaccio ed altri, op.cit.,
p. 22.
[45] - Emiliano Brancaccio, Raffaele
Giammetti, Milena Lopreite, Michelangelo Puliga, “Monetary policy, crisis and capital
centralization in corporate ownership and control networks: A B-Var analysis”, 2019.
[46] -
Tutti questi notevoli
risultati analitici sono fondati su un’analisi di rete (delle connessioni a
rete di controllo delle imprese) e modelli B-Var e quindi la “prima evidenza
empirica” che forniscono sono relativi alle relazioni specifiche tra centralizzazione
in termini di controllo di rete e cicli economici.
[47] -
Benjamin Braun (“Asset manager capitalism”), Adam Petry, Jan Fichtner sui “Big
Three”, Lucian Bebchuk e Scott Hirst sul “Giant three”.
[48] - Thomas Piketty, “Il
capitale del XXI secolo”, Bompiani 2014. Un testo che ha molti meriti, in
particolare come stimolo al dibattito, ma anche il difetto di porre come “di
ferro” (il termine è di Rodrik) una relazione r>g che potrebbe essere
benissimo rovesciata nel tempo. Ad esempio (esempi di Rodrik) per eccesso di
capitale sua svalutazione, anche traumatica, o per incremento del tasso di
crescita economica. La stessa critica al determinismo ed all’estensione su
periodi lunghissimi di “leggi” stilizzate viene avanzata da Ann Pettifor e
Geoff Tily. In sostanza l’economista francese sembra presumere che nel
lunghissimo periodo una semplice curva di crescita della produzione sia
ipotizzabile, senza prestare attenzione alle infinite crisi, salti, cambi di paradigma,
radicali mutamenti di regime, immani distruzioni, assetti sociali, modi di
produzione, relazioni di potere che si sono susseguite. Francamente, con tutto
il rispetto possibile, un grafico del genere è sconcertante. Implica
tacitamente che l’essenza sia catturabile da un numero sintetico (peraltro
tirato ad indovinare ad essere gentili). Credo che lo scetticismo su questo
risultato degli autori sia ben motivato, il tentativo di definire una
regolarità registrata su brevi periodi e in alcune economie relativamente
simili e molto interconnesse (come l’Europa allargata agli USA negli ultimi due
secoli) come “legge del capitalismo”, e poi di estenderla addirittura oltra il
capitalismo ai sistemi economici e sociali premoderni passa il segno e forse dice
qualcosa dell’impresa tentata. Come per il caso del Marx del 1859 il sonetto di
Dante è un esergo appropriato.
[49] - Per un autore che
costantemente obietta a questa prospettiva interpretativa rinvio al lavoro di
Paolo Borioni sulla democrazia scandinava e non solo.
[50] -
In sé questa tesi non è sbagliata, anche l’autore di queste note la condivide. Si
veda Visalli, A., Classe e partito, op.cit.
[51] - Ma dicendo questo mi metto
entro una disputa molto più che pluridecennale e quindi ben oltre i limiti di
questo testo, ovviamente Brancaccio, nel citare Althusser e nel recisamente
dire che “posso solo dire che Marx è scientifico”, è su un crinale ben preciso
della trincea.
[52] - Louis Althusser (1918-1990) è
stato un eminente filosofo strutturalista francese caratterizzato da una decisa
rivendicazione della scientificità del marxismo che rischia sempre (anche per
autoconfessione) di scivolare nello scientismo positivista. Il tratto
biografico e ambientale dominante è la rottura con il Pcf e con il comunismo
sovietico (incluso appoggio tattico a quello cinese) e con la tradizione
socialdemocratica e riformista. A questo fine valorizza “il senso e la pratica
dell’astrazione, indispensabile alla costruzione di ogni teoria scientifica”
(‘Sul giovane Marx’, in “Per Marx”, Editori Riuniti 1967), e prende le
distanze dalle letture hegeliane, utilizzate per avvicinare la pianificazione
keynesiana e il riformismo socialista. Recuperando elementi del fondo
esistenzialista della cultura francese contemporanea, e gli stimoli che vengono
dal pensiero grande-conservatore di Nietsche e Heidegger, A. tenta attraverso
il concetto di “surdeterminazione” di aprire ad una “rivoluzione assoluta”, in
grado di levare una società che non abbia nulla a che fare con la società
borghese. Dopo la svolta della “autocritica” (1973) il marxismo è letto come
teoria ormai finita grazie a insuperabili deficit nella teoria dello Stato e
della politica (1978). Segue, quindi, una fase “movimentista” che sembra
riprendere la ‘separazione’ soreliana e comunque riprende il tema del
“deperimento dello Stato”.
[53] - Brancaccio, Non sarà un
pranzo di gala, op.cit., p.65.
[54] - Cfr. Althusser, L.,
“Ideologie e apparati ideologici di Stato”, In “Critica Marxista”, 5
(1970), p.25-65.
[55] - Brancaccio, Non sarà un
pranzo di gala, op.cit., p.81.
[56] -
Si veda, ad esempio, Boltansky, L., Chiappello, E, Il nuovo spirito del
capitalismo, Mimesis, Milano 2014.
[57] -
Visalli, A., Classe e partito, op.cit., p., 175.
[58] -
Nel modo di ragionare di Marx, in questo pienamente hegeliano (qualunque cosa
pensasse sul punto Althusser, e qualunque cosa pensi il suo allievo
Brancaccio), l’esclusione delle forme intermedie, miste, ad esempio proposte da
Fourier, procede per via logica. Il proletariato “sarà costretto storicamente a
fare” (La Sacra Famiglia, pp. 37) il comunismo. E questo è la negazione
della società concreta, fondata sulla proprietà e lo sfruttamento. Una negazione
che procede da sé, nella storia.
[59] -
Visalli, A., Classe e partito, op.cit., p. 268.
[60]
- L’esperienza rende ancora più chiaro che il nucleo del potenziale “blocco
storico” in grado di contendere l’egemonia nella sfera pubblica prima, nella
società e nell’arena dello Stato poi, al quale bisogna riferirsi, non può che essere il variegato e
frammentato mondo delle classi lavoratrici, le più sacrificate dalla forma
attuale del modo di produzione capitalista.
[61] -
Visalli, A., Classe e partito, op.cit., p. 278
[62] -
Losurdo, D., Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può
rinascere, Laterza, Bari-Roma 2017.
[63] - Oltre alle ricostruzioni
storiche di Losurdo, cui rimando senz’altro, si può leggere circa la
pervasività di questa visione etnocentrica, se pure largamente inconsapevole ed
interiorizzata, del marxismo occidentale, questo post di Carlo Formenti “L’eurocentrismo ‘funzionale’ di Marx e
Engels”, 20
febbraio 2021.
[64] - Formula illuminante, ed in
effetti paradigmatica di ogni approccio progressista, presente a pagina 65.
[65] -
Brancaccio, E., Libercomunismo, op.cit., p.48.
[66] -
Ivi, p. 66
[67] -
In quanto questi mostrano come al crescere del reddito procapite (direbbe Marx
della composizione organica del capitale) si registra una riduzione nel mondo
della percentuale di “lavoratori autonomi”. Non sarebbe affatto strano, dato
che economie più industrializzate hanno meno lavoro contadino, artigianale,
povero e sconnesso, ma Brancaccio ne deriva che “più si sale, più si riduce la
percentuale di imprenditori individuali, lavoratori indipendenti, liberi
professionisti e partite IVA” (ivi, p. 66). A parte che in Indonesia, o nelle
Isole Fiji, non ci sono Partite IVA, l’estrapolazione è retorica ed abusiva.
[68] -
Cfr. Visalli, A., Dipendenza, op.cit., p. 252-262.
[69] -
Brancaccio, E., Libercomunismo, op.cit., p. 71.
[70] -
Idem.
[71] -
Ivi, p. 73.
[72] -
Engels, F., L’Origine
della famiglia della proprietà privata e dello Stato, 1884.
[73] -
Crenshaw, K.W., Words That Wound: Critical Race Theory, Assaultive Speech,
And The First Amendment (con Mari J. Matsuda, Charles R. Lawrence III,
Richard Delgado), Westview Press, 1993.
[74] - Helen Hester, Jules Joanne Gleeson,
Elle O’Rourke, Paul., B. Preciado.
[75] - Molti luoghi del testo, p.32,
[76] - Il riferimento è a Paul
Sweezy, Paul Baran, e poi, per una sintesi di grande successo negli anni di
formazione del nostro a James O’Connor. Cfr, Baran P., Sweezy P., Il
capitale monopolistico (1966), Einaudi, 1968; Baran P., Il surplus
economico (1957), Feltrinelli, 1962; O’Connor J., La crisi fiscale dello
Stato (1973), Einaudi, 1977.
[77] - Brancaccio, Non sarà un
pranzo di gala, cit., p. 35
[78] -
Brancaccio, E., Non
sarà un pranzo di gala,
op.cit.
[79] - Giovanni Arrighi, “Il
lungo XX secolo”, Il Saggiatore 1996; “Adam Smith a Pechino”,
Feltrinelli, 2007; vedi anche Alessandro Visalli, “Dipendenza”, op.cit.,
capitolo ottavo.
[80] -
Per Brancaccio si tratta di una fase nella quale la potenza americana non
riesce più a garantire la riproduzione del suo capitale e in cui la “centralizzazione
imperialista dei capitali” nella quale la posta in gioco è un “multipolarismo
oligarchico”. Cfr. Brancaccio, E., La guerra capitalista, op.cit.
[81] -
Brancaccio, E., Libercomunismo, op.cit., p. 101.
[82] -
Ivi, p.112.
[83] - Max Horkheimer, Theodor
Adorno, “Dialettica dell’illuminismo”, Einaudi 1966, p.15.
[84] -
Ivi, p. 118
[85] -
Ivi, p. 127
[86] -
Ivi, p. 128
[87] -
Ivi, p. 159
[88] -
Ivi, p. 143
[89] -
Regola di solvibilità, banche centrali come arbitro, differenziale r>g,
struttura di rete.
[90] -
La tesi di Classe e partito, detta in slogan è che la classe non esiste
in sé, né può essere costruita retoricamente come vorrebbe Laclau, deve essere
il prodotto di una lotta nelle cose, nelle contraddizioni, unendo il diverso e
raccordando. Ma non nella forma “da supermercato” della mera giustapposizione
di identità critiche, o vittimizzate. Bensì intorno ad un progetto. Quindi costruzione
di blocco storico, liberazione nazionale dalla dipendenza, soccorso
e protezione. O, secondo la lista di Brancaccio, sulla quale non ho
riserve: governo coordinato e non di mercato, blocco della libertà di movimento
dei capitali, rinnovata intermediazione politica, nuova forma di partito.
[91] -
Brancaccio stesso lo scrive, nel paper del 2015 con Costantini e Lucarelli: “i
destini del processo di centralizzazione risultano dunque aperti”, sotto “vincolo
di un grado di solvibilità sostenibile sul piano politico”.

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